Lega cattolica per la preghiera di riparazione. Preghiere di riparazione dopo la pubblicazione di “Misericordia et misera”. Notizie e avvisi. Proseguiamo nella lettura di San Giovanni Cassiano

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Calendario tradizionale. Giovedì 24 novembre 2016. San Giovanni della Croce. Per il Martirologio clicca qui

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Gentili amici,

la c.d. lettera pastorale Misericordia et misera è l’ennesimo atto di magistero criptato, volutamente ambiguo; in questo caso però la gravità è eccezionale, perché si è voluto banalizzare il crimine abominevole dell’aborto. Siamo perciò impegnati a pregare in riparazione di questo gravissimo oltraggio al Sacro Cuore di Gesù; rinnoviamo anche le preghiere affinché il Signore doni Santi Pastori alla Sua Chiesa. Possiamo rileggere, cliccando qui, le modalità della preghiera di riparazione. È prezioso anche l’ausilio del libretto con gli Atti di devozione al Sacro Cuore e le Litanie del Sacro Cuore (clicca qui).

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Per la nostra formazione, leggiamo la seconda parte de  “L’Orazione”, Conferenza IX, tratta dalle Collationes di San Giovanni Cassiano. Il testo potrà anche essere scaricato in formato pdf cliccando qui; in tal modo potrete costituire e conservare la vostra biblioteca di letture di formazione.

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NOTIZIE E AVVISI

 I sacerdoti della Fraternità San Pio X celebrano la Santa Messa in rito antico in diverse città. Per l’elenco completo delle Cappelle in Italia e orari delle celebrazioni, clicca qui.

– Nella diocesi di Prato si celebra regolarmente la S. Messa in rito antico in latino, in seguito al Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007 nelle seguenti chiese: la chiesa dello Spirito Santo a Prato(piazza del Collegio), ogni domenica e festa di precetto ore 17.00; la chiesa di Santa Cristina a Pimonteogni domenica ore 10.00; la chiesa di San Martino a Paperino a Prato la prima domenica del mese ore 16.00 e ogni giovedì ore 7.30; la chiesa del Sacro Cuore a Prato (Via Benincasa), tutti i primi venerdì del mese ore 21.00.

 Ogni domenica e festa di precetto a Firenze, alle ore 11.00 e alle ore 19.00, nella chiesa dei Santi Michele e Gaetano, viene celebrata la Santa Messa in rito antico. Al sabato le celebrazioni sono alle ore 7.30 e 11.00 e nei giorni feriali alle ore 7.30 e 18.30.

– Ogni domenica e festa di precetto a Belluno, alle ore 8.00, nella chiesa di Santo Stefano, viene celebrata la Santa Messa in rito antico.

– In Alto Adige/Sud Tirolo viene celebrata la Santa Messa in rito antico: ogni prima Domenica al mese a Silandro in via Ospedale alle ore 18, ogni terza Domenica al mese a Bolzano in via Weggenstein alle ore 18, ogni quarta Domenica al mese a Bressanone nella chiesa Mariahilf/Zinggen alle ore 18, ogni 8 del mese nella chiesa parrocchiale a Cengles alle ore 17.

 Ogni domenica e festa di precetto a Bergamo, alle ore 9.00 e ogni venerdì alle ore 20,30, nella chiesa della Madonna della Neve, viene celebrata la Santa Messa in rito antico. Al termine della S. Messa del primo venerdì del mese, Adorazione Eucaristica e recita delle Litanie del Sacro Cuore di Gesù. Per essere aggiornati sulle celebrazioni in rito antico, cliccare su https://www.facebook.com/madonnadellanevebergamo/

–  Ogni domenica e festa di precetto a San Lorenzo, frazione di Pizzoli (AQ), alle ore 18.00, presso l’Abbazia di Sant’Equizio, viene celebrata la Santa Messa in rito antico.

– Ogni domenica e festa di precetto a Milano, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, in largo Cairoli, viene celebrata alle 10.00 la Santa Messa in Rito ambrosiano antico. Per informazioni:http://messatradizionalemilano.blogspot.it/ .

– Ogni domenica e festa di precetto, a Monza, viene celebrata la Santa Messa in rito antico alle 18.45, nella chiesa delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, via Italia 37. Per informazioni, cliccare “La Messa di sempre – Monza” . 

– Ogni primo venerdì del mese, al Priorato Madonna di Loreto, a Rimini-Spadarolo, alle ore 21, Adorazione Eucaristica notturna per riparare le offese e gli oltraggi al Sacro Cuore di Gesù.

– a Firenze, nell’Oratorio di S. Francesco Poverino, Santa Messa domenicale in rito antico alle ore 10 e tutti i venerdì, alle ore 18.30, Preghiera di Riparazione (S. Rosario, Litanie del Sacro Cuore, Atto di riparazione ed altre preci anche per impetrare l’aiuto divino alla Chiesa martire della ferocia islamica). Per informazioni: Dante Pastorelli, dante.pastorelli@virgilio.it, tel. 055.600804.

– Ogni venerdì un gruppo di fedeli si ritrova per la preghiera a Cremona. Per informazioni: Mauro Faverzani  – mauro.faverzani@gmail.com

– Ogni primo venerdì del mese viene celebrata la Santa Messa in rito antico alle 19.30 a Modena nella parrocchia dello Spirito Santo in via Fratelli Rosselli. Vi partecipano alcuni aderenti alla Lega di riparazione  secondo le intenzioni proposte dalla nostra iniziativa. Ricordiamo che nella medesima chiesa viene celebrata ogni domenica alle 17 la S. Messa (dal 2007) e, a richiesta, anche gli altri sacramenti.

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– Se altri sacerdoti fossero disposti a fare lo stesso nella zona in cui operano, ce lo facciano sapere e provvederemo a darne comunicazione.

– Ricordiamo che è possibile anche il semplice incontro tra laici che preghino secondo le intenzioni della Lega come già indicato. Anche in questo caso, sarebbe utile segnalarcelo in modo da poterne dare comunicazione. Rimane il fatto che lo strumento più efficace per la diffusione è il passaparola, che sarebbe meglio chiamare apostolato.

– Nei limiti delle nostre forze, siamo a disposizione per incontrare gli amici che intendono impegnarsi in questa impresa. Per questo, si faccia riferimento all’indirizzo di posta elettronica della Lega di riparazione, legariparazione@email.it , e troveremo il modo e il tempo per farlo.

Paolo Deotto – Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

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LETTURA DI FORMAZIONE

zsgiovannicassiano

CONFERENZA IX: L’ORAZIONE – seconda parte

tratta dalle Collationes di San Giovanni Cassiano

per scaricare il testo in formato pdf, clicca qui

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XI- L’obsecrazione

Dice l’Apostolo: “Raccomando prima di tutto che si facciano obsecrazioni”. L’obsecrazione è un’implorazione ossia una domanda dettata a causa dei peccati; per essa ognuno, ravveduto per le colpe commesse al presente o nel passato, chiede perdono.

XII- L’orazione

Le orazioni comportano certi impegni, con i quali noi offriamo, ossia, votiamo a Dio qualche cosa, ed è quello che in lingua greca si dice euché, cioè voto. Infatti, là dove in greco è detto: tàs euchàs mou tò Kuriò apodòso, in latino si legge: “Io offrirò al Signore i miei voti” , e questo, secondo la proprietà del termine, così può essere tradotto: “Io offrirò al Signore le mie orazioni”. Anche quello che leggiamo nell’Ecclesiaste: “Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo”, scrive similmente in greco: eàn eùxe euchèn tò Kuriò, vale a dire: “Se voi offrirete un’orazione al Signore, non rimandate il compierla”. E così essa sarà posta in atto da ciascuno di noi in questo modo. Noi infatti preghiamo allorché, rinunciando a questo mondo, promettiamo, una volta negati a tutte le attitudini e ai rapporti con il mondo, di servire il Signore con tutta la dedizione del cuore. Noi preghiamo, allorché, dopo aver disprezzato gli onori del secolo e rinunziato alle ricchezze terrene, aderiamo al Signore con tutta la contrizione del cuore e con la povertà di spirito. Noi preghiamo, allorché promettiamo di coltivare per sempre una purissima castità del corpo e un’incrollabile pazienza, o anche quando facciamo voto di sradicare dal nostro cuore le radici dell’irascibilità e della tristezza, che è una causa di morte. Se noi poi, abbandonandoci all’ignavia e ritornando agli antichi vizi, non adempiremo le nostre promesse, diverremo colpevoli per non aver tenuto fede a quelle stesse nostre promesse e ai nostri voti, al punto che si dirà di noi: “Era meglio non fare voti piuttosto che fare voti e poi non mantenerli”. Tale sentenza si può esprimere così secondo la lingua greca: “È meglio non pregare piuttosto che pregare e poi non mantenere”.

XIII- La supplica

Al terzo posto sono poste le suppliche, quelle che noi, nel fervore dello spirito, siamo soliti presentare anche per gli altri, sia che le nostre richieste tengano presenti i nostri familiari oppure si estendano alla pace di tutto il mondo, come pure, tanto per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, noi eleviamo suppliche “per tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che stanno al potere”.

XIV- Il ringraziamento

Al quarto luogo sono poste le azioni di grazia, quelle che l’anima esprime al Signore con ineffabile impeto, allorché ricorda i benefici ricevuti da Dio nel tempo passato, oppure quando pone mente a quali e quanto grandi favori Iddio intende concedere nell’avvenire a coloro che lo amano. Ed è pure con questa stessa disposizione che talora vengono espresse preghiere più abbondanti, allorché il nostro spirito, considerando con occhi purissimi i premi riservati ai santi nella vita futura, si sente animato a dirigere a Dio, con immensa gioia, grazie ineffabili.

XV- Si discute se queste specie di preghiera siano necessarie tutte insieme e per tutti, oppure ognuna singolarmente e successivamente per ciascuno, a parte.

Da coteste quattro specie nascono solitamente occasioni di larghe suppliche. Infatti dalla specie dell’obsecrazione, la quale è originata dalla compunzione dei peccati e dalla disposizione dell’orazione, che a sua volta nasce dalla fiducia nell’emissione dei voti e del loro compimento in base alla purità della coscienza, come pure dalle suppliche, originate dall’ardore della carità, e dalla gratitudine, generata a sua volta dalla considerazione dei benefici di Dio, della sua grandezza e dalla sua pietà, è da allora, ripeto, che noi rimaniamo convinti che prendono vita molto spesso ferventissime e infuocate preghiere al punto che appare evidente come tutte le specie di preghiera da noi fin qui richiamate riescano utili a tutti gli uomini, tanto che in un solo e medesimo individuo la variazione intesa ora delle obsecrazioni, ora delle orazioni, ora delle domande, produrrà sincere e frequentissime suppliche. E tuttavia la prima specie (le obsecrazioni) sembra convenire maggiormente ai principianti, poiché essi sono ancora presi dal rimorso e dal ricordo dei loro vizi; la seconda (le orazioni) sembra adatta a coloro che si sono già assicurati, per l’effetto del loro progresso spirituale e per il conseguimento delle virtù, una certa elevatezza del loro spirito; la terza (la domanda) è adatta a coloro, i quali, adempiendo alla perfezione le esigenze dei loro voti, sono indotti a intervenire in favore degli altri, in considerazione della loro fragilità, stimolati, come si sentono, dall’impulso della carità; la quarta è adatta per coloro i quali, dopo avere ormai repressa nel loro cuore la spina punitrice della loro coscienza, divenuti sicuri, si dedicano ormai con mente purissima alla considerazione della generosità del Signore e alle misericordie da Lui concesse nel passato e che Egli elargisce nel presente e prepara per il futuro, e così si sentono attratti con cuore ferventissimo a quella preghiera infuocata che dalle parole non può essere né compresa né espressa.

Talora però l’anima, una volta stabilitasi in quell’autentico grado di purezza, e in esso inizialmente radicatasi, raccogliendo nel loro insieme tutte quelle forme di preghiera e trascorrendo dall’una all’altra alla maniera d’una fiamma inafferrabile e vorace, suole rivolgere a Dio preghiere d’un vigore purissimo; lo Spirito Santo, intervenendo a sua volta, le rivolge a Dio a nostra insaputa; l’anima concepisce allora, in quell’unico momento, ed effonde con ineffabile profusione suppliche così ardenti, quante in altro tempo la mente non saprebbe ripetere, non dico a parole, ma nemmeno nel ricordo. Può perciò accadere talora che qualcuno, in qualunque grado venga a trovarsi, si ritrovi nella condizione di emettere preghiere pure e intense, poiché, pur essendo egli nel primo e umile grado della vita spirituale, il grado che si estende nel timore del giudizio finale, proprio allora egli venga sorpreso dalla compunzione del cuore al punto da sentirsi nel pieno dell’impeto della obsecrazione con non minore alacrità di chi invece, per la purezza del suo cuore, contemplando ed esaminando la magnificenza di Dio, si senta invaso da una gioia ineffabile. E in realtà, secondo la sentenza stessa del Signore, egli comincia ad amare di più, perché riconosce che gli è stato perdonato di più.

XVI- Quale forma di preghiera dobbiamo preferire?

E tuttavia noi dobbiamo adeguarci di preferenza, in vista del progresso della nostra vita e del raggiungimento delle virtù, a quella specie di preghiera, la quale viene effusa con la contemplazione dei beni futuri e anche con l’ardore della carità, oppure, o con certezza, tanto per parlare più umilmente e secondo la misura dei principianti, attenerci alla preghiera destinata al progresso delle virtù ordinarie e all’estinzione d’ogni vizio. In casi diversi infatti noi non potremmo in alcun modo giungere a specie di preghiera più elevate, di cui abbiamo in precedenza fatta parola, a meno che la mente non progredisca lentamente e gradatamente attraverso l’ordine di queste nostre domande.

XVII- Delle quattro specie di preghiera offerte dall’esempio di Nostro Signore

Queste quattro specie di orazione così formulate il Signore stesso si è degnato, col suo esempio, di insegnarcele, così designandole, sicché anche in questo Egli compì quanto di Lui è detto: “Gesù cominciò a fare e ad insegnare tutto questo”. Infatti così Egli prese ad osservare la specie dell’obsecrazione: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice”. Valga anche quello che, in rapporto alla sua persona, si legge nel Salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Vi sono altri passi, simili a questi, ed è preghiera anche questa, allorché Egli così si esprime: “Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare”. Ed ecco un altro testo: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità”. Si ha una domanda, allorché Egli così prega: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dati, siano con me, dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai data”, come pure: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Il ringraziamento è così da Lui espresso: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”. E ancora: «Padre, ti ringrazio, perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre tu mi dai ascolto”. E tuttavia, sebbene il Signore stesso abbia dichiarato il dovere di offrire le quattro specie di preghiera distintamente e in momenti diversi secondo il modo da noi in precedenza indicato, nondimeno il Signore ha pure dimostrato che quelle forme si possono esprimere anche con una supplica perfetta, e lo ha enunciato col suo esempio per mezzo di quella continuata preghiera da Lui stesso pronunciata, quella che noi leggiamo verso la conclusione del vangelo di Giovanni ad E poiché sarebbe troppo lungo ripercorrere tutto questo testo, ogni diligente lettore potrà persuadersi di questa certezza anche solo consultando direttamente il testo ora da noi richiamato. Ad ogni modo anche l’Apostolo, nella sua lettera diretta ai Filippesi, pur mutando l’ordine succedentesi delle vane specie d’orazione, dichiarò molto espressamente che talvolta quelle preghiere dovrebbero essere elevate tutte insieme sotto l’impulso di una identica supplica. E così egli scrive: “In ogni promessa e obsecrazione le vostre domande siano presentate a Dio con azioni di grazie”. Con questo ammonimento egli volle farci intendere in modo del tutto particolare che nell’orazione e nell’obsecrazione, l’azione di grazie dev’essere aggiunta alla domanda.

XVIII- La preghiera del Signore

Tali specie di suppliche saranno seguite da una disposizione dell’animo ancora più alta e soprannaturale, confermatasi a sua volta in vista della contemplazione del solo Dio e dell’ardore della carità, per la quale la mente, appena libera e proiettata in avanti, parla con pietà particolare con Dio come col proprio padre. E che poi per noi sia un dovere quello d’aspirare ad acquistare un tale stato del nostro animo, ce lo indica la formula della preghiera dettata dal Signore, che così appunto si esprime: “Padre nostro”. E allora, poiché noi confessiamo con la nostra stessa voce che nostro Padre è Dio, signore dell’universo, noi ammettiamo pure con certezza di essere stati liberati dalla condizione della schiavitù e di essere stati ammessi nell’adozione di figli, tanto è vero che subito vi si aggiunge:  “che sei nei cieli”.  Il fine di questa preghiera è appunto quello di farci disprezzare con ogni orrore la dimora della vita presente, per la quale noi abbiamo in questa terra come in un luogo straniero che ci separa tanto lontano dal nostro Padre, e così dovremmo preferire il raggiungimento di quella regione, in cui confessiamo che risiede il Padre nostro, in modo da prepararci a questo fine con sommo desiderio, senza permetterci nulla di quello che, rendendoci indegni della nostra professione e della nobiltà di un’adozione così grande, e privandoci, perché indegni, dell’eredità paterna, ci obblighi ad incorrere nell’ira della sua giustizia e della sua severità. Una volta immessi in quest’ordine e grado di figlio, noi ci infiammeremo ben presto della pietà tutta propria dei buoni figli, tanto da coltivare tutto il nostro affetto, non già per soddisfare le nostre voglie, ma per la gloria del nostro Padre, dicendo a Lui: “Sia santificato il tuo nome”, e così testimoniare che il nostro desiderio e la nostra gioia sono la gloria del nostro Padre. Saremo insomma imitatori di colui che disse: “Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia”. Anche Paolo, vaso di elezione, ripieno com’egli è di quell’affetto, desidera divenire anatema, separato da Cristo, pur di vedere acquistata a lui una grande famiglia e accresciuta per la gloria del Padre suo la salvezza di tutto il popolo di Israele. Egli desidera morire per Cristo, sicuro com’egli è, perché è certo che nessuno può morire in vista della vera vita. Perciò egli afferma: “Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti”. Quale meraviglia può esservi allora, se il vaso di elezione desidera divenire anatema e separato da Cristo proprio per la gloria di Cristo, per la conversione dei suoi fratelli e la salvezza dei gentili così privilegiati, dato che perfino il profeta Michea preferì divenire bugiardo e privato dell’ispirazione dello Spirito Santo, purché al popolo giudaico fossero risparmiate le piaghe e le rovine da lui predette? Così infatti egli afferma: “Volesse Dio che io fossi un uomo, in cui non risiedesse lo Spirito, e così pronunciassi menzogne”.  E lasciamo pur da parte l’aspirazione dell’autore della Legge (mosaica), il quale non ricusò di soccombere unitamente ai suoi fratelli, qualora fossero condannati a perire, e così si espresse: “Ti prego, Signore; questo popolo ha commesso un grande peccato; ed ora perdona loro questa colpa, oppure, se non perdoni, cancellami dal tuo libro, che hai scritto”. Ed ecco le parole seguenti: “Sia santificato il tuo nome”: esse potrebbero benissimo essere intese anche nel senso che Dio è santificato dalla nostra perfezione. Rivolgendoci infatti a Lui e dicendo: “Sia santificato il tuo nome” con tali parole noi intendiamo dire questo: rendici in grado, o Padre, di comprendere quanto sia grande la tua santità o almeno di meritare di comprenderla, o anche fa’ in modo che la tua santità sia manifesta per effetto della nostra vita spirituale. È allora che tutto questo si adempie efficacemente in noi, allorché “gli uomini vedono le nostre opere buone e rendono gloria al Padre nostro che è nei cieli”.

XIX– « Venga il tuo regno »

Con la seconda domanda del Pater Noster, l’anima purissima esprime il desiderio che venga presto il regno di Dio suo Padre. Qui si può intendere in primo luogo quel regno che Gesù Cristo fonda ogni giorno nell’anima dei santi.

Ecco come quel regno si stabilisce: quando il demonio è stato cacciato dal nostro cuore, unitamente ai vizi coi quali lo corrompeva, Dio entra in noi come un re e nello stesso tempo sparge nell’anima il buon odore della virtù. Vinta ormai la fornicazione, la castità incomincia a regnare; superata l’ira, la pace ne prende il posto; calpestata e schiacciata la superbia, l’umiltà incomincia a regnare.

Ma si può anche intendere quel regno che è stato promesso – per il tempo stabilito da Dio – a tutti i perfetti, a tutti i figli di Dio. A quel tempo Cristo dirà: « Venite, benedetti dal Padre mio; possedete il regno che fu preparato per voi fin dall’origine del mondo ». L’anima guarda con occhi desiderosi e attenti quel regno, lo brama, lo aspetta, e intanto dice: « Venga il tuo regno ». Sa, per testimonianza della propria coscienza, che appena quel regno si mostrerà ne diventerà partecipe. Non c’è invece alcun peccatore che possa osare di pronunciar quelle parole o di formulare un simile voto. Non vuole infatti vedere il tribunale del giudice colui che dal giudizio non si ripromette né palma né corona, come compenso per i suoi meriti, ma sa che incontrerà un giusto castigo.

XX– « Sia fatta la tua volontà »

La terza domanda dei figli del Padre è questa: « Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra ». Non ci può essere una preghiera più bella di quella che desidera la terra fatta uguale al cielo. Che cosa significa infatti la domanda « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra », se non che gli uomini siano simili agli angeli? Come quegli spiriti beati fanno in cielo la volontà divina, così si desidera che gli uomini, in terra, facciano la volontà di Dio e non la propria.

Una preghiera di tal genere potrà liberarla dal profondo del cuore colui che crede aver Dio disposto tutte le cose di questo mondo per il nostro bene: gioie e dolori. Chi prega così deve credere che la Provvidenza divina ha più sollecitudine per la salvezza e il bene di coloro che ad essa si affidano, di quel che non siamo solleciti noi per noi stessi. Ma questa stessa domanda si potrebbe anche intendere nel senso che Dio ci vuole tutti salvi, secondo la parola nota di san Paolo: « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità ». Di questa volontà salvifica parla anche il profeta Isaia in persona dell’Eterno Padre: « Ogni mia volontà sarà adempiuta ». Perciò, quando diciamo: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra », è come se dicessimo, con altre parole: « Come quelli che sono in cielo, così tutti coloro che sono in terra, si salvino, o Padre, per la conoscenza del tuo nome! »

XXI- Il pane soprassostanziale o quotidiano

Vien poi la domanda: « Dacci oggi il nostro pane Epiùsion, cioè soprassostanziale », oppure (secondo un altro evangelista) « il nostro pane quotidiano ».

Il primo aggettivo, « soprassostanziale », indica la nobiltà e la preziosità del nostro cibo; nobiltà e preziosità che lo pongono al di sopra di ogni sostanza e gli fanno superare in grandezza e santità tutte le creature. Il secondo aggettivo indica l’uso che bisogna farne e la sua utilità. Il termine « quotidiano » significa che senza questo pane noi non possiamo vivere neppure un giorno della nostra vita spirituale. La parola « oggi », « dacci oggi », indica che bisogna nutrirsene tutti i giorni: non basterebbe averlo ricevuto ieri, se non ci fosse dato anche oggi.

Il bisogno quotidiano che noi abbiamo di questo pane c’insegna a rivolgere continuamente a Dio questa preghiera. Non c’è infatti un sol giorno in cui non sia per noi necessario mangiare questo pane per fortificare il cuore del nostro uomo interiore.

Tuttavia la parola « oggi » si può intendere anche in riferimento alla vita presente. Allora la domanda prende questa forma: « Finché siamo in questo mondo, donaci questo pane. Sappiamo bene che lo donerai anche nel regno eterno a coloro che l’avranno meritato, ma noi ti preghiamo di donarcelo fin d’ora, perché chi non l’avrà ricevuto in questa vita, non potrà esserne partecipe neppure nell’altra ».

XXII- « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».

« Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».

O clemenza ineffabile di Dio! Non solo ci ha dato in questa domanda un modello di preghiera; non solo ha stabilito una regola di comportamento a lui accetto; non solo attraverso la formula con la quale vuole essere continua- mente pregato – ci strappa dal cuore le radici dell’ira e della tristezza, ma presenta un’occasione, apre una via a fare su di noi un giudizio misericordioso. Dio ci dà in certo modo la possibilità di addolcire la sua sentenza, di obbligarlo al perdono con l’esempio pratico della nostra indulgenza. Gli diciamo infatti: « Perdona a noi, come noi perdoniamo agli altri ».

Basandosi fiducioso su questa preghiera, domanderà perdono con la certezza di essere esaudito chiunque si sarà dimostrato remissivo verso i suoi debitori. Si noti bene la parola: « verso i suoi propri debitori », non verso quelli del Signore. Dico questo perché molti di noi sono soliti (cosa veramente insopportabile) dimostrarsi dolci e indulgenti quando si tratta di offese fatte a Dio, anche se sono gravissime. Ma quando le offese toccano noi; allora vogliamo la riparazione con severità inflessibile. È certo però che chiunque non avrà perdonato dal profondo del cuore le offese ricevute dal fratello, recitando questa domanda del Pater, attirerà su di sé la condanna e non il perdono: egli infatti chiederà un giudizio più severo proprio perché dirà: « Perdonami, Signore, come ho perdonato io ». Se sarà trattato come suona la sua domanda, che altro gli toccherà se non una punizione implacabile e una sentenza irreformabile? Dunque, se vogliamo essere giudicati benignamente, vediamo di essere anche noi benigni verso coloro che ci hanno recato qualche offesa.

Molti tremano a questo pensiero; perciò, quando il popolo raccolto in chiesa recita coralmente il Pater Noster, lasciano passare questa domanda senza dirla, per paura di condannarsi (e non di giustificarsi) con la loro stessa bocca. Ma non si accorgono che queste sottigliezze sono sciocche di fronte al divin Giudice? Il suo giudizio non si sfugge: egli ha voluto far capire in anticipo, a coloro che lo pregano, come li giudicherà. Perché non vuole essere severo verso di noi egli ci ha rivelato la regola del suo giudizio, affinché noi giudichiamo i fratelli – quando hanno commesso qualche cosa contro di noi – come noi stessi desideriamo essere giudicati da lui. « Il giudizio sarà senza misericordia per colui che non ha usato misericordia ».

XXIII- « Non c’indurre in tentazione »

La domanda che viene ora: « non c’indurre in tentazione », fa nascere una questione difficile. Se preghiamo per non essere messi alla prova, come si dimostrerà che c’è in noi la virtù della costanza? Sta scritto infatti: «Chi non è stato tentato, non è stato provato ». E non è anche detto: « Felice l’uomo che sopporta la tentazione»?

Pertanto la domanda: « Non c’indurre in tentazione », non significa: non permettere che siamo tentati; significa invece: non permettere che, quando la tentazione ci coglie, siamo da essa superati. Giobbe, per esempio, fu tentato, ma non fu indotto in tentazione, perché non accusò Dio di mancare di sapienza, né si lasciò trascinare alla bestemmia. Fu tentato Abramo, fu tentato Giuseppe, ma nessuno dei due fu indotto in tentazione, perché nessuno acconsentì al tentatore.

Viene poi l’ultima domanda: « Ma liberaci dal male ». Vale a dire: non permettere che noi siamo tentati dal diavolo al disopra delle nostre forze, ma «con la tentazione procuraci la via d’uscita, onde possiamo sopportarla».

XXIV- Non dobbiamo domandare nulla in più di quanto è compreso in questa orazione del Signore

Voi dunque potete ora vedere quale sia la forma dell’orazione, per mezzo della quale lo stesso giudice dispose d’essere pregato: in essa non è contenuta nessuna domanda di ricchezze, nessun’aspirazione alle dignità, nessuna pretesa di potere e di potenza, nessun accenno alla sanità del corpo e alla vita temporale. Egli infatti esige che a Lui, creatore dell’eternità, nulla sia domandato che sappia di fugace, di interessato, di temporale. Ne segue allora che gli infligge una gravissima ingiuria chiunque, messe da parte le domande che importano valori eterni, preferisce chiedergli qualche dono di valore transitorio e peribile, e così rischia di incorrere, con la sua preghiera interessata, più in un’offesa che non nella propiziazione del giudice.

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3 commenti su “Lega cattolica per la preghiera di riparazione. Preghiere di riparazione dopo la pubblicazione di “Misericordia et misera”. Notizie e avvisi. Proseguiamo nella lettura di San Giovanni Cassiano”

  1. giorgio rapanelli

    Ho una iniziale corrispondenza con il professore Pastorelli, che troviamo alla preghiera di Riparazione presso l’Oratorio di San Francesco Poverino di Firenze. Non siamo d’accordo su alcune cose. Egli parte dalla Fede e io parto dalla Conoscenza. Però giungiamo al Cristo, comunque. La Preghiera di Riparazione è quel sistema nascosto che crea fantastici risultati. Guai se non esistesse. Il laicista si chiede come può avvenire ciò? Perché quelle recluse nei monasteri della clausura vengono definite dalla Teosofia come parafulmini della società? Credo che ognuno ha un ruolo adatto a se stesso nell’esercito del Cristo. Tutti sono importanti. Ciò che conta è che il ruolo di ciascuno vada nella direzione giusta e unitaria, sulla traccia del Vangeli e del dogma.

  2. Splendido insegnamento: tutto questo un cattolico ben formato dovrebbe già saperlo e metterlo in pratica! In un modo adeguato, in tempi preconciliari venivano insegnate queste stesse cose già ai fanciulli che si preparavano alla prima Comunione…

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