Leggere la vita a qualcuno

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Mentre stavo facendo ricerche bibliografiche mi sono imbattuto in un articolo di Italo Calvino scritto nel marzo del 1985 su La Repubblica. Recensiva l’allora ultimo libro di Primo Levi nel quale erano raccolti suoi brevi interventi a carattere enciclopedico pubblicati su alcuni giornali, in particolare su La Stampa di Torino.

Un pezzo ha attirato la mia attenzione e acceso la curiosità: La [storia] più inaspettata, quella dell’espressione d’uso colloquiale nell’Italia settentrionale “leggere la vita” a qualcuno, nel senso di dirgli in faccia tutto quel che si merita. (Credo che questo sia il vero significato della frase e non quello di “sparlare, spettegolare” che ne dà Levi, il quale dice d’averla sentita usare solo in ambito femminile e mai in prima persona; posso assicurargli che, almeno in Liguria, è frequente sentire un uomo dire “gli ho letto la vita” proprio nel senso di “gli ho detto il fatto suo”). Comunque, il senso letterale della locuzione non è chiaro: perchè “leggere”? e perchè “la vita”? Da riscontri vari, spaziando dalla fraseologia tedesca ai dizionari dialettali piemontesi, Levi è arrivato a questa conclusione: l’espressione originaria era “leggere il Levitico”. Pare che nei conventi, a mattutino, cioè a notte alta, “dopo la lettura delle Sacre Scritture e in specie del Levitico, il priore si rivolgesse poi individualmente ai singoli monaci, lodandoli per i loro adempimenti, e più spesso rimproverandoli per le loro mancanze”. Per cui leggere “il Levitico” o “i Leviti” avrebbe preso il significato di fare una ramanzina. (I. Calvino, I due mestieri di Primo Levi, La Repubblica, 06/03/1985).

Ho recuperato il libro in questione (P. Levi, L’Altrui mestiere, Torino, Einaudi 1985) e ho letto con gusto le tre pagine del testo che tanto stava attirando la mia attenzione.

Che aria fresca incontrare un (grande) autore che prendendo con leggerezza se stesso, ma con rigore, si cimenta in un piccolo esercizio letterario definito da lui stesso un’impresa modesta, ma gradevole, come tutti i lavori che si intraprendono non per obbligo professionale né per acquistare merito o prestigio, ma per la gratuita curiosità del dilettante inesperto; per allegria e per gioco, per giocare a “fare il filologo”, come da bambini si gioca a “fare il dottore” o a “fare le signore”.  Ho cominciato a sfogliare dizionari e vocabolari.  (Ib., pag. 57).

Levi precisa che tutto è cominciato con la lettura di un romanzo tedesco in cui s’imbatte nell’espressione  Leggere i Leviti (Jemandem die Leviten zu lesen), anche se di Leviti non si parlava proprio in quel contesto, ma l’idea che emergeva era quella del rimproverare.  Cercando in diversi dizionari scopre l’espressione Leggere i Leviti a qualcuno dove il significato è quello di fare un rabbuffo a qualcuno.

A un certo punto (ma non intendo raccontare tutto ciò che scrive perché è interessante, e istruttivo, leggerlo in prima persona) su un dizionario etimologico di piemontese scopre che l’espressione Lesi la vita è uguale a biasimare e, aggiunge il dizionario, Dall’uso claustrale di leggere a Mattutino il Levitico.

A onor del vero, però, e per conoscenza diretta, posso affermare, contrariamente a quanto sostenevano i due grandi autori, di aver ripetutamente sentito usare l’espressione nel senso di sparlare di qualcuno.

Qui mi sono fermato io, un po’ stupito.  Ciò che succede(va) dopo Mattutino è stato sempre un punto sensibile nelle regole monastiche e quello che stavo leggendo non ne rispecchiava né lo spirito né la lettera.

Ma ritorniamo a Levi che fa propria l’idea che dopo Mattutino i monaci leggano il libro del Levitico, occasione per il Priore di lodare i monaci per i loro adempimenti, ma più spesso di biasimarli per gli inadempimenti.

Così si conclude il breve brano.  

Quando il libro viene pubblicato, Levi legge su Repubblica la recensione di Calvino e gli scrive di lì a poco.  Non mi è stato possibile, come avrei voluto, leggere la sua lettera, ma abbiamo la risposta che Calvino il 30 dello stesso mese invia a Levi entrando, da par suo, in medias res.

Qualcosa della tesi di Levi non convince Calvino che ritiene il libro del Levitico poco adatto per il suo contenuto a essere letto nottetempo in ambito conventuale, ma, rimanendo nello stesso solco ritiene invece che s’intenda un libro dei ‘Leviti’, cioè gli ebrei, un testo dell’Antico Testamento.  Deduce questo da un’associazione con un verso del Purgatorio (XVI, 130) in cui si parla dei figli di Levi, quindi non tanto il libro del Levitico,ma un passo biblico dell’Antico Testamento.

La lettura di Calvino oltre a essere erudita è anche ingegnosa, ma non risolutiva.

Sappiamo tutti che esistono le espressioni del linguaggio comune sono cariche di storia, un concentrato di vita, stratificazione su stratificazione.

Facendo ulteriori ricerche mi è capitato sotto gli occhi un record messo in rete dalla Berliner Buchertisch, associazione nata per raccoglie libri e promuovere la lettura in modo gratuito.  Il record che, curiosamente ha come fonte il Ministero inglese della Difesa [guarda tu di cosa s’interessano!] collega l’espressione a san Crodegango, cioè all’ambiente ecclesiastico dei Carolingi.

San Crodegango di Metz (Ɨ 766), poco conosciuto ai nostri giorni, ma prelato che svolse un ruolo importante nel collegamento tra la chiesa dei Franchi e quella di Roma, ricordato sia per aver adottato la dolcezza del canto romano al posto della rusticitas (MGH, pag 564,45) di quello franco, sia nei confronti del clero secolare di cui cercò di contenere gli abusi.  Introdusse la vita comune tra i preti, rendendoli di fatto canonici e scrivendo per loro una Regola.

Questa (nobile) opera di riforma gli valse la nomea di severo riformatore nonostante fosse celebre per la sua dolcezza e il suo raccoglimento (che non lo ostacolarono quando dovette severe parole al temibile re longobardo Astolfo, canis impudentissimus [MGH, 566,24). 

Il motivo dell’uso del termine Levita è probabilmente dovuto al fatto che nell’epoca pre carolingia e carolingia l’attributo ‘levita’ (proprio dei suddiaconi e diaconi) era sinonimo anche di clero secolare.  Famoso il caso dell’arcidiacono Pacifico di Verona, uomo poliedrico che amava firmarsi ‘humilis levita Christi’, famoso al suo tempo perché, in una specie di Ordalia riuscì a rimanere, a differenza del suo antagonista, per tutto il tempo della lettura della Passione secondo san Matteo con le braccia aperte in forma di Croce. 

É probabile che l’azione di Crodegango sia stata così incisiva (e anche mal sopportata) da condensare, attraverso una frase sibillina, il ricordo agrodolce di un uomo, sensibile alla liturgia, alla vita ascetica.

Nulla invece si può trovare nella Regola che Crodegango scrisse per i canonici in relazione ad un uso effettivo di leggere il libro del Levitico e qualche altro testo dell’Antico Testamento dopo Mattutino, invece Crodegangro prevede al capitolo cap. VII che: Abbiamo anche stabilito che tutti devono venire al Capitolo ogni giorno affinché l’anima possa ascoltare la Parola di Dio e affinché il vescovo, l’arcidiacono o chiunque sia in carica possa ordinare ciò che deve essere eseguito, possa correggere ciò che necessita di correzione e possa assicurarsi che ciò che deve essere fatto venga svolto

Risultava inconsueto, al tempo che i Leviti, suddiaconi e diaconi, nelle regole, venissero posti così direttamente in primo piano come destinatari, allo stesso livello dei preti, di particolare attenzione formativa.

Ricordiamo, però, che in nessuna Regola monastica antica, per quanto severa possa essere stata, si ricava che i monaci trascorressero il tempo a ricevere rimproveri, per non parlare di notte…  Questo appartiene maggiormente all’immagine che del monachesimo ha ricostruito il romanticismo, soprattutto francese.

Il desiderio di eliminare gli ostacoli per aderire a Dio ha poco a che fare, leggendo le fonti, con una vita sottoposta ad un controllo ossessivo da parte di qualche superiore un po’ disturbato che necessitasse di dominare i sudditi per trovare pace; quando questa accadeva, e poteva accadere considerando la debolezza della natura umana, la persona in questione non durava a lungo.  Le fonti sono abbastanza concordi.

Prima di concludere questa passeggiata all’indietro nel tempo, soffermiamoci ancora su alcune righe scritte nel capitolo V della sua Regola da Crodegango.  Descrive l’Ufficio divino notturno e si esprime in questo modo: Coloro che ne hanno bisogno, dedichino il tempo allo studio dei salmi e delle lezioni e durante questo intervallo imparino quello che possono. Coloro che non sono in grado di farlo cantino o leggano nella chiesa. 

Ci si potrebbe dilungare inquadrando la Regola nel suo tempo storico in cui le abitudini franche venivano amalgamate con quelle romane, non è un caso che Crodegango crei un intarsio citando letteralmente la Regola di san Benedetto (RB 8,3), ma ai fini di questa passeggiata nel tempo non risulta significativo un approfondimento che potrebbe avere un effetto barboso.

Osserviamo, invece, come la disposizione sullo studio sia netta, senza essere intrusiva.  La schola divini serviti (scuola di servizio divino) è un luogo di pace, libertà e ricerca nel quale, riprendendo una lezione ormai secolare nella Chiesa, nel silenzio della notte si invita a dedicarsi allo studio dei salmi.

Lo stile di san Crodegango, in un’epoca che immaginiamo di ferro e fuco, è ricco di sensibilità, di delicatezza, sa che ci sono quelli capaci a fare e quelli che non hanno capacità.  Per il nostro Abate c’è posto per gli uni e gli altri; insegna a tutti a raggiungere il medesimo obiettivo; gli uni usando la mente, gli altri il corpo, cantando o leggendo.

Nel “buio” dei secoli cristiani c’era rispetto per la coscienza e la debolezza di ciascuno e con questo ricordo dell’attenzione colma di dolcezza di san Crodegango ci accomiatiamo da Lui, quello che leggeva i Leviti agli altri.

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