LEANDRO ARPINATI, UN UOMO CHE SEPPE TENERE SEMPRE LA SCHIENA DRITTA – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi

 

 

lsaUn uomo che seppe tenere la schiena dritta sempre, comunque, dovunque – anche di fronte al Duce – subendone le conseguenze. Questa, la nostra sensazione dopo avere letto le quasi cinquecento pagine di “Leandro Arpinati. Un fascista scomodo” di Brunella Dalla Casa (il Mulino, euro 32,00). Al di là dunque delle violenze squadristiche compiute, al di là del suo essere stato uno dei ras potenti del regime, al di là dunque della demonizzazione compiutane dall’antifascismo, e alla fine anche dai disperati di Salò, una figura di galantuomo che non le risparmiava a nessuno, dicendole in faccia senza timori reverenziali. Per cui, pur ammiratore, devoto e fedele a Mussolini, incontrato nei primi del Novecento nella turbolenta Romagna delle lotte socialiste, repubblicane e anarchiche, non rinunciò ad esercitare un senso critico non comune, anteponendo lo Stato al partito, e distaccandosi in pratica dalla dottrina di regime per privilegiare un (latente) liberalismo dovuto in gran parte alla frequentazione (e all’influenza su di lui esercitata) di Mario Missiroli.

Squadrista, come si è detto, dopo essere stato anarchico e interventista, e avere aderito alla costituzione del fascio bolognese, peraltro in buona compagnia: di repubblicani come Nenni e i fratelli Bergamo.

L’autrice, che ha avuto anche l’occasione di conoscere la figlia di Arpinati, Giancarla (scomparsa un anno fa), si è avvalsa per questa biografia che ripercorre il lungo e variamente articolato iter politico e umano del personaggio, di riferimenti documentari ad una sorta di geografia e storia politico-sociali che vanno dalla Romagna (Arpinati era nato a Civitella, lo stesso paese di Nicola Bombacci, il “comunista in camicia nera”, nel 1982) a Bologna, e quindi a Roma, quando divenne sottosegretario all’Interno con Mussolini titolare del dicastero, oltre che capo del governo, poi nel confino di Lipari, per tornare infine alle porte del capoluogo emiliano (dove aveva occupato ruoli di vertice del partito e dell’amministrazione pubblica) nella tenuta agricola di Malacappa, e lì avrebbe trovato la morte, il 22 aprile 1945, per mano di un “commando” (per l’autrice), “squadraccia” (per noi) di partigiani, recatisi sul posto poco dopo la liberazione della città da parte degli Alleati…

Vita e lotte politiche nella Romagna d’anteguerra (1915-1918) con violenze, non soltanto verbali, fra socialisti e repubblicani, sì da creare un clima nel quale un certo reducismo non faticò certo a inserirsi quando se ne presentò l’occasione. Ma un clima, quello romagnolo, nel quale peraltro assumeva un peso non comune il senso dell’amicizia. Si veda (e l’autrice non manca di evidenziarlo) l’intervento di Arpinati nei confronti del socialista avvocato Torquato Nanni di Santa Sofia, minacciato di morte durante la marcia su Roma dai fascisti locali. L’avversario politico, ma amico appunto, partì da Bologna con le sue camicie nere sottraendolo a una brutta fine. Ma un epilogo tragico per Nanni ci sarebbe comunque stato e in una situazione “rovesciata”. Perché quel maledetto giorno di luglio del 1945, a Malacappa c’era anche lui di fronte alla squadraccia che aveva chiesto chi fosse Arpinati, e aveva tentato di difendere l’amico di sempre davanti al mitra puntato.

Potente, sì, ma non cortigiano per mantenere il potere, a un certo punto (1933), Arpinati, inviso a Mussolini e a Starace aveva iniziato una parabola discendente che lo aveva portato prima in carcere, poi al confino e al distacco dalla vita politica e dalla vita pubblica ovviamente.

Il Duce si sarebbe ricordato di lui alla vigilia della Rsi, cercandone la collaborazione, ma Arpinati era ormai lontano dal fascismo e lontano dall’antico camerata. Anzi, durante la resistenza avrebbe allacciato rapporti col Cln, aiutando partigiani e prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento.

Come altri ex fascisti che non credevano aver nulla da temere alla fine della guerra, non si era nascosto, restando nella sua tenuta di Malacappa. E lì era stato giustiziato dai partigiani, senza altra formalità che una domanda: “dov’è Arpinati?” Alla risposta: “sono io”, un mitra gli venne puntato alla fronte. Non si scompose e spostando con due dita la canna, disse: “aspettate, ragioniamo un momento”. Per tutta risposta, un colpo dritto in faccia. Ucciso anche Torquato Nanni, che aveva cercato di interporsi…

Ecco la fine del famoso e temuto ex gerarca di Bologna, l’uomo che aveva dotato la città di opere pubbliche, del famoso stadio Littoriale, che aveva operato per lo sport (scherma, atletica, automobilismo) e per l’assistenza alla maternità e all’infanzia.

L’autrice della biografia dedica la parte finale del suo studio alla ricerca di una spiegazione per quell’uccisione così tempestiva e… spiccia operata da partigiani comunisti. Perché tanta fretta? E quale la motivazione? Una vendetta personale per le violenze squadriste di vent’anni prima? O il timore che Arpinati potesse dar vita a una “partito liberale” nuovo, antifascista e anticomunista ad un tempo? Interrogativi senza risposta.


pubblicato anche su

La Voce di Romagna, 12 agosto 2013

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