Lezioni sulla vita spirituale – di Don Marino Neri – Sesta lezione

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Lezioni sulla vita spirituale – Sesta lezione

Già pubblicati:

Introduzione (clicca qui)

Prima lezione (clicca qui)

Seconda lezione (clicca qui)

Terza lezione (clicca qui)

Quarta lezione (clicca qui)

Quinta lezione (clicca qui)

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zzzzCristoMaestroAbbiamo parlato della seconda conversione necessaria all’anima per uscire dalla via dei “principianti” (o incipienti) ed entrare in quella dei proficienti verso la via via illuminativa. Si è pur sottolineato come questo tipo di conversione sia quella che hanno sperimentato gli stessi Apostoli dopo i giorni della Passione del Signore, soprattutto Pietro, dopo il suo triplice rinnegamento. Questo delicato passaggio spirituale, ricorda san Tommaso (in Matth. 26, 7), avvenne a partire dallo sguardo di Verità e di Misericordia di Cristo. E tuttavia, dopo la seconda conversione, gli Apostoli ancora non avevano raggiunto il culmine dell’ascesi cristiana: erano pavidi, non ancora pienamente consci del grande miracolo della Risurrezione, frenati da timori umani. Ecco allora rendersi necessaria anche per loro una terza conversione, che avvenne il giorno di Pentecoste. Questa trasformazione ulteriore fu preparata in essi dal definitivo allontanamento visibile di Cristo dopo la sua Ascensione al cielo. Accanto alla gioia colma di preghiera e di adorazione descritta da san Luca (Lc 24, 50-53), «quando il Signore privò per sempre gli Apostoli della vista della sua santa umanità, deve essere stato per loro una grande sofferenza, alla quale non si pensa generalmente troppo» (R. Garrigou-Lagrange). Ancora una volta, in un momento di smarrimento e di deserto spirituale, si prepara per gli Apostoli – per ogni uomo – una svolta decisiva nella propria interiorità: l’effusione dei doni dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste. «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi» (Act 2, 1-4).

L’improvviso rombo dal cielo, “come di vento che si abbatte gagliardo”, era il segno dell’azione misteriosa e reale dello Spirito Santo; allo stesso tempo, le lingue di fuoco divise sul capo degli Apostoli simboleggiano quello che sarebbe accaduto nei loro cuori (la fiamma delle Virtù teologali informate dalla perfetta Carità). Come il fuoco rischiara, purifica e riscalda, così lo Spirito Santo, con la sua azione efficace, rischiara le anime e le menti con la Fede, purifica le intenzioni e le aspettative con la Speranza, riscalda e sprona alla testimonianza con la Carità. E tutto ciò – cioè che le due virtù teologali furono perfezionate dalla rinnovata infusione della Carità soprannaturale – è ben evidente nel lungo discorso che Pietro (il traditore convertito dallo sguardo di Cristo), senza traballamenti, pronuncia davanti alla folla:

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazareth – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo:

Contemplavo sempre il Signore innanzi a me;
poiché egli sta alla mia destra, perché io non
vacilli.
Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la
mia lingua;
ed anche la mia carne riposerà nella speranza,
perché tu non abbandonerai l’anima mia negli
inferi,
né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione.
Mi hai fatto conoscere le vie della vita,
mi colmerai di gioia con la tua presenza.

Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi. Poiché però era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò:

questi non fu abbandonato negli inferi,
la sua carne vide corruzione.

Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:

Disse il Signore al mio Signore:
siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.

Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (Act 2, 22-36).

Lo Spirito Santo abitava già nell’anima degli Apostoli, ma attraverso questa missione visibile Egli venne a perfezionare i tesori della Grazia, delle Virtù e dei doni, fortificandoli affinché essi fossero testimoni del Signore risorto fino agli estremi confini della terra. L’esperienza degli Apostoli, che a partire dal momento oscuro della prova (la privazione della vista di Cristo risorto) sono disposti a un progresso ascetico-spirituale (l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste) e quindi a un’immediata martyria esistenziale (il discorso di Pietro) trova esplicitazione lirica in queste parole di san Giovanni della Croce:

«1. In questo verso l’anima lascia intendere che il fuoco d’amore, di cui si è parlato, si diffonde in lei – proprio come fa il fuoco naturale che brucia il legno – col favore della dolorosa notte di contemplazione. Se da una parte questo incendio d’amore è simile, in certo modo, a quello che si è verificato nella parte sensitiva dell’anima, come ho illustrato in precedenza, dall’altra è assai diverso, quanto lo è l’anima dal corpo o la parte spirituale da quella sensitiva. Si tratta di un fuoco d’amore che si accende nello spirito. Ivi, oppressa da tenebrose angosce, l’anima si sente ferita vivamente e profondamente da un forte amore divino; allo stesso tempo prova una certa sensazione, un vago presentimento che Dio è là, senza tuttavia comprendere nulla in particolare, perché, ripeto, l’intelletto è all’oscuro.

2. La persona sente ora il suo spirito travolto da un intenso amore, perché l’incendio spirituale produce una passione amorosa. Dal momento che quest’amore è infuso, è più passivo che attivo, e così genera nell’anima un’intensa passione d’amore. Tale amore ha già in sé qualcosa dell’unione con Dio, di conseguenza partecipa in qualche modo alle sue proprietà. Queste ultime sono azioni di Dio ricevute passivamente dall’anima, mediante il suo consenso. Ma il calore, la forza, la resistenza, la passione o incendio d’amore, come qui è chiamato, procedono solo dall’amore di Dio che attira l’anima per unirla a sé. Ora quest’amore trova tanto più spazio e accoglienza nell’anima, per unirla a sé e ferirla, quanto più essa ha domato, sottomesso e inabilitato tutti i suoi appetiti, privandoli della gioia delle cose celesti e terrene.

3. Ciò è quanto accade in modo singolare in questa purificazione piena di tenebre. Infatti Dio ha così privato l’anima di tutti i suoi gusti e li ha raccolti in sé al punto che non possono più gustare le cose che vorrebbero. Dio fa questo perché, separando tali gusti dal resto e riservandoseli tutti per sé, l’anima abbia più forza e capacità per accogliere quest’intensa unione d’amore con lui, che egli comincia a concederle attraverso la purificazione. È a questo punto che l’anima deve amare con grande forza, con tutte le sue forze e con tutte le sue passioni spirituali e sensitive, cosa che non potrebbe accadere se esse si distraessero nell’amare altre cose. Davide, per poter ricevere la forza dell’amore di quest’unione con Dio, diceva al Signore: A te, mia forza, io mi rivolgo (Sal 58,10), cioè con tutta la capacità, la brama e la forza delle mie facoltà, e non voglio impiegare la loro azione o la loro soddisfazione in nient’altro al di fuori di te» (La notte oscura 1, 11, 1-3).

Manca ora solo un aspetto che gli Atti confermano: le conseguenze sulle altre persone di questo repentino mutamento di vita degli Apostoli: «All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo”» (Act 2, 37-38). Una conversione vera e perfetta provoca altre conversioni, le quali, se docili alla voce del medesimo Spirito, potranno giungere alle vette del puro Amore divino, innescando a loro volta altri cambiamenti di vita nei cuori. Il bene, ricorda san Tommaso, è diffusivo, tende ad andare oltre i propri confini per comunicarsi liberamente e generosamente; al cuore dell’uomo spetta di essere umilmente recettivo verso questa “provocazione della Grazia”, lasciandosi attrarre. Quando avverrà la nostra terza conversione? Quando sarà il giorno di Pentecoste definitivo per la nostra vita? Convertiamoci: tante anime smarrite attendono la nostra testimonianza infuocata, per essere trafitte nel cuore dal Verbo di Dio e domandare smaniose: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».

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(continua) 

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