L’etica e la tecnica al tempo del Covid

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Qualcuno di noi ha forse sperato in cuor suo che, nei tempi incerti del mistero pandemico e della incombente catastrofe economica, l’assedio stretto delle orde omogenderiste, eutanasiche, pederastiche e abortive avrebbe allentato per un poco la sua pressione ossessiva, se non per una qualche forma di pudore, almeno per prosaiche ragioni di opportunità politica.

Invece no. La Camera, ha voluto dimostrare la propria sopravvivenza approvando il prestigioso ddl Scalfarotto ora Zan, il fantasma che, essendo totalmente incostituzionale e ontologicamente contra jus, per incarnarsi aspettava da tempo il momento buono, cioè quello in cui la fauna parlamentare avesse raggiunto il massimo tasso di insipienza e di ignoranza. 

Poi, sul fronte governativo, il ministro addetto alla salute fisica ma anche morale di un popolo, ha incrementato l’uso della famosa pillola abortiva, cioè l’aborto domiciliare, immediato e senza intralci burocratici, una vera manna per gli apostoli dello sfoltimento demografico, e con buona pace delle prefiche che, per sventarlo, avevano escogitato l’aborto di Stato. Sempre per essere all’altezza dei tempi, un’altra accorta governante, dopo profonda riflessione, ha sentito tutta l’urgenza metafisica di ricondannare all’estinzione il nome del padre e della madre. Di conseguenza pare scontato che anche Bergoglio provvederà ad emendare il quarto comandamento come si conviene.

Intanto sulle rive del Tamigi, dove si dice che otto secoli fa sia nata la moderna democrazia, questa dimostra ora di essere giunta a piena maturazione. Infatti dall’assassinio nella cattedrale e dalle decapitazioni reali senza discriminazione di sesso o di religione, dopo la guerra dell’oppio e le tante altre imprese coloniali, tutte altamente umanitarie, si è arrivati finalmente alla routine dell’assassinio ospedaliero, eseguito per ordine del giudice e in condizioni rigorosamente sterili. La pulizia igienizza, oltre le menti, anche le coscienze.

Un traguardo questo, già inaugurato per vero dalla democrazia americana, ma tagliato brillantemente anche da noi all’inizio dello storico decennio appena concluso. D’altra parte se è possibile produrre artificialmente la vita, è ancora più semplice determinare la morte in un ambiente asettico, secondo una estetica sanitaria sconosciuta all’assassinio comune, e modellata invece sulla moderna pena capitale, tecnicamente controllata, cioè al riparo da quell’imbarazzante margine di errore per cui, un tempo, anche il boia esperto rischiava di mancare il collo del malcapitato cliente. Per non dire dei vantaggi tecnici legati al Zyclon B.

La Corte Costituzionale, con un presidente fresco di nomina, ha sollecitato il parlamento ad occuparsi dei cosiddetti “figli” delle “coppie” omosessuali, cioè di quelli fabbricati all’estero grazie ad un procedimento alchemico ancora vietato in Italia. Divieto per vero molto scomodo per le omocoppie costrette a sbarcare in lidi più accoglienti ed evoluti per procurarsi un trastullo umano più o meno transeunte. Dunque bisogna cominciare ad erodere quel divieto, perché viola il principio morale superiore della par condicio democratica tra omocoppie abbienti, “che se lo possono permettere”, e le meno abbienti e per questo discriminate. Ma occorre prendere la cosa alla larga, cominciando col riconoscimento della “omogenitorialità” alla donna che nella coppia non ha assunto la funzione di madre biologica. Così si spiana la strada, indicata appunto al Parlamento, per riportare in patria, a chilometro zero, una produzione di nicchia. 

Del resto le magistrature superiori sono impegnate da tempo nel riformare in toto l’etica del vivere comune, e a questo scopo dettano le leggi che il maggiordomo parlamentare esegue ossequioso. La corte Costituzionale ormai da mezzo secolo legifera in via surrettizia per mezzo di sentenze “creative”. Ma talvolta, quando la diretta invasione di campo può apparire ancora troppo apertamente offensiva della ormai obsoleta “separazione dei poteri”, imbocca, come adesso, una via traversa. Intima al Parlamento di legiferare, secondo un dettagliato ordine di servizio, e se questo non viene rispettato in tempo utile, la Corte provvede senz’altro, con l’arma inesorabile della sentenza “creativa”, per il bene della Repubblica e della democrazia. 

Esemplare il caso dell’articolo 580 del codice penale che puniva senza riserve l’aiuto al suicidio, ma la cui disposizione doveva essere attenuata a tutti i costi per mandare assolto un noto attivista delle morti assistite. Scaduto il termine fissato al legislatore per adeguarsi alle indicazioni impartite, la Corte ha provveduto a riscrivere la norma dichiarando la sua parziale incostituzionalità.

Intanto il suddito tace e incassa intimidito qualunque decisione espressa da una teocrazia giurisprudenziale la cui levatura è garantita dal meccanismo delle nomine, ovvero dal cursus honorum assicurato alla categoria a certe condizioni, secondo quanto ha ben documentato un gentiluomo informato dei fatti come Palamara.

Del resto un vero sovvertimento etico non si otterrebbe senza l’apporto cogente della legge e della politica da un lato, e senza l’eclissi del sacro dall’altro. Le due forze, quella politica e quella religiosa, che hanno regolato da sempre ogni convivenza. Si è sempre ritenuto che buone leggi dovessero mettere al riparo dall’arbitrio e dalle ottusità del potere, mentre la religione elaborava codici di comportamento destinati a rimanere stabili al di là delle mutazioni politiche.

Ma i tempi erano maturi perché nel nuovo secolo venisse rovesciato questo schema grazie al fenomeno Bergoglio. Con l’abrogazione tacita dei dieci comandamenti nell’occidente ex cristiano, ora la sola legge umana può forgiare una nuova etica adeguata anche al progresso della tecnica. 

Dunque non è stata intralciata per nulla dal covid la demolizione dei fondamenti etici, come pure di un intero sistema educativo, in vista dell’asservimento totale degli umanidi. 

Ora va osservato come in tutta questa guerra contro l’uomo, un ruolo di primo piano lo giochi proprio la tecnica che, sostituendosi alla filosofia e alla religione, ha creato anche le condizioni propizie per alimentare, oltre al sovvertimento etico e al decadimento culturale, anche la ipertrofia di un potere anomalo.

Siamo nell’era in cui, passati dalla tecnica alla tecnologia avanzata, sembra tornata in altra veste la magia. Quasi che quella pratica oscura ed esoterica del passato, insieme alla millenaria tentazione dell’uomo di superare la propria disperante finitezza, abbia preso la forma evoluta che domina tutta la nostra vita, nel nome di un progresso inarrestabile. 

Sul significato esistenziale della tecnica si era appuntato il mito antico e quindi il pensiero filosofico. L’attitudine superiore dell’uomo a creare gli strumenti utili per la propria sopravvivenza nascondeva anche il pericolo dello snaturamento e dell’abuso, e fin dai primordi si presentì che per ogni guadagno vi fosse anche un alto prezzo da pagare, fino alla catastrofe. Un’idea contenuta già nel racconto del peccato dei progenitori e nel rimpianto per il paradiso perduto. 

Anche il confine tra tecnica e magia era già sottile, perché entrambe miravano con mezzi diversi a impossessarsi delle risorse e dei segreti della natura. Per vie opposte esse chiamavano in causa le leggi della natura e le incognite del superamento dei suoi limiti erano le medesime. Questo superamento implicava un risvolto etico, forgiava una antropologia.

Medea, la maga che riesce a manipolare la materia e i destini altrui attraverso le proprie arti magiche, è anche la donna capace di uccidere i propri figli, cioè di violare la più elementare delle leggi umane. La parabola del superamento dei limiti che travolge i fondamenti etici era chiara allora ed è rimasta sempre valida. Sta ancora a suggerire che solo un’etica rispettosa dei limiti segnati dalla natura possa assicurare un vero cammino di civilizzazione. Ma anche a ricordare che ogni tentativo di superamento rivela una anomala quanto pericolosa volontà di potenza. 

Quando la tecnica ha cominciato a marciare a ritmo sempre più incalzante e a sfuggire al controllo diretto dell’individuo, è tornata anche ad impegnare la riflessione filosofica, come ai primordi.

È tornato l’interrogativo sugli esiti possibili, sulle conseguenze ultime. Ma ormai i giochi erano fatti, la marcia della tecnica appariva inarrestabile e ogni avvertimento ormai tardivo. L’unico limite ammesso era già quello della possibilità. 

Gli esiti di due guerre mostruose hanno poi reso ogni preoccupazione inadeguata per difetto. Anche l’angoscia heideggeriana per lo sradicamento umano per una tecnica che andava oltre la bomba atomica, superando di slancio la fantascienza, poteva apparire solo nostalgica. 

La tecnica, con le meraviglie elargite e con quelle promesse, ha guadagnato un prestigio capace di alimentare più la fiducia che la diffidenza, I vantaggi hanno messo a tacere i timori e, passo dopo passo, essa ha potuto entrare nei recinti più protetti della vita umana, quelli tracciati dalla natura.

La tecnica non genera soltanto lo sradicamento e lo spaesamento, con la nostalgia lacerante per la autenticità del mondo perduto. Genera lo snaturamento attraverso gli strumenti che vanno ad aggredire direttamente la natura, smontando le leggi dettate da Dio o, se si vuole, da una ragione superiore, che sono indispensabili per la tenuta morale e materiale della convivenza umana, ovvero per una vita non meramente animale e sensoriale. 

Ma un altro grave vulnus si è andato preparando, quello che va a colpire senz’altro il soggetto nelle sue attitudini conoscitive. 

Sappiamo come la perdita della connessione diretta tra la mano dell’uomo e il prodotto di cui egli dispone abbia modificato anche i suoi procedimenti logici e il modo di percepire le cose. Abituati ad utilizzare dispositivi di cui ignoriamo il processo produttivo, ci siamo abituati a considerarli solo come strumenti vantaggiosi e dunque irrinunciabili e abbiamo smesso di porci la domanda sulle cause e sugli effetti. 

La tecnica prima, poi in particolare la tecnologia, hanno modificato profondamente non solo i ritmi e le abitudini di vita in favore di quello sradicamento che alimenta un malessere diffuso. Hanno soprattutto contribuito a comprimere i procedimenti logici e falsare i criteri di valutazione, appiattendo la percezione della realtà nelle evidenze virtuali che ci vengono proposte. 

Ora la degenerazione più preoccupante di un pensiero dominato dalla tecnica non sta tanto nel fatto per cui molti in un bosco vedono già una segheria, secondo un noto aforisma. Quanto nella perdita di ogni capacità di indagare sulle cause dei fenomeni e sulle loro conseguenze. Ovvero di avere una visione veritativa di quanto accade e delle forze che determinano gli eventi. Si è generata una cecità che segna anche un destino di sottomissione e di acquiescenza morale. La rinuncia ad indagare sulle cause di quanto accade, con la suggestione di inadeguatezza che vi si collega, ci lascia in balia di eventi e di poteri apparentemente inafferrabili, e conduce per questa via anche alla perdita di ogni prospettiva etica. 

Eppure appartiene alle facoltà superiori dell’uomo l’attitudine a domandare il perché delle cose e a cercare di immaginarne le conseguenze. Si tratta di un moto istintivo di difesa che sempre è ispirato dal timore per ciò che è ignoto. 

Anche la manzoniana caccia all’untore rispondeva ad un istinto primitivo in fin dei conti comprensibile, per quanto di basso conio. Oggi invece nessun abitatore della attuale pandemia, ad esempio, pare sentire il bisogno di chiedersi, pur in forma razionalmente adeguata e ineccepibile, quali ne siano le cause; sicché un leggendario pipistrello, continua a volteggiare indisturbato sopra intelligenze già diventate del tutto artificiali, in quanto eterodirette. 

Le conseguenze di questa dimenticanza, ovvero di questa paralisi speculativa, non sono banali, si traducono in un ottuso abbandono al caso e agli eventi, e nella rinuncia ad ogni possibilità di difesa e di prevenzione. In una resa volontaria all’ignoto che contraddice proprio la millenaria lotta contro le avversità, cioè la lotta per l’esistenza. Gli eventi sfuggono alla comprensione perché sono state abolite le domande sulle cause e sul nesso di causalità, mentre questo è stato sostituito dal più semplice post hoc propter hoc, da applicare anche agli incauti pipistrelli. 

Così alla fine, paradosso per paradosso, se un tizio autoinvestito di virtù profetiche predice nuove e più letali pandemie, nessuno pare sentire la necessità di chiedergli dove attinga questa certezza, e quali siamo i fondamenti logici o scientifici di tanta profezia. Dimenticanza casuale o obbligata? Programmata, o prevista grazie alle ormai acquisite virtù della tolleranza cristiana? Nella lotta contro l’uomo ci si appropria anche delle armi altrui, con uno scambio dei fioretti, come in una scena scespiriana. Tanto sobrio e cauto riserbo nel non porre domande imprudenti sembra infatti coerente con la nuova etica della responsabilità, che impone anche la non violenza, qualsiasi sia il sopruso. Così trionfa l’affidamento qualunque sia la truffa, la credulità paziente qualunque sia l’inganno, perché il potere non ammette ribellioni, se non guidate dall’alto, e tanto meno ammette rivoluzioni in bianco e nero, cioè con chiara distinzione di campo. 

La manipolazione del linguaggio, riformulando il pensiero, assicura anche per questa via l’adattamento gregario delle masse. Essa, applicata agli apparati comunicativi, non solo guida le coscienze, controlla la volontà e le azioni degli individui, ma li condiziona anche nella parte irrazionale, nei sentimenti, desideri, umori, pulsioni. 

Si arriva così alla perdita del senso comune, ovvero del buon senso, attraverso l’adeguamento a quel prodotto di laboratorio che è la opinione comune. 

A questo punto, riprendendo le considerazioni iniziali, un’altra domanda nasce spontanea. Come mai, in tempi tanto difficili, l’industria della decomposizione artificiale di una società, se non di una civiltà intera, non ha segnato il passo? Come mai ministri, e medici che di ben altri problemi erano chiamati ad occuparsi, hanno pensato che non si dovesse rallentare l’agenda della soppressione su scala industriale dei nascituri, nonché di quella genderista? Come mai ospedali alle prese con i decessi da covid si impegnano nella soppressione di malati che hanno il torto di lottare per sopravvivere contro altri mali? Anche queste domande sembrano inopportune?

Se tutto questo è, come è, del tutto insensato, anormale e persino mostruoso, significa che abbiamo a che fare con un fenomeno a se stante, che fa parte di un programma tecnicamente studiato e definito. Da chi, e perché? Ma sono domande retoriche. 

Il programma e gli autori non sono affatto misteriosi. Li conosciamo da tempo e casualmente hanno anche a che fare con i profeti di pandemie, con i filantropi e con i benefattori istituzionali. Va ricordato per inciso che l’Oms, l’istituzione di riferimento mondiale per ogni problema sanitario, è la stessa che ha stilato anni fa il piano di educazione sessuale in Europa, con un ripugnante “programma” che solo menti deviate potevano ideare. Varrebbe la pena che tutti andassero a leggerlo, perché mostra bene di che pasta sono fatti i difensori della salute universale. 

Come dovrebbe ormai apparire chiaro che sopra la politica e la legge, sopra le magistrature superiori, c’è un piano di comando più alto, quello dei poteri che, tenendo in mano anche le redini della tecnica in tutte le sue declinazioni, mirano ad una devastazione totale, morale e materiale, secondo un progetto di allucinata follia. Per questa via i detentori dei segreti tecnici sono diventati anche gli arbitri dei destini umani, al pari di chi dispone della famosa valigetta presidenziale contenente i codici nucleari. 

La riflessione filosofica del novecento ha indugiato a lungo su quella degenerazione del pensiero in pensiero meramente calcolante, quale capolinea della razionalità occidentale. Ma anche questa diagnosi non serve a spiegare la insensatezza di una volontà di potenza che apre una voragine capace di inghiottire l’intero teatro delle marionette, compresi i burattinai. 

Nei primi anni settanta Antony Burgess, l’autore di Arancia meccanica, scrisse un altro romanzo che dal contenuto ancora più surreale, “Il seme inquieto”. Libro purtroppo mai ristampato e ormai quasi introvabile, ma che appare oggi di illuminante attualità. 

Vi si narra di un ben organizzato paese, in cui vige l’omosessualità obbligatoria con la correlativa imposizione dell’aborto e dell’infanticidio nel caso in cui, violando la legge, ci si sia abbandonati ad insane attività procreative. Vige ovviamente anche l’eutanasia di Stato per chi cerchi di sopravvivere oltre un limite prestabilito. La narrazione è incentrata sulle peripezie dei protagonisti che, afflitti da pulsioni eterosessuali, tentano di sfuggire alle maglie del sistema, e si conclude con l’immagine di un grande calderone in cui ad un angolo della strada viene cucinata carne umana. 

Un po’ come un tempo le gitane sui tornanti della Sierra bollivano grandi polipi in caldai ampi come le loro sottane. 

Siamo tutti avvertiti. 

P.S l’abuso della parola etica è noto e, come ha rilevato recentemente da Marcello Veneziani in un ampio articolo, essa è diventata il cavallo di battaglia, o meglio il cavallo di Troia, proprio dei distruttori dei capisaldi etici. Ma l’uso truffaldino che se ne fa non deve certo indurci a rinunciare ad usarla nella sua accezione corretta.

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1 commento su “L’etica e la tecnica al tempo del Covid”

  1. Patrizia, J.L. Borges ha scritto da par suo su un mondo di follia, privo di logica, come quello che stiamo ahimè vedendo oggi. Il racconto è: Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Molto istruttivo, forse profetico.
    Buon lavoro!
    Bruno PD

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