L’EBREO NEL MISTERO DELLA STORIA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

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Il panteismo, che circola vorticosamente nelle pagine scritte da Friedrich Nietzsche per esaltare la tragica felicità dell’oltreuomo, prima che nella filosofia di Arthur Schopenhauer e nei poemi di Richard Wagner ha radici nella capovolta teologia di Benedetto Spinoza, un autore scomunicato dalla sinagoga.

In un testo veridico e imbarazzante e perciò quasi mai citato dagli apologeti dell’ateismo neopagano, l’epigramma dedicato al pensiero nascosta nelle piamente empie pagine di Spinoza,  Nietzsche celebra “l’odio giudaico che ha divorato il Dio dei Giudei”.

La sfiducia, che lo scetticismo degli ebrei ortodossi nutre nei confronti di Gesù Cristo, nel pensiero degli apostati attivi al margine delle sinagoghe, si è rovesciato nelle contraddizioni insanabili del panteismo greco e, ultimamente, nell’odio nietzschiano verso il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

Incamminata su sentieri divergenti dalla fede veterotestamentaria, l’eresia ebraica si getta nel fiume torbido dell’empietà pagana, dove scorre l’antologia del delirio germanico.

Occorre riconoscere tuttavia che la causa della rinascenza pagana, prima che nell’eresia ebraica, va cercata nella tarda scolastica: Cartesio, il precursore di Spinoza, fu educato da gesuiti decadenti, che avevano smarrito la bussola tomista.

L’appropriata figura della crisi filosofica, che ha turbato l’età moderna, è dunque un trivio, dove gli inerti frammenti del paganesimo antico sono resuscitati dalle fibrillazioni della scolastica e dai turbamenti procurati al margine ebraico dalle suggestioni emanate dal naturalismo degli antichi.

Il gesuita Ennio Pintacuda ha descritto l’affossamento finale della teologia ebraica nelle dottrine della sedicente avanguardia, divagazioni che attualizzano l’eresia gnostica, a suo tempo scoperta e riscattata da Jacob Boehme e da Franz von Baader, assimilata da Schelling e da Hegel e finalmente accolta nel neoreligione dei francofortesi.

Pintacuda allude al cammino del pensiero ebraico attraverso le valli del paganesimo profondo: “Habermas, nella sua opera «Teoria e prassi della società tecnologica», osserva che nella concezione dei movimenti giovanili c’è qualcosa di mitico e magico, «ben noto alla mistica ebraica e protestante di una resurrezione della natura decaduta: un topos che, come è noto, è penetrato, tramite il pietismo svevo, nella filosofia di Schelling e di Baader e che, oggi, definisce l’idea centrale della filosofia di Bloch e, in forma riflessa, guida anche le speranze più segrete di Benjamin, di Horkeimer e di Adorno». Le strategie adottate dal movimento giovanile e già proposte da Marcuse costituiscono la vera novità rispetto a quelle finora attuate dai movimenti operai. Secondo tali strategie l’azione politica di lotta al sistema e di trasformazione della società è opera di forze estranee del sottoproletariato delle metropoli, dei gruppi emarginati e dei diseredati del terzo mondo[1].

Meinvielle ha peraltro documentato l’esistenza di una fonte cabalistica dello gnosticismo contemporaneo, cioè “L’idea che non sia stata l’azione di Adamo la causa prima del male, bensì che l’esistenza del male sarebbe indipendente dall’uomo e si debba cercare la sua causa nella struttura del mondo, o meglio nel processo stesso della vita di Dio[2].

L’affluenza dell’eresia ebraica nel fiume carsico del paganesimo moderno non esclude che il beneficio concesso all’ignoranza invincibile sia concesso agli ebrei ortodossi, estranei alla suggestione neopagana e tuttavia incapaci di riconoscere in Gesù Cristo il Messia annunciato dalle Scritture.

Il sovvertimento della vera religione, compiuto dalle scuole ebraiche modernizzanti, è ispirato e comandato dagli errori filosofici dei gentili: i francofortesi sono pronipoti di Cartesio e di Hegel prima di essere sovvertitori della tradizione veterotestamentaria e disturbatori della Cristianità.

Coerente con l’obbligo di praticare la misericordia, le obiezioni rivolte alla cultura della diaspora ebraica dall’illustre teologo argentino Julio Meinvielle, autore del saggio “L’ebreo nel mistero della storia”, edito da Effedieffe in Proceno di Viterbo, sono indirizzate unicamente ai cultori della vanità nascosto nel c. d. sogno ebraico: “Questo popolo, che un giorno rifiutò Cristo perché non aveva voluto intronizzare la carne ebraica, non ha perso la speranza che giunga un altro Messia il quale, secondo l’espressione talmudica dia agli ebrei lo scettro del mondo, in modo che tutti i popoli e regni gli siano sottomessi“.

Meinvielle sostiene che soltanto la teologia può penetrare il mistero d’Israele ossia rispondere correttamente alla domanda sulle fonti degli errori diffusi in ambienti ebraici. I sofismi evoluzionisti e oltre umani [Darwin, Nietzsche, De Gobineau] e i deliri teologici [Rosemberg] che nel xx secolo hanno generato il razzismo e l’antisemitismo sono pertanto confutati e sdegnosamente rigettati da Meinvielle.

Gli errori contestati agli ebrei eterodossi, secondo Meinvielle, hanno la loro radice “nel fatto che una parte di questo popolo ha creduto che le promesse rivolte agli ebrei a causa di Cristo, che doveva nascere da loro, fossero rivolte alla loro carne, alla loro genealogia”.

Più avanti Meinvielle chiarisce il suo pensiero: “Dagli ebrei proviene la Salvezza, ma essa è rivolta anche agli ebrei. Non sono gli ebrei né il loro Padre Abramo la Salvezza, ma Cristo. Guai a questo popolo forgiato e santificato per recare la Salvezza, per produrre Cristo, se crede che la Salvezza sia posta nella sua carne“.

L’errore che oppone gli ebrei ai cristiani consiste nel presumere che il popolo eletto impersoni il messia, dunque che “non era da Cristo che proveniva la gloria ma dalla carne d’Abramo; per questo dicevano con orgoglio, per non accettare Cristo: Noi abbiamo Abramo per padre (Mt., 3, 9)”.

Affascinata dalla chimerica volontà di potenza, la fazione degli apostati sottoscrive un’innaturale alleanza con l’errore dei gentili e di conseguenza ostacolano la diffusione delle verità rivelate al popolo di Dio. San Paolo nella prima Lettera ai Tessalonicesi (2, 16-16) sostiene, infatti, che gli ebrei non piacciono a Dio perché “ci impediscono di predicare alle genti affinché si salvino”.

Se non che San Paolo, nella Lettera ai Romani, stabilisce la natura del rapporto tra i gentili convertiti alla fede cristiana e gli ebrei: “Se ora alcuni rami sono stati tagliati via e tu, essendo un olivastro selvatico, sei stato innestato al posto loro non ti gloriare a discredito dei rami”.

Di qui l’obbligo di rispettare e amare gli ebrei, un sacro dovere opportunamente rammentato da Meinvielle: “Non è in forza di persecuzioni e di pogrom che si risolve il problema ebraico, cosicché i Sommi Pontefici hanno protestato contro ogni forma di odio antiebraico e, durante la persecuzione hitleriana, il Pontefice Romano così come i vescovi tedeschi hanno fatto sentire la loro voce di protesta”.

Solo la misericordia dei cattolici illuminati dallo Spirito Santo può contrastare efficacemente gli errori dell’ebraismo eterodosso. Il razzismo non produce altro che la metastasi furente e demente dell’errore che i cattolici addebitano all’eresia ebraica

 

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[1] Cfr.: “Breve corso di politica”, Rizzoli, Milano 1990, pag. 68-69.

[2] Cfr. “Influssi dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano”, Roma, Sacra fraternitas aurigarum in urbe, 1988, pag. 69.

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