Lezioni sulla vita spirituale – di Don Marino Neri – Seconda lezione

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Lezioni sulla vita spirituale – Seconda lezione

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Introduzione (clicca qui)

Prima lezione (clicca qui)

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zzzzCristoMaestroSanta Caterina ci ha mostrato con chiarezza, al cap. 63 del suo Dialogo della Divina Provvidenza, che quanto è avvenuto per gli Apostoli, nostri modelli di vita formati direttamente da Nostro Signore Gesù Cristo, deve in qualche modo riprodursi anche nella nostra esistenza. E del resto bisogna anche affermare che, se gli Apostoli hanno avuto necessità di una seconda conversione, quanto più noi ne avremo bisogno! La Santa insiste soprattutto sui difetti che rendono indispensabile una seconda conversione, soprattutto a causa di un nemico subdolo, e oggi più che mai tollerato, se non esaltato, che va sotto il nome di amor proprio. “Radice di ogni iniquità è l’amor proprio”, ricorda s. Tommaso d’Aquino, riecheggiando, in estrema sintesi, il pensiero agostiniano: “Due amori quindi hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste. In ultima analisi, quella trova la gloria in se stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza” (civ. 15, 28).

L’amor proprio rimane più o meno a lungo nelle anime imperfette, nonostante lo stato di grazia, ed è la causa di tutta una serie di peccati veniali, di difetti abituali, che diventano come una “seconda natura”, a tal punto da influenzare i tratti genuini del nostro carattere, corrompendoli o deviandoli. Ecco che dunque non può non darsi una seconda conversione, se un uomo vuole realmente piacere a Dio e non pascere se stesso nel pressapochismo morale e quindi esistenziale. Se scorriamo il cap. 60 del Dialogo cateriniano, la Santa di Siena descrive l’amor proprio degli imperfetti, i quali servono Dio anche per un certo loro interesse personale, emotivo: si sentono realizzati, si sentono bene, trovano sfogo alle loro aspettative. Si assiste a una strana miscela di sensazioni: certamente si desidera amare Dio più di sé stessi e delle creature – altrimenti si sarebbe in peccato mortale, perdendo la virtù della Carità – e tuttavia si ama ancora se stessi in modo disordinato. Si ama Dio, ma si cercano le consolazioni nel servirLo, e se queste non si presentano… scorrono lacrime di angoscia e di tristezza. Per non parlare poi dei sacrifici a cui si può essere chiamati, in perfetta unione al Divin Maestro che sale il Calvario portando la Croce in obbedienza a Dio Padre e a Lui unito nella volontà: senza un amore più puro a Dio, anche le croci diventano un fardello insopportabile.

Non si è giunti ancora a quell’amore per Dio in sé e per sé, nonché di se stessi per amor di Dio e in Dio solo. Usando una metafora, si può dire che non si è né bianchi né neri, ma grigi: quello stadio intermedio che non è per nulla aureo, ma piuttosto bronzeo… si vorrebbe progredire, ma al tempo stesso si ha paura o si tende a risparmiare qualcosa per sé e solo per sé. Ma leggiamo le parole di S. Caterina, per essere al meglio convinti di questa condizione dello spirito:

Alquanti sonno che sonno facti servi fedeli, cioè che fedelmente mi servono, senza timore servile (servendo solo per timore della pena), ma servono con amore. Questo amore, cioè di servire per propria utilitá o per dilecto o piacere che truovino in me, è imperfecto. Sai chi lo’ ’l dimostra che l’amore loro è imperfecto? quando sonno privati della consolazione che trovavano in me. E con questo medesimo amore imperfecto amano el proximo loro. E però non basta né dura l’amore: anco allenta, e spesse volte viene meno. Allenta inverso di me quando alcuna volta Io, per exercitargli nella virtú e per levarli dalla imperfeczione, ritrago a me la consolazione della mente e permecto lo’ bactaglie e molestie. E questo fo perché vengano ad perfecto cognoscimento di loro, e conoscano loro non essere, e neuna grazia avere da loro. E nel tempo delle bactaglie rifuggano a me, cercandomi e cognoscendomi come loro benefactore, cercando solo me con vera umilitá. E per questo lo’ ’l do e ritrago da loro la consolazione, ma non la grazia. Questi cotali alora allentano, voltandosi con impazienzia di mente. Alcuna volta lassano per molti modi e’ loro exercizi, e spesse volte socto colore di virtú, dicendo in loro medesimi: — Questa operazione non ti vale, — sentendosi privati della propria consolazione della mente. Questi fa come imperfecto che anco non ha bene levato el panno de l’amore proprio spirituale della pupilla de l’occhio della sanctissima fede. Però che, se egli l’avesse levato in veritá, vedrebbe che ogni cosa procede da me e che una foglia d’arbore non cade senza la mia providenzia; e che ciò che Io do e permecto, do per loro sanctificazione, cioè perché abbino el bene e il fine per lo quale Io vi creai. Questo debbono vedere e cognoscere, che Io non voglio altro che il loro bene, nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, nel quale sangue sonno lavati dalle iniquitá loro. In esso sangue possono cognoscere la mia veritá, che, per dar lo’ vita etterna, Io gli creai a la imagine e similitudine mia, e ricreai a grazia, col sangue del Figliuolo proprio, loro, figliuoli adoptivi. Ma perché essi sonno imperfecti, servono per propria utilitá e allentano l’amore del proximo. E’ primi vi vengono meno per timore che hanno di non sostenere pena. Costoro, che sonno e’ secondi, allentano, privandosi de l’utilitá che facevano al proximo, e ritragono a dietro da la caritá loro, se si vegono privati della propria utilitá o d’alcuna consolazione che avessero trovata in loro. E questo l’adiviene perché l’amore loro non era schiecto; ma, con quella imperfeczione che amano me (cioè d’amarmi per propria utilitá), di quello amore amano loro. Se essi non ricognoscono la loro imperfeczione col desiderio della perfeczione, impossibile sarebbe che non voltassero el capo indietro. Di bisogno l’è, a volere vita etterna, che essi amino senza rispecto: non basta fuggire il peccato per timore della pena né abracciare le virtú per rispecto della propria utilitá, però che non è sufficiente a dare vita etterna; ma conviensi che si levi del peccato perché esso dispiace a me, e ami la virtú per amore di me. È vero che quasi el primo chiamare generale d’ogni persona è questo; però che prima è imperfecta l’anima che perfecta. E da la imperfeczione debba giognere a la perfeczione: o nella vita mentre che vive, vivendo in virtú col cuore schiecto e liberale d’amare me senza alcuno rispecto; o nella morte, riconoscendo la sua imperfeczione con proponimento che, se egli avesse tempo, servirebbe me senza rispecto di sé. Di questo amore imperfecto amava sancto Pietro el dolce e buono Iesú, unigenito mio Figliuolo, molto dolcemente sentendo la dolcezza della conversazione sua. Ma, venendo el tempo della tribolazione, venne meno; tornando a tanto inconveniente che, non tanto che egli sostenesse pena in sé, ma, cadendo nel primo timore della pena, el negò, dicendo che mai non l’aveva cognosciuto. In molti inconvenienti cade l’anima che ha salita questa scala solo col timore servile e con l’amore mercennaio. Debbansi adunque levare ed essere figliuoli, e servire a me senza rispecto di loro. Benché Io, che so’ remuneratore d’ogni fadiga, rendo a ciascuno secondo lo stato ed exercizio suo. E se costoro non tassano l’exercizio de l’orazione sancta e de l’altre buone operazioni, ma con perseveranzia vadano aumentando la virtú, giogneranno a l’amore del figliuolo. E Io amarò loro d’amore filiale, però che con quello amore che so’ amato Io, con quello vi rispondo: cioè che, amando me sí come fa el servo el signore, Io come signore ti rendo el debito tuo, secondo che tu hai meritato. Ma non manifesto me medesimo a te, perché le cose secrete si manifestano a l’amico che è facto una cosa con l’amico suo.” (cap. 60).

Quanto è dunque necessario, al fine di convertirci davvero, passare da un timore servile a quello filiale propriamente detto, facendo guerra all’amor proprio per fare sempre più posto al genuino amor di Dio. Il riconoscimento della nostra condizione misera, peccatrice, talora egotistica, è una vera e propria grazia che sgorga dal Cuore di Gesù, come accadde a Pietro colto dallo sguardo amorevole del Maestro, dopo averLo rinnegato tre volte. Uno sguardo che converte e rimette in cammino verso il perfezionamento di sé. Un animo chiuso nell’amor proprio, alla fine, tende a diventare ingiusto verso di sé (nella valutazione del proprio stato spirituale e morale), verso gli altri (nel rapporto tra se stesso e le creature), e quindi anche verso Dio (nella difesa dei diritti di Dio e della Chiesa).  Come afferma santa Caterina, queste anime infestate dall’amor proprio vorrebbero andare in Cielo comodamente, senza troppi sacrifici, senza passare attraverso l’ineludibile strettoia della Croce. Ma se ogni grazia e benedizione provengono dal costato trafitto del Signore crocifisso, come è possibile unirsi a Lui in questa vita e contemplarNe la gloria nell’eternità senza percorrere il medesimo Mistero di morte e risurrezione? “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. […] Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 24-28).

Non dobbiamo tentennare di fronte a ciò che può scalfire il nostro amor proprio, temendo di perdere qualcosa, ma dobbiamo fare guerra al peccato che abita in noi e che limita l’amor di Dio e l’amore verso il prossimo per amor di Dio: quando dichiareremo lotta senza quartiere all’amor proprio, avrà inizio la seconda fase della nostra vita spirituale. Quando inizierà la nostra battaglia contro i “giganti” che frenano lo slancio dello spirito? E se già è iniziata, stiamo usando le armi giuste contro questi nemici? Sacramenti, preghiera, Rosario, mortificazione e sacrifici sono le frecce appuntite che non falliscono e che abbattono i pachidermi spirituali, anche i più robusti.

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(continua)

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