Lezioni sulla vita spirituale – di Don Marino Neri – Ottava lezione

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Lezioni sulla vita spirituale – Ottava lezione

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Introduzione (clicca qui)

Prima lezione (clicca qui)

Seconda lezione (clicca qui)

Terza lezione (clicca qui)

Quarta lezione (clicca qui)

Quinta lezione (clicca qui)

Sesta lezione (clicca qui)

Settima lezione (clicca qui)

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zzzzCristoMaestroCome agli Apostoli il giorno di Pentecoste è accaduta quella che abbiamo chiamato “terza conversione”, così anche a noi è necessario qualcosa di simile per passare dallo stato di “proficienti” (in via di progresso spirituale) a quello di “perfetti”. Bisogna che ci sia, per usare parole di s. Giovanni della Croce, una “purificazione radicale dello spirito”. Infatti, in coloro che avanzano sulla via del Signore permangono ancora molte imperfezioni: se certamente la loro interiorità è stata in gran parte purificata dai difetti provenienti dalla gelosia, pigrizia, impazienza, accidia, tuttavia le ferite dell’uomo vecchio continuano a far sentire il loro effetto nello spirito, come una ruggine che corrode piano piano, in maniera quasi impercettibile, ma vera. E questo frena il cammino spirituale, talora anche con “ragionevoli pensieri”, umani, troppo umani. Pertanto bisogna che un fuoco purifichi da ogni sozzura il nostro spirito al fine di renderlo libero di amare pienamente Dio sopra ogni cosa e i fratelli come sé stessi per amor di Dio: che altro non è che vivere intensamente secondo la virtù teologale della Carità.

Traggo queste metafore dalla Notte oscura di s. Giovanni della Croce (II, 6, 5-6): Dio produce tutti questi effetti per mezzo della contemplazione oscura. L’anima, allora, soffre non solo per il vuoto e la mancanza di appoggi naturali e di conoscenze – il che è già una sofferenza piena d’angoscia, come se uno fosse tenuto sospeso in aria senza che possa respirare –, ma soffre altresì perché Dio la purifica, come fa il fuoco con la ruggine sul metallo. Egli annienta, svuota e consuma in lei tutti gli affetti e le abitudini manchevoli contratte nel corso della vita. Ora, poiché questi difetti sono profondamente radicati nella sostanza dell’anima, essa soffre inquietudini e tormenti interiori, che si aggiungono all’indigenza e alla miseria naturale e spirituale. In questo modo sembra che si verifichi l’affermazione di Ezechiele: Ammassa la legna, fa’ divampare il fuoco, fa’ consumare la carne, riducila in poltiglia e le ossa siano riarse (Ez 24,10). Questo spiega la sofferenza che l’anima prova nel vuoto e nella povertà della sua sostanza sensitiva e spirituale. A questo proposito lo stesso profeta subito dopo aggiunge: Metti la pentola vuota sulla brace, perché si riscaldi e il rame si arroventi; si distrugga la sozzura che c’è dentro e si consumi la sua ruggine (Ez 24,11). Queste parole ci fanno capire l’indicibile tormento che l’anima affronta quando viene purificata dal fuoco di questa contemplazione. Difatti il profeta dice che, per purificarsi e liberarsi dalla ruggine degli affetti che ha dentro di sé, occorre che l’anima in certo modo si annichili e si distrugga, tanto si è assimilata alle passioni e imperfezioni.

Pertanto questa fucina purifica l’anima come l’oro nel crogiolo (Sap 3,6), come dice il Saggio. L’anima avverte questo profondo liquefarsi fin nella sua stessa sostanza, e raggiunge il colmo della sua indigenza, tanto da sembrare un’agonizzante. Davide, rivolgendosi a Dio, esprime tutto questo con le seguenti parole: Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare, riarse sono le mie fauci; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio (Sal 68,2.4). In questo stato Dio umilia profondamente l’anima ma per poi esaltarla. Questa ruggine, dunque, si trova nelle parti più basse delle cosiddette “facoltà superiori”, cioè intelletto e volontà. Essa consiste in un attaccamento a sé stessi (un amore disordinato di sé, in fondo), che impedisce all’anima di restare profondamente unita a Dio in maniera stabile. Potremmo sintetizzare gli effetti di questa ruggine dello spirito col termine “distrazione”: l’anima, in questo stato, si trova frenata dal totale donarsi a Dio dal fatto di voler mantenere una sorta di autonomia rispetto a Lui, come se ciò la rendesse più libera o felice. E quindi, ecco sopraggiungere distrazione durante la preghiera o gli atti di culto; sorta di torpore spirituale nel compiere i propri doveri verso Dio e verso il prossimo; ostinazione nel non volersi fidare fino in fondo della Provvidenza divina opponendoLe la propria volontà; attaccamento ad affetti naturali non sottoposti alla volontà di Dio.

In questo contesto spirituale, in cui l’anima ha abbandonato certamente uno stile di vita carnale per incamminarsi verso le vette dell’ascesi, la volontà non è ancora del tutto fortificata e quindi orientata al Sommo Bene, amabile e desiderabile sopra ogni cosa. Una sorta di recrudescenza della carnalità fa avvertire a queste anime ancora l’attaccamento alle “cose della terra”, provocando in esse, a volte, frequenti atti di rifiuto del sacrificio per progredire. Per restare all’immagine della salita verso la cima di un monte, sarebbe come se lo scalatore decidesse di sostare a metà strada, ripromettendosi ogni volta di proseguire, e regolarmente trovando motivi per non farlo (la lontananza, la fatica, la stanchezza, ecc.) e così facendo egli non si muoverà più! Anzi, troverà valide motivazioni per autoconvincersi che quello che sta facendo, in fondo, è giusto ed è la cosa migliore. Così accade anche alle anime che ancora non sono del tutto purificate dal fuoco dello Spirito Santo (terza conversione): esse avvertono la fatica e stentano a compierla, giungendo ad avere poi una visione troppo personale di valutare il proprio e l’altrui stato. Una visione che le orienta a ritenere sé stesse nel “giusto mezzo” e chi le supera in fervore o degli esagerati o dei “casi più unici che rari”. La presunzione di essere, di fatto, già salve, così come sono, l’orgoglio, la vanità, le condurranno quindi a deviare dal retto sentiero verso la vetta. Come lo scalatore, che, a un certo punto, decide di avventurarsi in sentieri che crede siano scorciatoie verso la cima, e invece sono “falsi piani” che precipitano in una valle di rovi. A tal proposito, vale la pena porsi in ascolto della sintesi che fa san Giovanni della Croce (Notte oscura, II, 2, 1-3): I proficienti cadono in due tipi di imperfezioni, alcune abituali, altre attuali. Quelle abituali sono gli affetti e le abitudini difettose, le cui radici sono ancora rimaste nello spirito, dove non può giungere la purificazione dei sensi. La differenza che intercorre tra le due purificazioni è simile a quella che esiste tra l’estirpare la radice di una pianta e il tagliarne un ramo; ovvero: togliere una macchia fresca oppure una secca e incrostata. Come ho detto, la purificazione dei sensi non è che la porta e il principio della contemplazione che conduce alla purificazione dello spirito. Ho pure detto che il suo scopo è più quello di adattare i sensi allo spirito che di unire lo spirito a Dio. Ma le macchie dell’uomo vecchio rimangono ancora nello spirito, anche se non se ne accorge e non le vede; se tali macchie non vengono tolte con il sapone e la lisciva forte della purificazione di questa notte, lo spirito non potrà pervenire alla purezza dell’unione divina.

I proficienti hanno ancora, come imperfezioni abituali, la hebetudo mentis, cioè l’ottusità della mente, e la rozzezza naturale che ogni uomo contrae con il peccato, e nel loro spirito sono distratti e superficiali. Per questo motivo occorre che siano illuminati, purificati e messi nel raccoglimento attraverso le sofferenze e le angustie della notte dello spirito. Tutti quelli che non sono ancora passati per lo stato di proficienti sono soggetti a queste imperfezioni abituali, che, come tali, sono incompatibili con lo stato perfetto dell’unione d’amore.

Non tutti incorrono allo stesso modo nelle imperfezioni attuali. Alcuni accolgono i beni spirituali in modo così strano e conforme ai sensi, che cadono in inconvenienti e pericoli più grandi di quelli elencati all’inizio. Difatti ricevono molte comunicazioni e percezioni nei loro sensi e nel loro spirito; molto spesso hanno visioni immaginarie e spirituali. Del resto, in questo stato essi hanno di frequente anche sentimenti piacevoli. È allora che il demonio e la fantasia tendono inganni all’anima. Il maligno insinua e suggerisce simili percezioni e sensazioni con un incantesimo tale da ingannarla e sedurla molto facilmente, se essa non ha l’avvertenza di vivere nella rassegnazione alla volontà di Dio e di difendersi con forza nella fede, da tutte le visioni e immaginazioni. In questo stato il demonio spinge molte persone a credere in false visioni e in false profezie, insinuando in loro la presunzione che sia Dio o qualche santo a parlare, mentre il più delle volte non si tratta che della loro immaginazione. Il demonio è solito ancora riempirli di presunzione e di superbia, e queste persone, spinte dalla loro vanità e arroganza, amano farsi vedere in atteggiamenti da santi, come in estasi o in altri fenomeni straordinari. Tali persone si mostrano piene di audacia nei confronti di Dio, tanto da perderne il santo timore, chiave e salvaguardia di tutte le virtù. Alcune di esse moltiplicano a tale punto il numero delle loro falsità e degli inganni e s’induriscono così tanto da rendere molto incerto il loro ritorno al cammino puro della virtù e del vero spirito. Cadono in queste miserie perché agli inizi, quando cominciano a progredire nelle vie soprannaturali dello spirito, si affidano con troppa sicurezza alle conoscenze o sensazioni spirituali.

E ancora (II, 3, 3): Il modo di comportarsi di questi proficienti con Dio è ancora molto grossolano e molto naturale. L’oro del loro spirito non è ancora purificato e lucidato. Per questo pensano di Dio come bambini e parlano di Dio come bambini e ragionano e sanno di Dio come bambini, come dice san Paolo (1Cor 13,11), perché non sono ancora pervenuti alla perfezione, cioè all’unione dell’anima con Dio. È in forza di quest’unione che essi diventano grandi. Prima di questa terza conversione – ardua, ma assolutamente necessaria – alla notte oscura dell’anima si possono applicare le parole del profeta Isaia (64, 4-7):

Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia

 e si ricordano delle tue vie.

 Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato

 contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli.

 Siamo divenuti tutti come una cosa impura

 e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia

 tutti siamo avvizziti come foglie,

 le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.

 Nessuno invocava il tuo nome,

 nessuno si riscuoteva per stringersi a te;

 perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto,

 ci hai messo in balìa della nostra iniquità.

 Ma, Signore, tu sei nostro padre;

 noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,

 tutti noi siamo opera delle tue mani.

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Questa terza conversione, ancora una volta, è principalmente opera di Dio, “Colui che ci dà la forma”: come questo accada, lo vedremo nella lezione successiva.

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(continua)

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