Al Ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, qualche settimane fa è stato impedito di parlare al Salone del Libro di Torino. Gruppi di fanatiche femministe, assieme a esaltati eco-vandali, hanno assaltato e occupato la sala con strepiti e insulti ai partecipanti, impedendo la conferenza. La polizia, ben presente, non è intervenuta, sembra su indicazione dello stesso ministro, per evitare incidenti. Il direttore del Salone, tra l’altro in scadenza di mandato, Nicola Lagioia, anch’egli presente all’atto di violenza, non solo non ha fatto nulla per impedirlo, ma lo ha giustificato (“io capisco che le donne si sentano minacciate”). La sua sola reazione è stata quella di attaccare un deputato della maggioranza di governo che gli contestava la sua colpevole acquiescenza rispetto alla violenta censura.

La nuova direttrice del Salone, Annalena Benini non promette bene: ha affermato che, al posto di Lagioia, si sarebbe comportata allo stesso modo. D’altronde, qualcuno si ricorderà come il Salone si arrogò alcuni anni fa il diritto di cacciare un editore, Altaforte Edizioni, a stand già pagato e a inviti già spediti, accusandolo di “essere fascista”. Ultimo evento: lo stand delle edizioni librarie del sindacato di destra UGL è stato devastato da attivisti di sinistra con danni notevoli alle strutture, al materiale informativo e ai computer.

Come spiegare queste aggressioni e innumerevoli altre che continuano a susseguirsi, a dire il vero non solo in Italia? Certo, la sopraffazione è profondamente, e da sempre, connaturata alla natura, al modus operandi e alla sub-cultura della sinistra. Tuttavia è possibile pensare che questa sequela di violenze sia anche un’altra cosa: la prosecuzione dell’egemonia culturale con altri mezzi. O meglio, lo strumento “di ultima istanza” di questa egemonia culturale della sinistra.

Quando qualcosa sfugge alla sistematica occupazione di tutti gli spazi da parte del goscismo più prevaricatore, quando la polizia del pensiero non riesce a spegnere qualche fiammella d’indipendenza che ancora si accende qua e là sul campo culturale, ecco che intervengono gli sprangatori delle idee “non conformi” e di chi se ne fa portatore e impongono l’egemonia culturale con la violenza, la sopraffazione, la censura più becera. Sì, la violenza esercitata al salone del Libro di Torino è una delle forme, e neppure la più estrema, dell’egemonia culturale della sinistra: antifascista, antirazzista, liberal, anticristiana, femminista, abortista, ecologista, wokista e così via.

Cos’è questa egemonia culturale? Possiamo definirla il dominio della sinistra, spesso brutale e censorio, su tutti gli spazi della società che possono modellare le idee collettive, il sentire comune, definire ciò che è decente e accettabile e ciò che non lo è. Un dominio che ha raggiunto un grado di pervasività così granulare che mai si era visto nella storia culturale italiana: la scuola, l’università, le case editrici, i testi scolastici, i premi letterari, le mostre librarie, le fondazioni culturali, la stampa tutta o quasi, l’informazione televisiva, le fiction di ogni genere, il cinema, gli spot pubblicitari, le radio e poi la magistratura, i sindacati, le cooperative rosse, i centri sociali, le associazioni ecologiste-animaliste, le lobby omosessualiste-genderiste, quelle eutanasiche e abortiste.

Gli officianti di questa opprimente egemonia e dei suoi riti sono quegli intellettuali che rappresentano l’élite del ceto dominante, più importanti ancora dei politici progressisti: direttori dei grandi giornali e delle tv di regime, accademici onnipresenti nei salotti televisivi e no, scrittori vincitori a rotazione dei grandi premi letterari, direttori editoriali delle case editrici, grandi registi, persino qualche alto prelato bergogliano, modernista ed ecumenista. Costoro si conoscono tutti, si invitano a vicenda ai convegni, si scambiano le prefazioni dei loro libri e si auto-incensano l’un con l’altro (salvo tirarsi coltellate sotto il tavolo). La loro super-classe si alimenta per cooptazione, ma ovviamente se non sei di sinistra puoi essere bravo quanto vuoi, ma non entri. 

L’egemonia culturale non è qualcosa che riguarda solo gli strati alti e presunti “colti” della società: riguarda, quotidianamente, tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Egemonia culturale è quando i genitori devono controllare il linguaggio di tutti i giorni: se sfugge loro di dire “negro”, il bambinetto, plagiato a scuola da maestrine dalla penna rossa intinta nel veleno dell’oikofobia, li redarguisce con un: “ma allora siete razzisti” (il fatto è vero). Egemonia culturale è quando, se vuoi trovare delle famiglie normali nelle fiction televisive (di tutti i canali), devi tornare a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello se non alla tv di Carosello. Egemonia culturale è quando persino gli spot pubblicitari ci presentano spesso coppie di omosessuali e coloured di ogni sfumatura. Egemonia culturale è quando studenti liceali vengono puniti e sospesi perché hanno educatamente contestato la vulgata resistenziale e antifascista onnipresente nelle lezioni di storia. Egemonia culturale è quando vengono cambiati i nomi delle vie o delle scuole perché i precedenti “intestatari”, pur illustri, avevano qualche legame con il fascismo. Egemonia culturale è quando, in una scuola media di Sassuolo, la direzione espone nei corridoi manifesti inneggianti all’omosessualismo e all’aborto. Egemonia culturale è quando personaggi come Roberto Saviano e Mario Tozzi intimano alle televisioni di non invitare a trasmissioni e dibattiti i molti scienziati e ricercatori che sono scettici sull’origine antropica dei presunti cambiamenti climatici.

E si potrebbe continuare per pagine e pagine: l’egemonia culturale è intorno a noi e spesso, purtroppo, anche dentro di noi. Infatti, dopo decenni di questa egemonia (ma perché non la chiamiamo dittatura?), anche il “sentire comune” di moltissimi è cambiato: oggi certe idee non sono solo censurate, in qualche caso persino penalmente, ma sempre più spesso anche auto-censurate, auto-bloccate al loro nascere da un automatico “pseudo-pudore” ideologico inoculatoci in decenni di avvelenamento e che ormai abbiamo interiorizzato.

Di più: la sinistra, scrive Marco Tarchi, è riuscita a imporre “l’idea di fondo che al proprio versante appartenga tutto ciò che si può considerare positivo, in una parola, il Bene, mentre tutto ciò che le è estraneo è il Male: è rozzezza, è stupidità, è malvagità”. Non per nulla in molti esponenti della destra, politica e/o intellettuale, sembra albergare una sorta di complesso d’inferiorità, di disagio ideologico nei confronti degli avversari, che produce talvolta un implicito, forse inconsapevole, desiderio di piacere e compiacere, di dimostrare a “quelli di sinistra” che “no, noi non siamo come ci descrivete, noi siamo buoni, simpatici, antifascisti, antirazzisti e vogliamo bene alla NATO e a Zelensky”.

Di qui la resa, parziale o totale, riguardo a molte posizioni considerate, anche solo qualche anno fa, irrinunciabili. Com’è capitato nella storia, si è talvolta rinunciato ai propri valori identitari in nome della conquista del potere con il risultato di perdere non solo i valori e l’identità, ma anche, nel lungo periodo, il potere. Non basta vincere le elezioni, se poi il corpaccione della società civile rimane sotto il dominio degli occupanti di sinistra, se i veleni ideologici liberal continuano ad avere libero corso, a infettare le coscienze e a negare la realtà.

Riguardo all’egemonia culturale della sinistra, che possiamo definire subculturale se non anticulturale, considerata la cancel culture scatenata contro tutta la nostra memoria politica, storica, letteraria, persino scientifica, talvolta si ha l’impressione che sull’altro versante politico ci sia un’incomprensione, o una sottovalutazione, dell’ampiezza, della profondità e dell’invasività di questa egemonia. Non solo: si tende a ignorare la direttrice strategica gramsciana riguardo alla conquista del potere politico che deve passare per l’imposizione, alle coscienze e al sentire comune, delle ideologie progressiste e antifasciste come “valori” normali e non rifiutabili, pena la delegittimazione, la condanna pubblica, la censura.

Questa conquista delle coscienze necessita, per essere attuata, del pieno dominio di tutte le “agenzie datrici di senso” che danno forma alle idées reçues accettate come “normali”, quindi l’occupazione manu militari di quella “catena di fortezze e casematte”, come la definiva Gramsci, che è la società civile nelle sue espressioni istituzionali e no che abbiamo già citato: la scuola, l’università, i media, le case editrici e così via.

In altri termini, non sembra che la destra, o le destre, si siano mai poste organicamente e continuativamente il problema di elaborare una strategia per la liberazione della Cittadella del Potere Culturale dalla feroce occupazione della sinistra in tutte le sue forme. Solo come esempi, reti informali e solidali di professori che promuovano la crescita di talenti “non conformi” nell’ambito della docenza nei licei e nell’università; il supporto alla pubblicazione e diffusione di testi scolastici non inquinati dalle menzogne della sinistra, la penetrazione nelle grandi case editrici, nelle giurie dei premi letterari. Esistono migliaia di biblioteche, pubbliche e scolastiche: perché non fare in modo e controllare che anche libri di destra abbiano il dovuto spazio?

Potremmo continuare con decine di altri esempi. Lo sappiamo: la Cittadella è ben munita e fortificata e la “vigilanza” del potere opprimente. Però da qualche parte dobbiamo pur cominciare. Non solo: occorre creare, o consolidare, piccoli centri di contro-potere, “zone liberate” dalle quali operare. Sempre come esempio: vi sono nell’area della destra molte piccole e coraggiose case editrici, sia nuove, sia “storiche”, che pubblicano o ripubblicano testi interessanti, utili fonti di controinformazione e di disintossicazione. Perché non vengono aiutate da nessuna delle “nostre” istituzioni a crescere, a farsi conoscere, a commercializzare i loro testi?

Ancora. Sono molte le Regioni e migliaia i Comuni governati dal centro-destra. Non trovate scandaloso che solo in pochissimi casi gli Assessorati alla Cultura di questi enti locali promuovano convegni, pubblicazioni, conferenze, presentazioni e mostre di libri ispirati ai valori delle destre di varia natura e origine? Ci provò, anni fa, l’indimenticato Marzio Tremaglia assessore alla cultura della Regione Lombardia che ci lasciò giovanissimo dopo una grave malattia. Con poco, fece moltissimo: convegni, pubblicazioni, mostre. Dimostrò che la dittatura culturale della sinistra poteva essere, se non vinta, almeno incrinata.        

Certo, ci mancano persone del valore e dello spessore di un Marzio Tremaglia o di un intellettuale come Alfredo Cattabiani, che rilanciò con Rusconi Editore la cultura “alta” di destra, pubblicando, con successo editoriale, autori come Mircea Eliade, J.R.R. Tolkien, Cristina Campo, Carlo Alianello, René Guénon, Hans Sedlmayr e molti altri. Però molte cose possono essere fatte, o tentate, subito e con buone speranze di successo. A destra vi sono varie Fondazioni (alcune, che non citiamo per pudore, ben finanziate). Attività svolte? Solo qualche saltuaria autocelebrazione.

Se questa è la situazione, parrebbe giustificato il pessimismo di Marcello Veneziani: “…non esiste e non può esistere un’egemonia culturale della destra. Non ne ha il carattere, non ha i numeri e gli esponenti, non ha la forza, non ne ha l’indole e non ha nessuna strategia organica all’opera.” Anche se è vero, questo non legittima l’attuale, sostanziale resa senza condizioni. Tra l’altro, l’opinione di Veneziani coincide paradossalmente con quella della sinistra. Scrive il sinistrissimo quotidiano “Domani”: “Dopo aver occupato con le poltrone dei direttori di Rai, Biennale e musei, serviranno i contenuti. Ma scrittori, architetti, registi non votano Meloni.” C’è della presuntuosa arroganza in questa affermazione, un disprezzo antropologico: “noi siamo noi e voi non siete un c…o”. Per costoro la destra non deve neppure osare di percorrere qualche metro sul red carpet della cultura. 

Ancora un esempio: le recenti nomine in RAI. Ci fa piacere per i nominati, ammesso che siano veramente di destra (qualcuno lo è, probabilmente). Permetteteci di provocare: che nessuno osi dire “basta che siano bravi”. Ci viene in mente la confessione di un vecchio barone universitario: “Noi sceglievamo come assistenti gli studenti migliori, i nostri colleghi di sinistra solo gli studenti di sinistra. Dopo trent’anni l’Università è quasi totalmente in mano loro e il livello accademico è semplicemente deplorevole.”

Non basta che questi nominati, presunti di destra, occupino poltrone nei Consigli di Amministrazione, nelle direzioni di rete o di TG (è già successo in passato) se le cose non cambiano anche a livello sottostante, a livello di giornalismo operativo e trasmesso, di tendenze politiche e di programmi. E in passato, nulla è cambiato: la propaganda di sinistra è proseguita anche con direttori di rete presunti di destra. Ci fa piacere se i nominati “di destra” verranno premiati con buoni stipendi, ma non ci basta.

Provochiamo ancora: è troppo pretendere di avere telegiornali “di destra”, programmi “di destra”, ricostruzioni storiche “di destra”, talk show “di destra”? E lasciamo perdere, per ora, cosa voglia dire “di destra”. Possiamo pretendere di vedere fiction e film quantomeno non di sinistra? Non ce ne sono? Che si producano. “Loro” hanno occupato spudoratamente la RAI (e non solo) per decenni. Persino i documentari naturalistici trasudano propaganda eco-sinistrorsa. Proseguiamo con la provocazione: esigiamo una compensazione, esigiamo un’occupazione manu militari, un feroce spoil system, come quello attuato da “loro”. Esageriamo? A noi pare il minimo.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, con un prestigiosissimo curriculum accademico e giornalistico, che da giovane è stato militante del Fronte della Gioventù e consigliere circoscrizionale del MSI, ha dichiarato: “Non vogliamo sostituire un’egemonia culturale con un’altra”. Che spirito di liberale tolleranza, di educata moderazione, di bon ton istituzionale: “Signori inglesi, sparate voi per primi”. Certo, c’è dell’ipocrisianell’affermazione, considerata purtroppo l’improbabilità, sul breve periodo, di questo Grand Remplacement culturale. Però, così facendo, vinceranno sempre loro. Recuperiamo un po’ di sana barbarie. Tanto, per “loro”, noi saremo sempre, qualunque cosa noi si dica o si faccia, quelli brutti, sporchi e cattivi. E allora tanto vale esserlo davvero.

Il nostro amato Joseph de Maistre predicava, molto cristianamente, che la Contro-Rivoluzione non deve essere una Rivoluzione uguale e contraria, ma il contrario della Rivoluzione. Parafrasandolo rispetto all’argomento in questione, ci permettiamo di contraddirlo e assieme a lui anche il Ministro della Cultura. Noi vogliamo, esigiamo un’egemonia culturale uguale e contraria, non il suo contrario. Ci vorranno decenni? Bene, incominciamo a costruirla. Ce lo siamo meritati.

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