“Lettera a una ragazza in Turchia”. Il nuovo libro di Antonia Arslan – di Giovanni Lugaresi

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La “Lettera a una ragazza in Turchia” è idealmente un messaggio alle giovani generazioni perché sappiano, perché si rendano conto di quanto accaduto cent’anni or sono, laddove l’intolleranza e l’odio si riversarono sui più deboli, sugli indifesi, sui pacifici in cerca soltanto di rispetto per la propria identità: gente lontana da sentimenti di supremazia, di sopraffazione, gente civile, il popolo armeno, appunto.

di Giovanni Lugaresi

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zrslnChe cosa avesse ancora da dire, Antonia Arslan, dopo diversi libri  (a incominciare dalla “Masseria delle allodole”), sul calvario degli Armeni vittime del primo genocidio del Novecento, in cui hanno parte anche le ascendenze familiari paterne, è stata la domanda che ci siamo posti prima di affrontare la lettura di “Lettera a una ragazza in Turchia” (Rizzoli; pagine 143, Euro 15,00).

E la risposta è giunta, puntuale, seguendo pagina dopo pagina, senza pause, senza interruzioni, le vicende narrate da questa autrice che si caratterizza innanzitutto per la scrittura, cioè per la felicità di una scrittura alla quale nulla manca: ritmo, umori, colori, una certa musicalità e più e più volte il soffio della poesia, “poesia in prosa”, volendo rifarsi a un titolo di Papini.

Nella sconfinata tragedia degli Armeni perseguitati dai Turchi, con il colpo pesantissimo datato 1915-1916, la ricerca di storie, di vicende degne di essere ricordate è facile, perché tale fu il coinvolgimento di singoli individui e di famiglie e di gruppi di piccole realtà locali da fornire a chi voglia penetrare nella “materia” elementi probanti a non finire. Probanti di quella realtà storica che la Turchia odierna vorrebbe, più che rimuovere, addirittura negare, quasi che la Storia non abbia parlato e non continui a parlare con chiarezza…

Ma ecco il nuovo libro di Antonia Arslan, che ricorre alla memoria familiare diretta, per così dire, al vissuto e ai ricordi trasmessi alla nipote prediletta (l’autrice, appunto) da nonno Yerwant, e poi a rapporti allacciati o riallacciati in tempi recentissimi con parenti della diaspora armena negli Stati Uniti.

La “Lettera a una ragazza in Turchia” è idealmente un messaggio alle giovani generazioni perché sappiano, perché si rendano conto di quanto accaduto cent’anni or sono, laddove l’intolleranza e l’odio si riversarono sui più deboli, sugli indifesi, sui pacifici in cerca soltanto di rispetto per la propria identità: gente lontana da sentimenti di supremazia, di sopraffazione, gente civile, il popolo armeno, appunto. E qui è scontata la solidarietà verso questi sventurati, queste vittime, perché, come scrisse Leon Bloy, “a schierarsi dalla parte dei perseguitati, non si sbaglia mai”!

Sono tre le storie che Antonia Arslan ci racconta attingendo, come si diceva, soprattutto alla memoria familiare. Sì che siamo chiamati ancora una volta a un coinvolgimenti nella Storia, a prendere consapevolezza della Storia, attraverso la letteratura, cioè la narrativa.

“Hannah, l’imprenditrice” è l’unica ad avere una sorte benigna, anzi di successo, in America. Amare, di una amaritudine amarissima, “Iskuhi e Khayel” e “Storia e tragica fine della bella Noemi”.

Le vicende di queste persone, attraverso persecuzioni, ansie, paure, speranze, delusioni, ambiguità e tradimenti di amici (o considerati tali) turchi, e quindi luoghi: chiese, orfanatrofi, scuole, rifugi provvisori. Amori, fughe, morti, il dramma degli orfani vaganti senza una meta, senza un orizzonte da raggiungere, un affetto da ritrovare.

Infine, procedendo di generazione in generazione, ecco la bisnonna di Antonia morire diciannovenne di parto (in “Iskuhi e Khayel”), dando alla luce il suo secondo figlio, il nonno dell’autrice.

Ma ecco il finale.

“… Così fu sorpresa dal secondo parto – e travolta. A nulla valsero la sua forza e la sua giovinezza, le preghiere e le candeline che arsero per lei in ogni chiesa, davanti a ogni santa icona; a nulla servì lo sgomento disperato da Khayel, né la trattennero le braccia del suo bambino. Iskuhi morì di parto a diciannove anni, dando alla luce Sempad, colui che diventerà quel mite e fantasticante farmacista, amante di ogni nuova scoperta della medicina, che morirà decapitato nel maggio del 1915, nel pieno del genocidio degli armeni.

“Khayel restò solo a tenere fede alla visione di quei loro giorni lontani. Chiuse il suo pianto e la sua furiosa nostalgia in un cassetto riposto nel cuore. Divenne un ottimo avvocato e poi il giudice dell’intero distretto. Costruì scuole e sostenne in tutti i modi la fondazione di istituti educativi, asili, orfanatrofi, collegi e ogni forma di rinascita dell’antica cultura, adempiendo la promessa che si erano scambiati nei loro giorni d’amore.

“Yerwant invece venne per sempre in Italia a tredici anni: è stato il mio nonno sapiente, un medico geniale e brillante, un autoritario patriarca, ma per tutta la vita conservò dentro di sé la nostalgia per quel profumo di mamma che lo aveva lasciato per sempre a tre anni, e un’inespressa, profonda gelosia verso il padre che l’aveva avuta per sé, con le sue risate, il suo profumo, le sue gote di pesca. E fu così che finalmente la descrisse a me, come un’innamorata perduta, sotto la pergola di glicini di un vecchio albergo di mezza montagna”…

E al lettore che abbia seguito l’intero racconto, questo epilogo (con quel “profumo di mamma” che dice tutto) non può far altro che inumidire gli occhi, coinvolto come si trova in una vicenda che si avvale certo delle capacità narrative dell’autrice, ma che affonda innanzitutto in un sentimento che non dovrebbe lasciare indifferente pure la “ragazza in Turchia”.

Saga familiare (gli Arslan), da un lato, tragiche vicende di un popolo (gli Armeni), dall’altro, in un intreccio che induce a riflessioni, considerazioni, emozioni, in un saper narrare di cui Antonia è maestra.

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