LE UMILI PAROLE DELLA FILOSOFIA OLTRE I SONTUOSI RUMORI DELLA CHIACCHIERA – di Piero Vassallo

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Ontologia dinamica” di Pier Paolo Ottonello

 

di Piero Vassallo

 

 

Età postmoderna è il nome fittizio e l’alibi del crepuscolo mentale, in cui l’Occidente raccoglie i frutti tossici della semina luterana: il chiacchiericcio surreale, che corre tra le severità della Banca carnivora/malthusiana e la pedante allegria delle porno cattedre, che invitano a cercare la beatitudine “nella conciliazione di religione e lubricità”.

Dal cimitero degli antichi eresiarchi intanto si leva lo spettro della lussuria teologica & ateologica, dritta & capovolta, gaudiosa & funerea, ultra antica & ultra moderna elucubrata da Marcione Pontico.

loLa rivoluzione dei postmoderni, infatti, celebra la fede rovesciata nella gnosi libertina, i cui desolati fasti si celebrano “in pantani in forma di bagni turchi, in cui si ammollano pallidi cascami del trionfo sadiano [la rivoluzione a luci rosse] e dello spappolamento nietzscheano” [la destra a bagliori eleusini]. (Cfr.: Pier Paolo Ottonello, “Ontologia dinamica”, Marsilio, Venezia 2011, pag. 16).

Sagace interprete della filosofia di Rosmini e autore di una perfetta, imperdonabile confutazione del nichilismo di conio gnostico/francofortese, Pier Paolo Ottonello è un nome scritto nelle prime righe dell’imperioso e rovente catalogo dei silenziati/ostracizzati e degli infrequentabili.

Se non che l’esclusione dal coro dei cortigiani vaniloquenti/incontinenti è la madre involontaria di un nobile e raro privilegio: l’estraneità al monotono brusio sollevato dall’oceano dell’opinione, figura della regina del parolame e della cecità regnante nella caverna descritta nel settimo libro della Repubblica.

L’espulsione dalla tana umbratile dell’ottusità e dello stordimento è, dunque, il preambolo e l’avvio al filosofare e all’onesto vivere.

Il titolo di filosofo, infatti, è assegnato, ai lontani dalla caverna, dal disprezzo ottenuto nel salotto elegante, dalla scomunica lanciata dai sacerdoti del vizio, dalla refrattarietà al palcoscenico della stoltezza paludata e incensata dai giornali dei cravattari e dei gabellieri.

Lo stato comatoso della filosofia dopo la destra e la sinistra di Hegel, conferma puntualmente l’affermazione di Ottonello: “filosofare è ascesi, percorso all’unitotalità, in salita come l’erta inerpicandosi lungo la quale i prigionieri della caverna platonica possono diventare liberi e non più ciechi, accedendo alla verità contemplata vissuta nella pienezza della capacità intellettiva e amativa”.

Il filosofare deve liberarsi anzi tutto dall’opinione delle maggioranze rovesciate contro la luce, delle masse laureate, “il cui dogma pone il dubitare come origine e principio di ogni ricerca in luogo dello scegliere“.

L’avversione del filosofo ai pensieri massificati dalla solennità è implacabile: “Il culturalismo è la discarica meno biodegradabile, e a crescita esponenziale non arrestabile, della cultura: è il figlio prediletto del filosofismo – e viceversa, a circolo vizioso”.

Il disprezzo verso il culturalismo e le sue deodorate flatulenze, convive con il rifiuto della superbia, che gonfia l’antifilosofia in cattedra. Ottonello ammonisce: “Non cercare mai sapienza nelle accademie: potrai trovarne, ma tra i reietti”.

Dall’incensata accademia il brusio dei parolai. Dalla filosofia le parole. La filosofia è la trincea da cui ha inizio l’insorgenza della parola contro i vani rumori della caverna.

Nel cuore dello scritto di Ottonello si legge la rivendicazione dell’efficacia terapeutica della parola ispirata dalla filosofia.

L’affascinante, splendido “Dialogo della creazione”, ultimo capitolo del piccolo grande libro, in cui l’autore si confronta con la sapienza di Diotima, allegoria della sapienza amorosa, svela la causa del silenzio mortale, che è nascosto nell’insistente brusio della caverna spensante: “Se non c’è nessuna differenza, né rapporto e tutto è uguale, ossia uno, non lo potrai dire né uno né molti, né immobile né immobile”.

Simile alla caricatura kierkegaardiana della filosofia di Hegel – la diligenza ferma e muta, in mezzo ai suoni delle trombette, agli addii e allo sventolio dei fazzoletti – il pensiero ultramoderno produce il paradosso del silenzio rumoroso e molesto. Heidegger, dopo Hegel, natante nel fiume rapinoso delle parole silenti/insignificanti.

Oltre il fracasso intorno all’immobile pensiero i filosofi irriducibili al chiasso mondano, vivono di parole. Diotima: “con le parole – ma sappiamo se solo a parole? – continuiamo a distinguere anzitutto ed essenzialmente infinito e finito, negazione e affermazione, relazionare positivamente e relazionare negativamente, tra me e te, nel nostro essere noi, e parole e ciò che nominiamo, e convenzionalmente adeguate con parole“.

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