Léon Degrelle, l’amico di Tintin

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È il 7 maggio 1945. L’Europa è in fiamme. Le armate sovietiche dilagano in Germania, massacrando, violentando, saccheggiando. Milioni di tedeschi fuggono verso ovest. Gli Alleati aprono la caccia ai gerarchi tedeschi e preparano le forche di Norimberga. Si allestiscono i campi di concentramento per i vinti. I partigiani “liberatori”, in Italia, in Francia, in Belgio, in tutta Europa danno il via ai massacri dei fascisti, spesso con le loro famiglie, e dei “collaborazionisti”, come documentato dai libri di denuncia di Paul Sérant, di Giorgio Pisanò, di Gianpaolo Pansa e di molti altri. È il “cupo tramonto” dell’Europa.

Alle 23 e 40, un Heinkel 111 con le insegne tedesche decolla da una pista vicino a Oslo. È diretto in Spagna, ma il volo è quasi un suicidio. La Spagna si trova a una distanza ben superiore all’autonomia del bimotore.

L’aereo sorvola Parigi. In vista della costa iberica i serbatoi sono vuoti. Dopo una lunga discesa, vola sul pelo dell’acqua. Davanti a San Sebastian, sul litorale basco, l’aereo urta una roccia e affonda nel mare vicino alla riva. I passeggeri riescono a uscire dall’aereo; uno di questi è grave per almeno cinque fratture, lo schiacciamento della spina dorsale e la riapertura di alcune ferite di guerra. È Léon Degrelle.

Ero nato – scriverà – in fondo alle Ardenne belghe, in una piccola borgata di tremila abitanti. Vivevamo stretti, i miei genitori, buoni borghesi provinciali, e sette tra fratelli e sorelle, nel cuore delle nostre montagne. La vita di famiglia. Il fiume. Le foreste. I campi”. Il padre, di origine francese, era stato consigliere provinciale nelle file del partito cattolico e poi deputato. La famiglia è profondamente cristiana: le giornate sono scandite dalle pratiche religiose. Per tutta la vita, Léon Degrelle rimarrà saldamente cattolico. La famiglia è benestante, ma lo stile di vita è austero, quasi spartano: sveglia all’alba, carne una volta alla settimana, attività sportiva. A tavola il padre impone a Léon di parlare latino. Non solo: “quando i miei zii gesuiti soggiornavano da noi, mio padre e loro parlavano in greco.” È un lettore infaticabile, soprattutto di classici, passione che manterrà tutta la vita: lascerà una biblioteca di sedicimila volumi.

Dopo il liceo dai gesuiti, la laurea in diritto all’Università di Lovanio. La sua iniziazione alla cultura politica avviene nel collegio dei gesuiti, racconta Marco Tarchi ne Degrelle e il Rexismo, edito da Volpe: come moltissimi altri in Europa, si sente vicino al “grande vecchio” della Destra europea Charles Maurras e alla sua Action Française, cattolica, nazionalista, monarchica, che domina le piazze di Francia con i suoi attivisti, i Camelots du Roi. “Il “fascismo intellettuale” dell’ActionFrançaise, in voga nei circoli e collegi gesuiti, lo trova consenziente […] Infine il corporativismo cattolico di La Tor du Pin. Dal collegio Degrelle esce […] convinto maurassiano. Al feroce spirito critico della controrivoluzione dell’Action Française unisce la determinazione sociale del primo fascismo italiano. L’entusiasmo per le vittorie di quest’ultimo fa il resto. A neppure vent’anni Degrelle è già, in potenza, un militante fascista.”

Quando Pio XI, con improvvida e ingiustificata decisione che favorì il regime socialista-massonico francese e l’avvento del Front Populaire, scomunicò Maurras e l’Action Française tra le vibrate proteste di cardinali, vescovi, clero e fedeli francesi, narra uno dei suoi biografi, Paul de Fassange (Léon Degrelle Fascista per Dio e per la Patria, Società editrice Barbarossa), che Degrelle “subì uno choc profondo”. Pio XII, poco dopo la sua elezione, si affrettò a ritirare l’incongrua scomunica, ma ormai il gravissimo vulnus alla Destra cattolica francese era irrimediabile.

La sua esperienza giornalistica è precoce: a sedici anni scrive sui giornali cattolici, poi rileva un foglio semi-fallito, L’avant-garde, che porta a ventimila copie di tiratura. In quell’ambiente conosce Georges Remi, alias Hergé, che diventerà famoso per la creazione del personaggio di Tintin. Rimarranno amici per tutta la vita e Degrelle, nel il suo esilio, scriverà, con uno stile brillante e autoironico, una singolare doppia biografia, la sua intrecciata con quella Hergé: Il mio amico Tintin, pubblicato in Italia da Astrid. Tra l’altro è noto come il personaggio di Tintin sia stato ispirato a Hergé proprio da Degrelle: i pantaloni da golf, lo spirito avventuroso, il ciuffo.

In questo libro, Degrelle ci narra di un importante evento della sua vita: “In quell’epoca, in Messico, un regime filocomunista […] sottoponeva milioni di cattolici a una persecuzione selvaggia. Un movimento di guerriglieri chiamati “Cristeros” si era sollevato per resistere. Decisi di andare ad unirmi a loro.” Il viaggio venne finanziato dal suo giornale, Le XX siécle e da L’Avvenire d’Italia, a cui collaborava. Degrelle narrò dell’impari lotta dei coraggiosi guerriglieri, dei massacri di cattolici, impiccati a centinaia ai pali del telegrafo. La ribellione finì male, per il tradimento del Vaticano che impose ai Cristeros un accordo con il regime socialista-massonico che prevedeva anche il loro disarmo. Il regime non rispettò gli accordi e, dopo la consegna delle armi, diede il via ad arresti e uccisioni di massa. Fu una specie di prova generale della successiva, altrettanto sanguinosa persecuzione di religiosi e di fedeli in Spagna da parte dei rojos.

Tornato in Belgio, avendo ormai acquisito una certa notorietà come giornalista, Degrelle rilevò e rifondò nel 1932 una casa editrice cattolica, la Christus Rex. Robert Brasillach, nel suo libro Léon Degrelle e l’avenir de Rex, ricorda che Christus Rex: “È il grido per il quale morivano i Cristeros messicani”. Dalla casa editrice nacque un settimanale, Rex, distribuito con vendite militanti davanti alle chiese e nelle piazze. Raggiungerà, nel piccolo Belgio, la tiratura di 240.000 copie. Apprezzato anche in Francia, a Rex collaboreranno intellettuali di spicco come Mauriac, Gide, Maeterlink. Viene lanciata un’edizione di Rex in fiammingo, poi in tedesco per la minoranza tedescofona in Belgio.

Degrelle fonda anche un quotidiano, Le Pays Réel (l’espressione è di origine maurassiana), che nel 1936 raggiunse le 200.000 copie. I temi erano quelli della lotta al bolscevismo e al capitalismo, alla corruzione fisiologicamente connaturata alla democrazia, in difesa della famiglia, per provvedimenti a favore dei ceti operai e la costruzione di case popolari. Degrelle affianca all’attività editoriale quella di oratore: nelle piazze, nei palazzetti dello sport dove, per ascoltarlo in decine di migliaia, i belgi pagavano un biglietto d’ingresso.

A questo punto, era inevitabile la trasformazione del movimento ideale in partito politico: il 2 novembre 1935 viene fondato il Parti Populaire de Rex. Il regime partitocratico reagisce: la grande stampa si inventa accuse del tutto assurde, come presunti finanziamenti di Hitler, l’emittente di stato gli nega la possibilità di parlare alla nazione dai suoi microfoni: Degrelle raggiungerà comunque i suoi connazionali dai microfoni di Radio Torino, grazie anche ai suoi buoni rapporti con il Fascismo. La sinistra si scatena anche con atti di violenza: a La Hestre Degrelle viene aggredito da decine di attivisti rossi e subisce una frattura alla scatola cranica, ma uno dei suoi aggressori si convertirà poi al rexismo, combatterà sul fronte russo e morirà fucilato da “liberatori” nel 1946. Un comizio a Bruxelles per il quale erano attese 250.000 persone viene proibito e Degrelle arrestato. Ma, alle elezioni, è un trionfo per il nuovo partito: ventun deputati e dodici senatori.

Rex è un movimento con una forte componente giovanile, interclassista, gioioso, volontaristico: Degrelle organizza una sorta di “servizio civile”: tra le varie attività, l’assistenza ai bambini delle famiglie più bisognose. È, naturalmente, cattolico, rigorosamente cattolico: così scrive uno dei deputati più in vista di Rex, Raphael Sindic: “Fate posto a Dio, date spazio a Cristo. […] Morte dunque all’errore, morte a tutto ciò che fa astrazione del Vangelo, che lo contraddice, che lo disprezza. Noi siamo con Dio, totalmente, allegramente e per sempre.” C’è della poesia, nell’azione politica di Degrelle: lo percepisce molto bene un altro poeta, Robert Brasillach: “Io ascolto Léon Degrelle e sento che anch’egli è un grande poeta, che ha saputo captare le voci della sua terra natale.” Anche Degrelle scrive poesie: il titolo di una di queste, Mon pays me fait mal, diventerà il titolo di una delle più intense liriche di Brasillach nei Poèmes de Fresnes, scritto in prigionia prima di essere ucciso dai gollisti-comunisti.

Giustamente, Marco Tarchi, nel suo libro su Degrelle, riconoscerà nel rexismo molte analogie con la Guardia di Ferro romena di Cornelio Codreanu: mistica europea, riallacciamento alla tradizione, spiritualità profonda, volontarismo. Lo spirito rexista è simile a quello di un altro movimento fascista europeo: la Falange spagnola di José Antonio Primo de Rivera. Scriverà Degrelle: “La Falange, di ispirazione cattolica, era molto vicina al rexismo, politicamente e spiritualmente. Io stesso ero stato nominato, nel 1934, da parte di José Antonio Primo de Rivera, il n. 1 della Falange all’estero.”

Nel frattempo, la guerra in Europa si avvicinava a grandi passi. Ancorché accusato in mala fede dai suoi avversari di essere filo-tedesco, Léon Degrelle, in sintonia con il Re del Belgio Leopoldo III, con cui aveva intensi contatti, era invece a favore di una stretta neutralità. Ma il regime belga e i poteri che lo sostengono, vogliono la guerra con la Germania. Il 10 maggio 1940, di fronte all’avanzata germanica, il governo belga, in combutta con il ministero degli esteri francese, passa all’azione: 12.000 rexisti vengono arrestati e imprigionati in penitenziari o campi di concentramento improvvisati.

Anche Degrelle, nonostante fosse un parlamentare, viene arrestato e unito a un gruppo di 21 oppositori, rexisti e di altri partiti, contrari alla guerra: uomini e anche tre donne, un sacerdote e Joris Van Severen, capo del partito fiammingo nazionalista e di destra Verbond van Dietse Nationaal-Solidaristen. Per questo gruppo di 21 persone, inizia una vera Via Crucis. I belgi li consegnano ai servizi segreti francesi che, senza una qualsiasi ragione, incominciano a trasferirli da una prigione all’altra. Tutti vengono continuamente picchiati, torturati. Per Degrelle viene inscenata una finta fucilazione, poi di nuovo picchiato selvaggiamente.

Ad Abbeville i 21 prigionieri vengono nuovamente torturati, poi i militari francesi li fucileranno. Scrive Degrelle: “Tra loro si trovavano tre donne: una ragazza, la madre, la nonna. Quest’ultima, prima di spirare, ebbe il petto forato una trentina di volte dalle baionette.” Anche il giovane sacerdote e Joris Van Severen furono uccisi dai militi francesi. Scrive Paul de Fassange che al responsabile del plotone di esecuzione, il tenente Caron, è stata dedicata una via di Abbeville.

Degrelle venne risparmiato perché, come scriverà lui stesso: “…i miei boia ritenevano che a forza di martirizzarmi – dieci denti fracassati in una sola notte – avrei loro svelato i piani d’offensiva di Hitler, di cui ignoravo tutto, come ben s’immagina.” In pochi mesi cambia luogo di detenzione 21 volte. L’ultimo è un terribile campo di concentramento, quello di Vernet, assieme a Russi Bianchi, Italiani, Ungheresi. Nuove vessazioni, nuove violenze. Ma sia la Francia che il Belgio hanno capitolato e il neocostituito regime “collaborazionista” di Vichy ordina finalmente il suo rilascio. Smagrito, scosso e debilitato rientra a Bruxelles. Il vento è cambiato: i doganieri belgi fanno il saluto romano.

Scrive lo storico Ernesto Zucconi in una documentata e ben illustrata biografia: Léon Degrelle 28° SS Wallonien, Storia di un testimone del novecento, Novantico Editrice: “Rimasto per lunghe settimane senza notizie dal mondo esterno, Degrelle si ritrova nel proprio Paese occupato, nel frattempo, da Hitler, in uno scenario fantastico dove gli avversari di ieri (antifascisti e massoni tra i primi) fanno a gara a rendergli omaggio esprimendogli solidarietà. Léon è disgustato: affida a Victor Matthys, giovane collaboratore delle sue battaglie giornalistiche, la direzione del quotidiano Le Pays Réel e, momentaneamente, si apparta.” Nemmeno le pressioni del Re Leopoldo che lo invitano a collaborare per il bene della Nazione lo convincono. Poi, la svolta della Storia che lo riporta sul campo di battaglia, questa volta in senso reale e non metaforico.

Il 21 giugno 1941, è guerra tra il Terzo Reich e l’Unione Sovietica. È la crociata antibolscevica che moltissimi giovani europei aspettavano da tempo. In Francia si organizza la Légion des volontaires français, LVF, in Spagna la Divisione Azul e così in molti altri paesi d’Europa. Degrelle costituisce la Légion Wallonie e apre uffici di reclutamento in tutto il Belgio, mentre i Fiamminghi costituiscono la Legion Vlandern. Si arruoleranno in migliaia. Nell’agosto del 1941, un primo contingente di 860 uomini partì per i campi di addestramento dell’Est. Nel discorso per la partenza per il fronte, dirà Degrelle: “Noi, nazionalisti belgi, non abbiamo voluto restare oziosi e sterili quando milioni di figli dell’Europa correvano alla battaglia. […] Noi lotteremo per un’Europa che è la nostra grande Patria”.

Sarà, come scrive Marco Tarchi: “…un nucleo dei 40.000 e più volontari belgi che, quindici volte più numerosi dei loro compatrioti schierati con gli Alleati, e primi in percentuale tra i Paesi d’Europa, combatteranno eroicamente per quattro anni, lasciando alla loro causa un pesante tributo di sangue”. Naturalmente partì anche Léon Degrelle, come soldato semplice: “Mi arruolai come soldato semplice, perché il più sfavorito dei nostri camerati mi vedesse dividere con lui le sue pene e le sue sventure. Non avevo neanche avvisato i tedeschi della mia decisione. Due giorni dopo, un telegramma di Hitler mi annunciò che mi nominava ufficiale. Rifiutai all’istante […] Sarei diventato in seguito caporale, poi sergente, poi ufficiale, poi ufficiale superiore, ma ogni volta sarebbe stato per “atto di valore in combattimento””.

Fu uno dei combattenti più decorato della guerra: Croce di Ferro di seconda e prima classe, Fronde di Quercia, Croce Tedesca in oro, distintivo in oro del combattimento ravvicinato e infine la Ritterkreuz, la più alta onorificenza tedesca, consegnatagli personalmente a Hitler. Ferito più volte, operato per lesioni interne all’esofago, allo stomaco, al fegato. Altrettanto eroico è il comportamento in combattimento di tutta la Legione con innumerevoli atti di eroismo, da quando oltrepassò il fiume Dnepr con una temperatura di quaranta gradi sotto zero al grido di “Vive le Roi”, ai durissimi combattimenti nel Caucaso.

Nell’autunno del 1942, i legionari valloni sono rimasti in 146. Ma migliaia di reclute sono in arrivo dal Belgio: andranno a formare, con i veterani, la 28a divisione “Wallonie” delle Waffen SS. Nel gennaio 1944 la Wallonie, assieme alla Divisione Viking, riesce nell’impresa epica, dopo diciassette giorni di combattimenti continui, di spezzare l’accerchiamento a Cherkassy di 11 divisioni tedesche. Un episodio bellico di grandissimo valore, il cui merito venne riconosciuto a Degrelle e premiato personalmente da Hitler.

La storia scritta dai vincitori non ha ovviamente valorizzato quella durissima battaglia che ebbe una fondamentale importanza strategica. Scrive Ernesto Zucconi: “Senza quella resistenza disperata dei soldati di Cherkassy, la marea sovietica avrebbe raggiunto fin dall’inizio del 1944 i Balcani e sarebbe dilagata attraverso l’Europa. Essa avrebbe occupato Parigi prima che il primo americano, masticando la sua gomma, non fosse sbarcato sulle rive francesi.” Durante la battaglia il comandante della Wallonie, Lucien Lippert, cade al grido di “Vive le Roi”. Degrelle viene nominato nuovo comandante. Si assenta dal fronte per tenere discorsi d’incitamento a Bruxelles e a Parigi. Poi ritorna sul fronte per cercare di fermare o almeno rallentare con la sua divisione la feroce marea sovietica che avanzava massacrando, violentando, rapinando e distruggendo. Sul mar Baltico, sul golfo di Finlandia, in Estonia, in Pomerania, sull’Oder. La Wallonie subisce perdite del 90%.

Per gli appassionati di storia militare, vi sono alcuni libri che ben descrivono l’epopea bellica della Wallonie. Di Saint Loup, pseudonimo dello storico Marc Augier, è da segnalare Le SS del Toson d’Oro. Volontari valloni e fiamminghi nelle Waffen SS, L’assalto Edizioni. Il già citato testo di Ernesto Zucconi, Léon Degrelle 28a SS Wallonie. Interessante, perché presentato sotto forma narrativa, il libro La neve e il sangue. Al fronte con Degrelle, di Paul Terlin, Novantico Editrice. Poi il diario al fronte dello stesso Degrelle, che ben illustra la durissima vita dei soldati nello scontro sovraumano contro il bolscevismo: Feldpost. Appunti di un soldato politico, edito da Ritter.

Nel frattempo, nel Belgio occupato dai tedeschi, si era scatenato il feroce terrorismo delle bande partigiane che assassinavano amministratori locali, giornalisti, sacerdoti, ma soprattutto rexisti. Testimonia Paul de Fassange: “In tutto il Paese, militanti rexisti e parenti dei legionari venivano freddamente trucidati per strada o sotto il portico delle loro abitazioni. Più di 750 rexisti furono così abbattuti da sicari anonimi. Fra queste vittime, molti erano madri, padri, mogli o figli di legionari.”

Il sindaco rexista di Charleroi, Oswald Englebin venne assassinato dai partigiani che freddarono anche la moglie e il figlio. Tra i molti giornalisti venne assassinato dai “resistenti” anche Paul Colin, notissimo scrittore e giornalista. Tra i crimini più efferati, quello dell’assassinio del fratello di Léon Degrelle, Eduard, pacifico farmacista che mai si era occupato di politica, massacrato dai partigiani nel suo negozio sotto gli occhi delle sue bambine. Spesso gli assassini colpivano persone che avevano l’unica colpa di appartenere alla classe dirigente: magistrati, avvocati, membri del clero, industriali.

Per Degrelle, era giunta l’ora dell’ultima fuga. Leggiamo la sua testimonianza: “Una settimana prima della fine delle ostilità, nel momento in cui gli Alleati stavano per chiudere la loro rete, un centinaio degli ultimi sopravvissuti erano riusciti a intrufolarsi tra Inglesi e Russi e a raggiungere la Danimarca.” Da qui riesce a “salire su un dragamine di fronte alla Svezia e a raggiungere, attraverso centinaia di chilometri di mare cosparsi di mine, l’ultimo fronte antisovietico esistente, quello di Norvegia. Ma, alle ore 17 del 7 maggio 1945, giunse a una piccola postazione radio la fatidica notizia: capitolazione ovunque!”

Nel Belgio “liberato” e governato dai risorti partiti antifascisti, nel frattempo, si era scatenata, come in Italia, come in Francia, come in molti altri paesi europei, la grande mattanza di fascisti e collaborazionisti, ben documentata, tra gli altri, da Paul Sérant nel suo I vinti della liberazione, rieditato recentemente da Oaks.

Migliaia gli assassini di “collaborazionisti” e di rexisti. I lavoratori rimpatriati dalla Germania vennero spesso linciati: a Ostenda, rimpatriati via nave, vennero tutti gettati in mare e affogati. Le case dei collaborazionisti mitragliate e incendiate. In un Paese di appena 8 milioni di abitanti, gli arrestati furono centomila e settecentomila i fascicoli aperti. Le torture durante la detenzione erano la normalità. Degrelle condannato a morte in contumacia, il capo di Rex, successore di Degrelle, Victor Mathis, processato, condannato a morte e fucilato il 10 novembre 1946.

Come in Francia, i vincitori si accanirono contro gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti: Jules Lhist, collaboratore del Nouveau Journal, venne condannato a morte, lo stesso capitò a José Streel, intellettuale discepolo di Maurras e capo-redattore del quotidiano rexista Le Pays Réel, Robert Poulet, uno dei più noti scrittori belgi condannato a morte e poi graziato. Fucilato il giornalista rexista Victor Maulenijser e molti altri. Intere famiglie vengono colpite: a Namour, padre e figlio vengono fucilati, la moglie e la figlia condannate a lunghe pene detentive. Donne accusate di essere “collaborazioniste” violentate, rapate, marchiate. Alcune “esibite” alla folla eccitata nelle gabbie del giardino zoologico di Anversa. Molte impazzirono per le sevizie subite. A Charleroi, si registra la fucilazione di massa di ventisette rexisti il 10 novembre del 1947, ben tre anni dopo la fine dell’occupazione.

Ancora nel 1956, nelle prigioni belghe si trovavano 250 “collaborazionisti”. Anche se sfuggiti alla morte, al carcere, ai terribili campi di concentramento, a migliaia di loro vennero interdette le professioni giuridiche, accademiche, intellettuali, economiche e molte altre. Ridotti alla fame.

I “liberatori”, non sazi del sangue del fratello, arrestarono tutta la famiglia di Degrelle, anche se nessuno dei suoi componenti si era occupato di politica. La madre, settantanove anni, venne rinchiusa in una lurida cella con cinque prostitute. Il padre processato nel 1947, condannato a 8 anni. Entrambi moriranno in carcere per i maltrattamenti. La moglie di Degrelle, che, tra l’altro, era cittadina francese, condannata a dieci anni ai lavori forzati. I cinque figli incarcerati con lei, compresa Marie-Christine di otto mesi. Suo fratello incarcerato e torturato, venne trovato morto in una pozza di sangue. I vicini di cella lo avevano sentito lanciare gride di aiuto. Anche le sorelle di Degrelle sarebbero rimaste in prigione per anni e persino i suoi nipoti sedicenni. La damnatio memoriae colpì la sua casa natale, demolita pietra su pietra.

Nel 1991 scrive una lettera al Re Baldovino rievocando il periodo della “liberazione”: “Centomila civili furono incarcerati, trattati con efferatezza indicibile, ammucchiati come porci in celle nauseabonde od infornati dietro le inferriate dei parchi zoologici: gli uomini pestati abominevolmente, le donne strappate a migliaia ai loro bambini, molte ragazze rexiste violentate, vendute per alcune sigarette a negri USA. I fucilato caddero a centinaia, particolarmente gli intellettuali più chiaroveggenti del Belgio, come José Streel, come Victor Maulenijser, come Paul Herten.” Una impressionante documentazione fotografica delle efferatezze commesse dai “democratici” è contenuta nel già citato testo di Degrelle, Il mio amico Tintin.

Hergé, accusato di aver pubblicato durante l’occupazione, viene arrestato il 3 settembre 1944. Liberato, verrà arrestato altre quattro volte. Processato, fu fortunato: i figli del procuratore del tribunale speciale che doveva giudicarlo erano lettori di Tintin e questo lo salvò. Molti intellettuali amici di Hergé non ebbero tuttavia la stessa fortuna e vennero condannati a morte dallo stesso giudice.

Non si salvarono Tintin e le sue strisce, tuttavia. L’alto comando Alleato e poi un tribunale belga vietò a Hergé di disegnare, scrivere e pubblicare. L’interdetto venne tolto solo anni dopo. All’autore e all’editore venne anche applicata una “censura postuma”: per consentire la ristampa di fumetti scritti negli anni ’30 e ’40, venne imposta la modifica di vignette “politicamente non corrette”: ad esempio, in una storia in cui c’era un nero che picchiava un bianco, fu d’obbligo modificare la vignetta: voilà, il nero divenne bianco.

Hergé, che aveva un carattere mite e fondamentalmente buono, colpito dalla persecuzione, dalla prigionia, dal processo, dalla censura, dalla perdita di tanti colleghi assassinati “non si sarebbe mai più ripreso – scrisse Degrelle – dalla crisi spaventosa che dovette attraversare nel 1944-1946. Fino ad allora aveva creduto che gli uomini fossero buoni. Durante la “liberazione” li vide snaturati dall’odio, da abissi di crudeltà e di stupidità. […] Il suo mondo scout leale e fedele al prossimo, era crollato.” Perse la fede, si separò dalla moglie. Fu anche oggetto di una campagna di diffamazione da parte della stampa di sinistra, spesso dai contenuti volgari e osceni. Il governo belga vietò tutte le opere di Degrelle, ma i suoi amici organizzarono una efficiente opera di distribuzione clandestina: decine di migliaia di copie raggiusero i suoi lettori.

Torniamo allo schianto dell’aereo di Degrelle sulla costa basca. Così descrive quel momento: “L’acqua aveva invaso l’aereo spezzato, fino a venti centimetri dal tetto, proprio abbastanza per lasciarci ancora respirare. Eravamo tutti a pezzi, ossa rotte, carni straziate. Delle barche si avvicinavano, ci raccoglievano. Un’ambulanza mi conduceva via. Avrei passato quindici mesi, grande ferito, all’ospedale militare di Mola. La mia vita politica era finita, La mia vita di guerriero era finita. Quella, ingrata fra tutte, di esiliato, braccato, odiato, incominciava.”

In Spagna, in cui le gesta di Degrelle erano conosciute e ammirate, l’accoglienza fu calda e amichevole. Degrelle non era il solo esule in Spagna. Anche Pierre Laval, primo ministro del governo di Vichy, era riuscito a sfuggire, in un primo momento, alla “giustizia” gollista, la stessa che, tra migliaia di altri, aveva fatto fucilare anche Brasillach. Ma gli Alleati premevano per la “restituzione” dei “criminali fascisti”, minacciando sanzioni e conseguenze diplomatiche. Su Laval, Franco dovette cedere e venne consegnato alle autorità francesi. Condannato a morte in un processo farsa, si avvelenò prima dell’esecuzione. Gli praticarono diciassette lavande gastriche: doveva morire per mano loro. Venne fucilato agonizzante.

Washington, Parigi, Bruxelles premevano con tutto il loro peso, anche economico, per l’estradizione di Degrelle, ancora ricoverato in ospedale. Ma Degrelle aveva l’appoggio della Falange, di gran parte dell’entourage franchista, dei militari. Franco gli consegnò un formale atto di espulsione, ma poi lo nascose, finanziandogli una “latitanza” dorata, tra inviti di ammiratori (e ammiratrici, come la duchessa di Valencia) e interviste ai giornalisti. Soprattutto gli americani schiumavano di rabbia: l’ambasciatore USA venne beffato da Franco con informazioni false e la marina USA bloccò, per perquisirle, diverse navi spagnole dirette in Sud America. Atti ovviamente illegali, oltre che inutili.

Degrelle viveva in una villa isolata, in Andalusia. Leggeva, scriveva e riceveva le visite di amici fidati. I suoi nemici cambiarono strategia: iniziarono i tentativi di rapimento: ben sette, racconta Degrelle. I primi due ad opera del Mossad, anche se Degrelle non aveva mai torto un capello a un ebreo. Durante il primo gli agenti di Israele parlarono a voce troppo alta in un ristorante, vennero ascoltati, denunciati e arrestati dalla polizia spagnola, il secondo perché una signora ebrea aiutata da Degrelle durante la guerra venne a conoscenza del piano e informò sua sorella in Belgio. Gli altri tentativi furono opera dei servizi belgi e francesi; tutti fallirono per imperizia o per eventi fortuiti, anche perché Leon Degrelle era noto per la sua fortuna: di lui si diceva: chance Degrelle, chance éternelle.

In esilio, Degrelle sistemò e completò il suo libro più intenso e coinvolgente, Les âmes qui brûlent, una sorta di “diario segreto” fatto di riflessioni, di confessioni, una autobiografia spirituale redatta sotto forma di brevi brani, di aforismi. Il bilancio di una vita fatta di Fede e di coerenza. Il curatore spagnolo del testo, Gregorio Marañón, luminare della medicina, letterato ed accademico, così scrisse: “Queste pagine sono di una bellezza impossibile a superare, vibranti di pathos umano”.

Un testo profondamente cristiano, con echi di Sant’Agostino e Pascal. In Italia, le edizioni di Ar l’hanno pubblicato con il titolo, coerente ed evocativo, di Militia. L’incipit richiama San Paolo: “Eccomi giunto quasi al termine della mia corsa umana”. Degrelle apre il suo cuore a confessioni insieme forti e melanconiche: “Avevo sognato un secolo di cavalieri, forti e nobili, dominatori di sé prima che dominatori di altri. Mi ritrovo stordito col mio carico di sogni tramontati.” Alcuni aforismi sono un memento: “Siamo uomini in quanto apparteniamo a un popolo, a un suolo, a un passato.” Altri commoventi e intrisi di Fede: sul Natale “E ogni inverno, quando torna Natale, le piccole fiamme accese dalle nostre madri risalgono ben dritte e crepitano.” Sulla Pasqua: “Signore, noi ritorniamo vicino ai vostri piedi bluastri. Stringiamo il legno della croce tra le nostre braccia tremanti.”

Tutta la Destra europea lo sentiva come un mito e un esempio. I leader, soprattutto francesi, ma non solo, andavano a trovarlo: Jean Lous Tixier-Vignancour, candidato per l’opposizione nazionale contro De Gaulle e poi il capo del Front National, Jean Marie Le Pen, che gli farà visita regolarmente. Non mancarono molti italiani. Ma anche non politici: l’attore Alain Delon, in Spagna per girare Zorro, si fece fotografare con il costume dell’eroe del film a fianco dell’amico Léon.

Léon Degrelle muore il 31 marzo 1994, poco prima di mezzanotte, a ottantotto anni non ancora compiuti. Con un ultimo atto miserabile, tra le proteste di molti, il governo belga vieta il rimpatrio delle ceneri “per motivi di ordine pubblico”. Ma Degrelle lo befferà ancora una volta: il capitano della Wallonie Jean Vermeire, eroe di Russia, a cui erano state affidate le ceneri del suo comandante affinché ne eseguisse le ultime volontà, le disperderà nel luogo dal nome evocativo de “il Sepolcro del Gigante”, vicino alla natia Bouillon. Dichiarerà con orgoglio alla ostile televisione belga: “Le ceneri di Degrelle riposano in un luogo assolutamente favoloso, dal quale nessuno potrà mai portarle via. E’ stato l’adempimento totale e preciso di una promessa. Io credo che nessuno me lo possa rimproverare.”

Nell’agosto 1992 Léon Degrelle, in uno dei suoi ultimi scritti, aveva vergato un “Appello ai giovani europei”, una sorta di testamento politico rivolto specialmente ai giovani che si riconoscevano nella sua esperienza e nei valori della sua lotta. Vi troviamo scritto: “Siamo stati trattati da criminali, abbiamo incassato mille colpi, conosciuto fiumi di amarezza. Ci hanno trascinato nel sangue. Hanno ucciso i nostri amici più cari. Ci hanno braccati, dappertutto, con una furia demoniaca, Ma la nostra fede è rimasta integra.”

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4 commenti su “Léon Degrelle, l’amico di Tintin”

  1. Che artico superbo!
    Faccio un pdf e lo conserverò. Spero di leggerne altri in seguito.

    Le falsità, le meschinerie e il marcuime che sono rimasti nascosti dalle pagine della storia della 2° Guerra Mondiale, le stiamo pagando oggi.

  2. Bellissimi questi ritratti. Grazie di averci fatto conoscere queste vite “maledette” da una visione partigiana nel senso deteriore del termine. Messe insieme farebbero davvero un bel libro.

  3. Bellissimo articolo, complimenti all’autore. Cosa dire di Degrelle? Semplicemente un gigante, la lettura di “Militia” è imprescindibile: si tratta di uno di quei testi in cui il pathos eroico e la volontà cristallina raggiungono vette siderali, quasi impareggiate.
    Onore sempiterno al leone d’Europa!

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