L’ESTATE DI RISCOSSA CRISTIANA – Le smanie per la villeggiatura – di Roberto Pecchioli

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Estate, la stagione del caldo e delle ferie. Soprattutto delle tanto desiderate vacanze. Carlo Goldoni, nella seconda metà del Settecento, mise in scena Le smanie per la villeggiatura, la prima di tre commedie con al centro il tema dell’estate, del trasferimento dalla città, Livorno nel testo teatrale, per raggiungere le ville di campagna nella vicina collina di Montenero.

Sotto la lente del grande veneziano caddero già allora alcuni degli argomenti della nostra tarda postmodernità, a dimostrazione che poco c’è di nuovo sotto il sole. I personaggi della trilogia sulla villeggiatura si indebitano pur di partecipare al rito estivo della partenza dalla città; sono coinvolti in bagordi, innamoramenti e trame sentimentali non dissimili da certi intrighi o amorazzi estivi contemporanei. Il loro ritorno a casa, tratteggiato nella terza commedia, è caratterizzato da una palpabile delusione, un fondo di rassegnazione aleggia sui personaggi che ubbidiscono alle ragioni del mondo più che a se stessi.

Il presente è diverso per due aspetti: il carattere di massa delle ferie, ribattezzate vacanze e la distanza. Nessun livornese passerebbe le ferie a Montenero, a un paio d’ore di passeggiata dalla città. La meta deve essere la più esotica possibile. Essenziale diventa fotografare luoghi e situazioni con al centro noi stessi (i selfies) da postare sui mezzi di comunicazione sociale. Io sono stato lì, proclamiamo al mondo, sottintendendo: e voi no. Io mi sono divertito immensamente (divertirsi è uno dei doveri più complicati e faticosi), mentre voi…

Eppure, le vacanze sono una cosa molto seria, non solo per l’immenso meccanismo economico che generano. Il punto centrale è l’aspettativa, come capì il Leopardi nel Sabato del Villaggio. Nel tempo del presente continuo, stupisce quanto si parli di vacanze. Tramontata la V di villeggiatura, restano le V di viaggi e vacanze. Ne discutiamo costantemente, sono al centro di desideri e progetti, come se il resto della nostra vita non fosse che un intervallo tra una vacanza e la successiva, favorito dall’istituzione della simil –vacanza, il fine settimana, week end. Lo chiamiamo così, in inglese, non solo per spirito di colonizzati soddisfatti, ma per allontanarne un significato. End suona meglio di fine, allontana una verità scomoda, sgradita e consumisticamente non attrattiva, l’idea di qualcosa che si esaurisce. Ugualmente, vacanza ha perduto il suo significato originario: mancanza, assenza, tempo intermedio, transito. Al contrario, pare che le nostre vite acquistino pienezza solo nella vacanza, nel periodo in cui la vita cambia, si allentano vincoli e doveri, la quotidianità cambia aspetto e si crede di ridiventare protagonisti e padroni di un’esistenza altrimenti grigia, priva di significato.

L’uomo ha bisogno di leggerezza, di scacciare da sé pensieri, preoccupazioni, cambiare orizzonte, osservare paesaggi, persone, ambienti diversi da quelli consueti, di sperimentare, fare scoperte, guardare per vedere, sentire per ascoltare. Tutto il contrario rispetto alle vacanze di massa dei nostri anni. La vera trasgressione è restare a casa, o almeno ricordare un monito di Nicolàs Gòmez Dàvila: le cattedrali non sono state fatte per l’ente del turismo. L’homo viator, viaggiatore dell’esistenza, è stato sostituito dal turista. A gran velocità, egli attraversa autostrade e svincoli, popola aeroporti e stazioni (i nonluoghi di Marc Augé) dismette l’abito del lavoratore e indossa quello del turista. L’obbligo è la cosiddetta “comodità”, così ci ritroviamo in milioni di tutte le età in pantaloncini, ciabatte e camiciola senza maniche. Seminudi e sudati alla meta, da raggiungere in gran fretta, immortalare ad uso di amici e conoscenti da cui vogliamo farci invidiare, e correre verso un “altrove” che raggiungiamo con la stessa superficialità e sostanziale indifferenza della tappa precedente.

Sul treno per Roma, due giovani turisti, alla vista di San Pietro si sono rivolti a noi in uno stentato italiano, dichiarando stupiti: è molto grande! Ebbene sì, San Pietro è molto grande, non a caso da mezzo millennio è chiamato dai romani Cupolone. A Firenze, Santa Maria del Fiore, il miracolo del Brunelleschi, è un brulicare di turisti pressoché scalzi, scamiciati e frettolosi. Al di là dell’arte, difficile che afferrino la spiritualità del luogo, la necessità di rispettare alcune forme dell’approccio al sacro, come il silenzio o un abbigliamento rispettoso del fatto dimenticato che non fu l’assessore al turismo a commissionare l’opera. Pure, qualcosa resterà della bellezza persino nelle folle sbracate e apparentemente immemori. Quel che conta, per il turista “vacanziero”, orribile neologismo televisivo coniato a commento delle code autostradali, è essere stati, o meglio transitati, in certi luoghi.

Ognuno ha un proprio personale luogo del cuore legato alle vacanze. Chi scrive ne ha due: la montagna pistoiese, il paese di Maresca delle estati di tanti anni fa. Gite nei boschi, la casa del popolo con il tavolo del ping pong e il calcio balilla, quel vernacolo toscano che faceva scoprire la bellezza della lingua italiana. Nella maturità, lo stupore immediato, profondo, la bocca aperta, nella valle trentina di Primiero, dinanzi alla maestà delle Pale di San Martino. Riuscimmo a dire soltanto: Dio c’è. Pochi minuti dopo, assorbita l’emozione, da viaggiatori tornammo turisti e comprammo delle pantofole invernali della tradizione locale; guardando meglio, scoprimmo che erano Made in China. Ben ci sta, cercavamo il folklore, ci hanno venduto la globalizzazione.

Del resto, per motivi professionali, scoprivamo quotidianamente che l’intera gamma degli oggetti del turismo religioso (crocifissi, rosari, immagini di santi) sono prodotti nella terra del Dragone. Il turismo è globalista, pecunia non olet. Esiste il turismo sessuale (ma siamo in regola, paghiamo le tasse, si giustificano gli addetti), quello balneare, e, per buona sorte, anche quello culturale. C’è il target – bisogna esprimersi in termini economici, sapere di marketing – dei nonni che amano la tranquillità o accudiscono i nipoti mentre i genitori raggiungono mete esotiche, di solito le spiagge calde, magari in compagnia dei nuovi compagni di vita; il segmento di chi marcia in montagna e di chi si rosola in spiaggia, in attesa delle delizie della lunga notte estiva.

Ciò che sfugge alla comprensione del misantropo è il grado di sopportazione prossimo allo stoicismo di milioni di persone che, dismessi provvisoriamente i panni del pendolare, con annessi disagi quotidiani, si ributtano nella mischia a trenta o quaranta gradi in competizione per un posto spiaggia, in fila anche per il gelato. Qualche anno fa percorrevamo la riviera savonese in prossimità dell’isolotto di Bergeggi. Era un sabato mattina di fine primavera, i parcheggi già esauriti, le liti tra automobilisti si sentivano numerose, mentre madri premurose correvano verso la spiaggia piantando trionfalmente l’ombrellone. Sembravano amazzoni alla conquista di una posizione strategica. Dietro di loro, con sguardo torvo pronto alla battaglia, i loro uomini avanzavano segnando il territorio. Questo tratto di sabbia è la mia terra, la difenderò con il sangue, era il linguaggio non verbale di quei corpi trionfanti, di quegli occhi determinati pronti alla competizione.

Fateci caso, il turismo di massa ci ha reso dipendenti dalle previsioni meteorologiche. Abbiamo installato sugli smartphone le apposite app, aspettiamo ansiosi le indicazioni di tutti i canali televisivi, sappiamo tutto di isobare e perturbazioni atlantiche, ci felicitiamo per l’arrivo dell’anticiclone delle Azzorre, che, ammettiamolo, nessuno sa che cosa sia ma porta il tempo bello stabile. Fa sorridere una pagina dell’umorista inglese Jerome Klapka Jerome, in cui descrive il malanimo dei turisti inglesi di un secolo fa di fronte a un vecchio montanaro tedesco che prevedeva maltempo scuotendo la testa, come se la pioggia destinata a rovinare la gita fosse opera sua.

Forse è davvero necessario fermarsi un poco, un “attimino” come dicono molti istituendo una singolare unità di misura del tempo. Il tempo delle ferie non è solo turismo, o una modalità diversa della medesima corsa degli altri giorni. Magari è il caso di alternare il giusto svago con un’attenzione rinnovata alle persone che amiamo, ritrovare le ragioni dello stare insieme. Dialogare di più, approfittando del nuovo che scorre davanti ai nostri occhi, leggere finalmente il libro che abbiamo solo sfogliato. Per chi ha apertura alla trascendenza, entrare in una chiesa sconosciuta e raccogliersi qualche minuto. Tanto tempo fa scoprimmo senza parole la differenza tra il cattolicesimo e il mondo protestante entrando nelle due chiese, l’una accanto all’altra, della cittadina svizzera di Poschiavo.

Due mondi così opposti da non poter essere confusi, e durante vacanze e viaggi è proprio lo stupore per le differenze che aiuta a crescere. Genti diverse, campi, coltivazioni, case di ogni stile. Paesaggi che cambiano in una varietà infinita, ciò che la globalizzazione si propone di omologare. E allora, perché correre da una parte all’altra se incontriamo le stesse cose, uguali prodotti, tutto standardizzato a misura di supermercato? Qualche volta viene da pensare non solo ai forzati delle vacanze, ma ai tanti che lavorano per loro nella grande industria tutta lustrini e musica del turismo di massa. Noi serbiamo il ricordo triste di bambini slavi posizionati a intervalli regolari sotto un sole cocente sulla lunga strada vallonata verso i meravigliosi laghi di Plitvice. Esponevano poche cassette di pesche e susine ai frettolosi automobilisti diretti alla meta raccomandata dalle guide. Nessuna vacanza per loro, lunghe ore sotto la canicola, pochi spiccioli da portare a casa. L’altra faccia del circo.

Probabilmente perché viviamo sul mare, preferiamo la montagna. C’è più gioia nella fatica di raggiungerla, la natura ci si presenta in una luce, come dire, più complessiva, che inclina alla riflessione. O magari, semplicemente, la montagna rappresenta il limite, l’invalicabile, a differenza del mare che evoca l’infinito, l’ignoto, un elemento troppo grande, “mare scuro, che si muove anche di notte, non si ferma mai “, come scoprì un poeta della musica leggera, Paolo Conte. Entrambi, mare e montagna, ci pongono dinanzi alla nostra piccolezza e caducità. Fanno tacere, abbassare la testa, mettere da parte la superbia personale e quella della nostra tronfia civiltà. L’homo viator perde l’abito del turista e torna viaggiatore, per un attimo la vacanza ritorna assenza, interludio, possibilità di oltrepassare il quotidiano, il materiale. Dopo, certo, è bene recuperare una dimensione più lieve, giacché certi pensieri, come gli sguardi troppo diritti al sole di mezzogiorno, accecano, e dobbiamo pur vivere, tirare avanti, sorridere.

C’ è anche un sentimento del tempo da ritrovare nella vacanza. Liberati dai pesi del resto dell’anno, possiamo osservare meglio, tornare a stupirci dell’enormità di quel che vediamo. Pensiamo all’ordine quieto e secolare della campagna italiana, strappata da generazioni di contadini alla boscaglia selvaggia, un’opera d’arte collettiva transgenerazionale non inferiore all’architettura dei palazzi, dei ponti o delle più celebrate creazioni dell’arte ufficiale. Ed esiste una nostalgia del ritorno, un’Itaca dell’anima che guida gli emigranti al paese natale, in genere nell’occasione di feste religiose; più modestamente, gli occhi sgranati del bambino dell’altro ieri che oggi scrive, il viaggio verso la Toscana prima dell’avvento dell’autostrada. Paesi piccoli e grandi, colline, il mitico passo del Bracco, oltre il quale, secondo la nonna, cominciava una terra diversa, perché “gli spezzini non sono come noi “, la lunga strada tra boschi scuri della Lucchesia, minuscoli paesini arroccati su picchi verticali, dove, si diceva, le galline portavano le mutande perché le uova non cadessero a valle. Altri tempi, un altro mondo, passato che non torna.

Carlo Goldoni mise in scena anche il ritorno dalla villeggiatura: la tristezza del non fatto, la rivincita delle convenzioni, dell’ipocrisia, delle regole sociali. Noi tornavamo a casa felici dalle vacanze, nessuno psicologo discettava di disturbi legati alla fine delle ferie, sindromi da lunedì o disadattamento da reingresso nella normalità. I manuali diagnostici hanno teorizzato il disturbo post traumatico da stress. Ci avviciniamo ad una sua variante: la malattia di chi, avendo mitizzato la vacanza, le ferie, l’intervallo, non sa più accettare il resto della vita. Si ingannano clamorosamente, i nuovi forzati delle vacanze. La bellezza, il fascino di questo tempo dell’anno è la sua diversità, la sua unicità, la sua natura di intervallo.

Non scambiamo l’intervallo con lo spettacolo della vita, lasciamo le smanie della villeggiatura ai ricchi di spirito. Beati i poveri di spirito, perché erediteranno la terra, non solo nel week end, e perché sapranno scuotere la polvere dai loro calzari e riprendere il viaggio.

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4 commenti su “L’ESTATE DI RISCOSSA CRISTIANA – Le smanie per la villeggiatura – di Roberto Pecchioli”

  1. Se a Poschiavo Pecchioli ha fatto l’esperienza delle due chiese, nello stesso posto, partendo dalla sua stazione, ho avuto l’occasione, non programmata, di intraprendere il viaggio sul famoso trenino rosso del Bernina. Un percorso incantato, direi da favola, fra boschi e ghiacciai che si toccano quasi con mano in mezzo a una natura incontaminata che davvero, riconoscendone le meraviglie, fa innalzare l’animo a Dio. Uno stupore inimmaginabile, un tempo sospeso lontano da ogni segno di progresso; solo i viaggiatori, un’aria fresca e un cielo cristallino e il lento trenino che ad un tratto si ferma,attende il suo gemello che giunge dalla parte opposta, lo saluta quasi e poi riparte. Come un raro bellissimo sogno da cui avresti preferito non risvegliarti.

  2. Complimenti … E’ raro leggere, oggi, riflessioni del genere … Forse, in mezzo allo squallore dominante, qualcosa riesce ancora a salvarsi …

  3. Raffinata e verace rappresentazione di qualcosa che accade ormai regolarmente nella nostra società. Ottimo articolo! Grazie.

  4. Pur nella diversità dei panorami , da ragazzino dell’altro ieri, come non ritrovarsi nelle accorate evocazioni di questo articolo? La contrapposizione alla bruttura dell’odierno approccio umano dominante sfocia in una vaga ironia quando si accenna al “babau” della “sindrome da rientro”, di cui fino a tre lustri fa almeno non sentii mai parlare. Bisogna creare sindromi dai sintomi più svariati e fuorvianti che tutto o nulla significano, per non guardarsi dentro e scoprirsi orfani di ciò che non si ha più nemmeno la forza o l’intelletto per ricordare: la nostra civiltà e la edificante responsabilità di essere persone adulte e creature di Dio.

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