Lega cattolica per la preghiera di riparazione. Notizie e avvisi. Concludiamo la lettura di alcuni brani della Vita di San Romualdo scritta da San Pier Damiani

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Calendario tradizionale. Giovedì 26 gennaio 2017. San Policarpo Vescovo e Martire. Per il Martirologio clicca qui

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Gentili Amici,

restiamo fedeli al nostro impegno nella preghiera di riparazione, sia per i nostri peccati, sia per quanto vediamo con dolore accadere quotidianamente nella Chiesa e nel mondo. Rinnoviamo anche le preghiere affinché il Signore doni Santi Pastori alla Sua Chiesa. Possiamo rileggere, cliccando qui, le modalità della preghiera di riparazione. È prezioso anche l’ausilio del libretto con gli Atti di devozione al Sacro Cuore e le Litanie del Sacro Cuore (clicca qui).

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Per la nostra formazione, concludiamo la lettura di alcuni brani della Vita di San Romualdo scritta da San Pier Damiani.Il testo potrà anche essere scaricato in formato pdf cliccando qui; in tal modo potrete costituire e conservare la vostra biblioteca di letture di formazione.

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NOTIZIE E AVVISI

 I sacerdoti della Fraternità San Pio X celebrano la Santa Messa in rito antico in diverse città. Per l’elenco completo delle Cappelle in Italia e orari delle celebrazioni, clicca qui.

 Tutte le domeniche e i giorni festivi a Verona si celebra la S. Messa in rito antico alle ore 11.00 nella Rettoria Santa Toscana, in piazza XVI Ottobre n. 27.

– Tutti i sabati e nei giorni delle solennità a Brescia si celebra la S. Messa in rito antico alle ore 18.00 nella chiesa di San Zeno al Foro (piazza Carducci). Alle 17.30, recita del S. Rosario, esposizione del Santissimo Sacramento e benedizione eucaristica.

– Ogni domenica e festa di precetto a Pavia si celebra la S. Messa in rito antico, alle ore 9.30 nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, in via Luigi Porta (centro storico).

– Nella diocesi di Prato si celebra regolarmente la S. Messa in rito antico in latino, in seguito al Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007 nelle seguenti chiese: la chiesa dello Spirito Santo a Prato (piazza del Collegio), ogni domenica e festa di precetto ore 17.00; la chiesa di Santa Cristina a Pimonteogni domenica ore 10.00; la chiesa di San Martino a Paperino a Prato la prima domenica del mese ore 16.00 e ogni giovedì ore 7.30; la chiesa del Sacro Cuore a Prato (Via Benincasa), tutti i primi venerdì del mese ore 21.00; la Badia di Vaiano, da febbraio a giugno, un sabato al mese. Per il calendario dettagliato clicca qui.

 Ogni domenica e festa di precetto a Firenze, alle ore 11.00 e alle ore 19.00, nella chiesa dei Santi Michele e Gaetano, viene celebrata la Santa Messa in rito antico. Al sabato le celebrazioni sono alle ore 7.30 e 11.00 e nei giorni feriali alle ore 7.30 e 18.30.

– Ogni domenica e festa di precetto a Belluno, alle ore 8.00, nella chiesa di Santo Stefano, viene celebrata la Santa Messa in rito antico.

– In Alto Adige/Sud Tirolo viene celebrata la Santa Messa in rito antico: ogni prima Domenica al mese a Silandro in via Ospedale alle ore 18, ogni terza Domenica al mese a Bolzano in via Weggenstein alle ore 18, ogni quarta Domenica al mese a Bressanone nella chiesa Mariahilf/Zinggen alle ore 18, ogni 8 del mese nella chiesa parrocchiale a Cengles alle ore 17.

 Ogni domenica e festa di precetto a Bergamo, alle ore 9.00 e ogni venerdì alle ore 20,30, nella chiesa della Madonna della Neve, viene celebrata la Santa Messa in rito antico. Al termine della S. Messa del primo venerdì del mese, Adorazione Eucaristica e recita delle Litanie del Sacro Cuore di Gesù. Per essere aggiornati sulle celebrazioni in rito antico, cliccare su https://www.facebook.com/madonnadellanevebergamo/

–  Ogni domenica e festa di precetto a San Lorenzo, frazione di Pizzoli (AQ), alle ore 18.00, presso l’Abbazia di Sant’Equizio, viene celebrata la Santa Messa in rito antico.

– Ogni domenica e festa di precetto a Milano, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, in largo Cairoli, viene celebrata alle 10.00 la Santa Messa in Rito ambrosiano antico. Per informazioni:http://messatradizionalemilano.blogspot.it/ .

– Ogni domenica e festa di precetto, a Monza, viene celebrata la Santa Messa in rito antico alle 18.45, nella chiesa delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, via Italia 37. Per informazioni, cliccare “La Messa di sempre – Monza” . 

– Ogni primo venerdì del mese, al Priorato Madonna di Loreto, a Rimini-Spadarolo, alle ore 21, Adorazione Eucaristica notturna per riparare le offese e gli oltraggi al Sacro Cuore di Gesù.

– a Firenze, nell’Oratorio di S. Francesco Poverino, Santa Messa domenicale in rito antico alle ore 10 e tutti i venerdì, alle ore 18.30, Preghiera di Riparazione (S. Rosario, Litanie del Sacro Cuore, Atto di riparazione ed altre preci anche per impetrare l’aiuto divino alla Chiesa martire della ferocia islamica). Per informazioni: Dante Pastorelli, dante.pastorelli@virgilio.it, tel. 055.600804.

– Ogni venerdì un gruppo di fedeli si ritrova per la preghiera a Cremona. Per informazioni: Mauro Faverzani  – mauro.faverzani@gmail.com

– Ogni primo venerdì del mese viene celebrata la Santa Messa in rito antico alle 19.30 a Modena nella parrocchia dello Spirito Santo in via Fratelli Rosselli. Vi partecipano alcuni aderenti alla Lega di riparazione  secondo le intenzioni proposte dalla nostra iniziativa. Ricordiamo che nella medesima chiesa viene celebrata ogni domenica alle 17 la S. Messa (dal 2007) e, a richiesta, anche gli altri sacramenti.

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– Se altri sacerdoti fossero disposti a fare lo stesso nella zona in cui operano, ce lo facciano sapere e provvederemo a darne comunicazione.

– Ricordiamo che è possibile anche il semplice incontro tra laici che preghino secondo le intenzioni della Lega come già indicato. Anche in questo caso, sarebbe utile segnalarcelo in modo da poterne dare comunicazione. Rimane il fatto che lo strumento più efficace per la diffusione è il passaparola, che sarebbe meglio chiamare apostolato.

– Nei limiti delle nostre forze, siamo a disposizione per incontrare gli amici che intendono impegnarsi in questa impresa. Per questo, si faccia riferimento all’indirizzo di posta elettronica della Lega di riparazione, legariparazione@email.it , e troveremo il modo e il tempo per farlo.

Paolo Deotto – Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

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LETTURA DI FORMAZIONE

Vita di San Romualdo

(Ravenna, 952 ca. – Fabriano, 19 giugno 1027. Fondatore dell’eremo di Camaldoli)

scritta da San Pier Damiani – estratti

Per scaricare il testo in formato pdf, clicca qui

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17. Romualdo caccia via il Maligno.

 

Irrobustito da frequenti combattimenti, il soldato di Cristo si impegnava ogni giorno a progredire maggiormente, a crescere di vigore in vigore. Migliorando di continuo le proprie forze, ormai non aveva più motivo di temere gli agguati del suo estenuato nemico. A volte, mentre se ne stava in cella, si poteva notare la presenza di spiriti malvagi, costretti ad aspettare a distanza, come intorno a un cadavere ben sorvegliato. Non osavano avvicinarsi ed erano in forma di corvi o di avvoltoi orrendi. Altre volte si presentavano nell’aspetto di un uomo o di differenti animali. L’insigne trionfatore del Cristo li insultava dicendo: «Eccomi, sono pronto, venite! Mostrate il vostro valore, se ne avete! Siete proprio sfiniti? Siete stati sconfitti? Non avete più nessun ordigno per combattere contro questo povero servo di Dio?». Svergognava gli spiriti malvagi con parole come queste e, come fossero state altrettanti giavellotti, li metteva presto in fuga.

Allora il diavolo, visto che non poteva prevalere direttamente sul servo di Dio, ripiegò su metodi più insidiosi. Dovunque il santo si recasse, egli istigava contro di lui l’animo dei suoi discepoli. Se non era stato possibile smorzare l’impeto ardente del suo fervore, avrebbe così potuto mettere un freno alla sua sollecitudine per la salvezza altrui. E se non era possibile che Romualdo si arrendesse al nemico, per lo meno non gli avrebbe impedito di ottenere vittoria sugli altri.

 

18. Romualdo edifica un monastero, ma i monaci lo cacciano via a bastonate.

 

Una volta Romualdo si trasferì presso la località detta Bagno, nel territorio di Sarsina. Vi rimase non poco tempo, vi costruì un monastero intitolato al beato arcangelo Michele e, non lontano, fissò la sua dimora in una cella.

Fu lì che il marchese Ugo gli fece recapitare, per eventuali necessità, sette libbre di monete, che egli accettò, per poterle poi dispensare con larghezza e misericordia. E infatti, quando venne a sapere che un incendio aveva distrutto il monastero di Palazzolo, inviò come aiuto a quei fratelli sessanta soldi, serbando la somma rimanente per scopi analoghi.

I monaci però di S. Michele, avendolo saputo si infuriarono come belve contro di lui, sia perché da un pezzo egli si mostrava contrario su molte cose alle loro abitudini, sia perché, quando gli venivano portate delle offerte, ne spendeva una parte per altri, anziché spenderle tutte per loro. Dopo aver complottato tra loro, irruppero tutti insieme nella sua cella con randelli e stanghe, gli dettero molte percosse, si impadronirono di tutto e lo cacciarono dalle loro terre, dopo averlo coperto d’ignominia.

Messo così al bando, mentre se ne andava e una intensa tristezza calava nella sua mente, concepì dentro di sé questa risoluzione: per l’avvenire avrebbe smesso completamente di curarsi della salvezza altrui, contento soltanto della propria. Ma dopo aver avuto questo pensiero, gli invase l’animo una paura grande: temeva di perire ed essere condannato dal giudizio divino, se davvero si fosse ostinato nella sua risoluzione.

Intanto i monaci, ora che avevano mandato ad effetto la vendetta così a lungo desiderata e si erano come sbarazzati di un grave peso, si elogiavano a vicenda per quello che avevano fatto al servo di Dio e, sedotti da questa gioia, si sfogavano con scherzi e risate sfrenate. E ancora, per festeggiare con la massima allegria la loro soddisfazione, vollero procurarsi cibi di lusso raffinati e abbondanti per farne un banchetto. Ma era d’inverno (cosa che, del resto, ben si addiceva non tanto al cielo stagionale quanto alla loro stessa freddezza). Così uno di loro, che era stato particolarmente crudele verso il soldato di Cristo, pensò di andare a comprare il miele per preparare ai commensali del vino melato. E mentre attraversava il fiume Savio, inciampò sulle assi, cadde giù dal ponte e finì trascinato nel fondo dai gorghi. Giusto giudizio di Dio: fu saziato a morte dall’acqua torbida colui che bramava la dolcezza del miele per un’azione di cui avrebbe dovuto piangere.

La notte, poi, mentre tutti, come di consueto, stavano dormendo, una nevicata abbondante fece improvvisamente crollare su di loro tutto l’edificio, spezzando loro il capo o le braccia o le gambe o altre membra. Uno di loro perse un occhio e dovette giustamente sopportare questa privazione della luce corporea, poiché dividendosi dal prossimo, aveva perduto una delle due luci della carità, seppure aveva conservato l’altra.

 

19. S. Apollinare ordina a Romualdo di tornare nel monastero di Classe.

 

 Una volta il santo abitò non lontano dal Catria. Mentre si trovava lì da diverso tempo, gli apparve il beato Apollinare e con grande autorità gli ordinò di recarsi al suo monastero e di abitarvi. Il santo ritenne giusto non trascurare quel comando; senza indugio abbandonò il luogo in cui abitava e si diresse prontamente dove era stato inviato.

 

 20. Romualdo dimora nelle Valli di Comacchio.

 

 Per un certo tempo, Romualdo stette recluso in una palude di Comacchio detta Origario. Poco dopo, a causa dell’eccessivo fetore della melma palustre e dell’aria insalubre, ne venne via completamente tumefatto e depilato, tanto che il suo aspetto non era più affatto quello di quando vi si era rinchiuso. La sua carnagione era diventata tutta verdastra, quasi come un ramarro.

 

 21. Romualdo spegne un incendio con la preghiera.

 

In un’altra occasione egli abitò nell’isola del Peréo, distante circa dodici miglia da Ravenna. E lì, mentre si intratteneva con un uomo venerabile, cioè un suo discepolo di nome Guglielmo, ad un tratto le fiamme attaccarono le pareti della piccola abitazione e, levatesi in alto, cominciarono a diffondersi con violenza qua e là per il tetto.

Il santo fece subito ricorso al suo solito modo di difendersi. Anziché tirar fuori gli oggetti che erano all’interno, o scoperchiare il tetto, come si fa in questi casi, o gettare acqua in abbondanza, o affannarsi con altri tentativi per spegnere il fuoco, si limitò a pronunciare una preghiera. E immediatamente la potenza divina estinse i turbini crepitanti del fuoco.

 

 22. Romualdo ospita l’imperatore; riceve il governo dell’abbazia di Classe.

 

Fu allora che il giovane imperatore Ottone III, desiderando riformare l’abbazia di Classe, concesse ai fratelli la facoltà di eleggere liberamente chi volessero. Ed essi, subito e all’unanimità, chiesero Romualdo.

L’imperatore però si rese conto che difficilmente il beato si sarebbe lasciato convocare a corte da un messaggero. Volle pertanto andare personalmente da lui. Giunse alla sua cella verso il calare del sole. Romualdo, trovandosi a ricevere nella sua casetta un ospite tanto ragguardevole, gli offrì il suo letticciolo per il riposo. Il re però non accettò la sua coperta, giudicandola troppo ispida.

Il mattino dopo, il re lo condusse con sé a palazzo e cominciò a supplicarlo insistentemente di accettare l’abbazia. Romualdo era riluttante e si rifiutava risolutamente di dare il suo consenso alla richiesta del re. Allora il re minacciò di farlo scomunicare da tutti i vescovi e gli arcivescovi e dall’intero concilio sinodale. Ed egli, di fronte all’inevitabile, si arrese e accettò, costretto al governo delle anime. Riferiva, però, che tutto ciò per lui non era affatto una novità, ma gli era stato rivelato da Dio già da cinque anni.

E così governava i suoi monaci secondo la stretta disciplina della regola e a nessuno permetteva di allontanarsene impunemente. Si trattasse di un nobile o di un letterato, nessuno osava deviare con azioni illecite verso destra o verso sinistra o allontanarsi dalla rettitudine della diritta via della vita comune. Insomma il santo teneva gli occhi del cuore rivolti al cielo e, pur di obbedire a Dio in ogni cosa, non aveva timore di dispiacere agli uomini.

I fratelli, che egli aveva accettato di governare, si resero conto di tutto ciò quando oramai era tardi. E dapprima si scambiarono accuse per averlo chiesto come superiore. Poi si misero a denigrarlo con molte mormorazioni diffamatorie e a trafiggerlo duramente con degli scandali.

 

 23. Romualdo rinunzia al governo di Classe; mette pace fra Ottone e gli abitanti di Tivoli.

 

Quando si accorse che così la sua perfezione andava diminuendo, mentre i loro costumi scivolavano verso il peggio, Romualdo si presentò senza indugi al re e, nonostante le obiezioni di costui e dell’arcivescovo di Ravenna, sotto gli occhi di entrambi gettò a terra il pastorale e si dimise dal monastero.

Il re si trovava allora ad assediare la città di Tivoli. I cittadini avevano infatti ucciso il suo illustre duca Mazzolino e, ricorsi alle armi, avevano cacciato lo stesso re dalle loro mura. Pertanto, è indubbio che era stata la divina provvidenza a mandare lì Romualdo, il quale mediò la pace e allontanò così il pericolo che incombeva su tante anime. Fu pattuito che i Tiburtini, come segno di rispetto verso il re, avrebbero demolito una parte delle mura, avrebbero dato degli ostaggi e avrebbero consegnato in catene alla madre l’uccisore del duca. Costei poi si lasciò impietosire dalle preghiere che il santo rivolse a Dio, perdonò il delitto all’uccisore, che già aveva cominciato a far tormentare, e lo lasciò tornare incolume a casa.

 

 24. Romualdo corregge l’eremita Venerio.

 

Presso Tivoli Romualdo produsse anche un altro frutto di bene, che ritengo di non dover passare sotto silenzio. Un sant’uomo di nome Venerio aveva abitato in un primo tempo entro un monastero. La sua umiltà e la sua semplicità erano così grandi che tutti i fratelli lo deridevano con disprezzo e pensavano che fosse un pazzo privo di ragione. Chi lo prendeva spesso a pugni, chi gli tirava addosso l’acqua sporca della lavatura delle pentole, chi lo esasperava gridandogli rimproveri di ogni specie.

Considerando che non poteva conservare la sua tranquillità in mezzo a tutti quei disagi, lasciò quella compagnia e se ne fuggì in un luogo solitario. Qui viveva da sei anni, astenendosi dal vino e da qualsiasi pietanza cotta, in un regime di estrema austerità.

Romualdo gli chiese: «Sotto quale autorità ti sei posto? A chi presti obbedienza nel tuo stato di vita?». Egli rispose che era libero da ogni autorità, e che faceva quello che gli sembrava meglio. Romualdo gli disse: «Se tu stai portando la croce di Cristo, ti rimane ancora da non tralasciare l’obbedienza di Cristo. Va’, dunque, fatti dare il consenso dal tuo abate. Poi ritorna e vivi umilmente sottomesso a lui. Così l’edificio dell’opera santa, costruito dalla buona volontà, verrà eretto dall’umiltà e innalzato dalla virtù dell’obbedienza». Gli rivolse questo e molti altri ammaestramenti, gli insegnò come resistere ai propri pensieri, come respingere gli assalti degli spiriti iniqui. Così lo lasciò fortificato, istruito e pieno di zelo.

Allora, accogliendo con gioia gli ammaestramenti del santo, quell’uomo andò subito dal suo abate, ne ottenne il consenso e ritornò al più presto alla sua diletta solitudine. Volendo però abitare in un possedimento del suo monastero, se ne salì su una rupe inaccessibile agli uomini e lontana dalla loro compagnia. Qui, per quattro anni, visse solo, privo di qualsiasi conforto umano, salvo tre panini che aveva portato con sé dal monastero. Non mangiava pane, non beveva vino, non assaggiava nulla di cotto. Viveva esclusivamente di frutta e di radici. Nella rupe c’era una cavità in cui d’inverno si raccoglieva l’acqua di cui il santo si serviva per tutta l’estate.

Quando però si venne a sapere che in quel luogo abitava un servo di Dio, cominciarono ad affluire a lui molte persone, a portargli del cibo e a fornirgli tutto ciò che sembrava necessario. Lui però non aveva bisogno di nulla di tutto ciò e dava tutto ai pastori di pecore o ad altri bisognosi.

Esortato dal vescovo del luogo, acconsentì a far costruire e consacrare in quel luogo una basilica. E all’interno di questa, poco tempo dopo, egli morì. Alcune persone che lo cercavano lo trovarono chinato davanti all’altare, quasi si fosse piegato in preghiera sui gomiti e sulle ginocchia.

Qui il Signore si degnò di compiere alcuni miracoli per mezzo di lui. Così, dunque, rese frutti copiosi la buona terra, che aveva accolto dalla bocca di Romualdo il seme della Parola per poi moltiplicarlo.

 

 25. Tammo si fa monaco; anche l’imperatore promette di prendere l’abito.

 

Nelle vicinanze della predetta città, Romualdo convertì Tammo, un tedesco che, a quanto si dice, era così familiare e caro al re che l’uno stava nei panni dell’altro e, mangiando spesso insieme, le loro mani si univano su un unico piatto. Il senatore romano Crescenzio, incorso nell’indignazione del re, si era rifugiato in Monte S. Angelo e, poiché questa è una fortezza inespugnabile, si preparò con fiducia a respingere l’assalto del re.

Tammo, allora, gli prestò giuramento di fedeltà per ordine del re e così egli venne catturato e, con il consenso del papa che gli era nemico, subì la pena capitale come reo di lesa maestà. La sua moglie fu presa poi dall’imperatore come concubina. Essendosi Tammo reso complice dell’inganno e colpevole di spergiuro, Romualdo gli comandò di lasciare il mondo. E lui ne chiese subito licenza al re, che gliela concesse facilmente, anzi ne fu molto contento.

Ottone era assai benevolo verso l’ordine monastico e nutriva devoto affetto verso i servi di Dio. E quando egli ebbe confessato quel crimine, per penitenza uscì a piedi nudi dalla città di Roma e arrivò fino al monte Gargano, alla chiesa di S. Michele.

Inoltre rimase per tutta la quaresima nel monastero di S. Apollinare in Classe, con pochi accompagnatori.

Qui si dedicava come poteva al digiuno e alla salmodia. Portava sulla carne un cilicio e, sopra, indossava la porpora dorata. E, sebbene gli venisse preparato un letto con coperte splendenti, egli mortificava le tenere membra del suo corpo delicato sdraiandosi sopra una fitta stuoia di papiro. Promise anche a Romualdo di lasciare l’impero e accettare l’abito monastico. Lui, a cui erano sottoposti innumerevoli mortali, si assoggettò così al Cristo povero e, da allora, gli fu debitore di se stesso.

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