LIALA, AUTENTICA GENTILDONNA DELLE LETTERE – di Piero Nicola

di Piero Nicola

 

 

Credo che molti signori attempati, bambini al tempo del fungo sterminatore di Hiroshima, ragazzi quando si attuarono gli esperimenti sull’atollo di Bikini, ricordino il leggero dileggio che i maschi riservavano a Liala e alla rivista Confidenze, da lei diretta sino al 1951, scioccamente confusa col genere Grand Hotel. Ed essi, come i loro figli e nipoti, purtroppo non si sono mai potuti sbarazzare di quel distacco gravido di sufficienza verso tutti i libri d’amore, prediletti dal mondo femminile.

Mi ci vollero secoli prima che su un rotocalco preso svogliatamente nell’anticamera del dentista, scoprissi in una novella della più letta scrittrice di romanzi e racconti rosa, come ella fosse una creatrice fine, di buon gusto, che sconfisse ciò che rappresentava l’esplosione del bikini sulle spiagge e l’immoralismo dell’era atomica: quando i best seller di Françoise Sagan e di Grace Metalious facevano scalpore e vendevano bene anche da noi.

Onore dunque a Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi (1897-1995), di cui Liala è lo pseudonimo trovatole da D’Annunzio, estimatore delle sue prime storie di ambientazione aeronautica, e che intese suggerirle un breve nome d’arte in cui comparisse l’ala. Onore nondimeno alle sue numerosissime lettrici, capaci di apprezzare la bella onestà che sprigiona dalle scelte narrative e dal loro saggio realismo, tanto che in quei volumi rimane uno spazio esiguo per la mera curiosità, per l’evasione in mondi esotici e magnifici, per gli amori soltanto straordinari, mentre il sogno è astretto ai valori eterni, in primis quelli della nostra Religione, e non sfugge alle pene meritate e anche immeritate.

Oggi Wikipedia ammette che Liala non solo ha “saputo coltivare la fantasia di più d’una generazione di donne, ma anche […] saputo incarnare [sic] nel suo stile piano, descrittivo e elegante, un modo di fare letteratura che riassume il ‘bello scrivere’ di più di una generazione di scrittori italiani”.

Sorvoliamo su questo ‘bello scrivere’ circoscritto in un’epoca, come se nell’epoca attuale potesse esservene uno differente, a parte qualche aggiornamento del dizionario, da prendere con cautela per non indulgere alla volgarità imperversante, che non può vantare alcun diritto. Nonostante i citati riconoscimenti, la valutazione di Liala resta riduttiva e finanche ottusa. Per due motivi.

Primo, perché il caso sentimentale in cui sono coinvolti l’uomo e la donna sta al centro della vita, della famiglia o è per condurre a questa. L’incontro sentimentale è l’umanizzazione del biologico avvicinamento procreativo; esso rivela lo spirito degli esseri e, mettendolo alla prova, offre loro il modo di elevarsi; da esso proviene un forte elemento del benessere o del malessere per gli individui e le società; esso tocca il lavoro, il servizio del cittadino e la politica. Dunque, l’argomento trattato a dovere trascende il genere narrativo.

Secondo motivo: Liala lavora compiutamente la materia delle relazioni e delle occupazioni, sicché i suoi romanzi non sono affatto manchevoli e per un determinato interesse o clientela, sono per tutti, interessanti e istruttivi per tutti.

D’altronde, abbiamo avuto grandi e forbite penne maschili, specie francesi, come Jacques Chardonne e  Edmond Jaluox, dedicate al problema amoroso e che produssero per entrambi i sessi, sebbene la qualità dei loro lettori fosse piuttosto scelta.

qvDicevo che agli albori della sempre più pazza e scaltrita emancipazione femminile, che avrebbe violentato la femminilità e la maternità, Liala, imperterrita nella sua fede, manteneva intatto il concetto dell’onestà muliebre, della purezza, teneva alto il dono insostituibile della casta verginità e, per l’uomo, il contegno onorevole, il riferimento costante al comportamento cavalleresco, al codice della disciplina civile o militare. Per uomini e donne, ella supponeva la regola della giustizia sicura, tradizionale, al di sopra delle questioni sociali contingenti. Chiesa e sacramenti non vengono da lei mai postergati.

Cosa eccezionale, in questo ordine implicito del suo raccontare, la cui salda prora già fendeva controcorrente la marea, nel suo orientamento conforme a un costume per niente esaltato e contrapposto polemicamente alla modernità, legioni di signore e signorine trovarono i loro sogni, le loro speranze, le loro soddisfazioni intellettive, confermando la bontà dell’orientamento, attestando altresì che il prodigio dipendeva dal valore della romanziera. Prodigio senza iperbole, considerando che nei romanzi su cui ho appuntato l’attenzione, dove più dove meno i dolori volgono in lunghe tristezze, in mestizie, in tragedie (giovani cagionevoli e vecchi infermi condannati da mali incurabili; malattie morali senza rimedio), prima d’uno sbocco augurato, felice sovente con strascichi, o tragico dopo estreme felicità.

Liala pubblicò 80 opere, di cui 72 romanzi. Ne ho lette 4, scelte come campioni di quelle comparse nel primo nostro periodo repubblicano, più una degli anni ’30 (ma le ristampe di tutta la produzione dell’autrice giungono a questo Ventunesimo Secolo) e una ambientata a cavallo del 1970, per spiare la reazione al cambiamento e come vi si potesse ancora applicare il sistema dei capisaldi tradizionali.

Quanto avrebbero da imparare gli odierni narratori dalla scrittura di questa dama! Ovviamente non intendo celebrare una perfezione, di cui nessuno può menar vanto. La dosatura delle invenzioni espressive, la complessiva sobrietà, la dignità del punto di vista, l’equilibrio delle note ambientali e sui personaggi, il vasto respiro delle pagine, del loro ampio fluire che fa a meno di capitoli, ci accompagna e introduce a mano a mano negli ambienti, nei panni dei personaggi, rendendoci, a un certo punto, quanto mai presenti e intrinsechi. Pochi signori di quest’arte sanno avvolgere il lettore traendolo a vivere emotivamente, e non solo per la comprensione o per l’apprezzamento, accanto a vite spesso lontane da lui o prima alquanto estranee; così che uscendo dal libro potrà serbare un ricordo di esperienze e di persone, tra altri suoi personali ricordi forse meno vividi e appassionanti.

Fiaccanuvole (ristampato nel 1946 e nel 2001) è il soprannome di Fusero, un tenente pilota dell’Aeronautica, cui piace impiegare la sua abilità aviatoria per bucare e scompigliare le tonde masse di vapore: fantastiche forme bianche, grigie, tinte di sole nel cielo. Egli, giovane solido, applicato a progetti di miglioramento dei velivoli, sta quasi agli antipodi del suo parigrado e amico Brunello Vampa: apollineo, aitante, un po’ maldestro nelle manovre con l’idrovolante sullo specchio d’acqua o nel cielo, e frequentatore di gonnelle. Questo rubacuori ha in sorte di innamorarsi di Coralito, una splendida cantante d’opera, spagnola, e di ricevere da lei un rifiuto assennato. Ella ha una figlia, Claudia, di salute cagionevole, che vorrebbe lasciare in buone mani dovendo assentarsi per un lungo giro di recite nel lontano Oriente. Avendo conosciuto Fusero, nessuno le appare più idoneo di lui per la protezione della ragazza, alla quale il giovane trova alloggio in una villa affacciata sul Golfo spezzino. Tra  prove di volo, esibizioni, missioni presso idroscali del Nord Italia, misteriose avventure del gatto soriano di Fusero, gite e conviti camerateschi nelle località marinare da Lerici a Portovenere, avviene l’inaspettato innamoramento del neo-capitano Fiaccanuvole per la graziosa ragazza dal cuore malato, che gli corrisponde con uguale sentire.

Spiace che questo schema dei rapporti debba omettere il tessuto connettivo dei riguardi, delle comprensioni e delle incomprensioni, rimpiccolisca i sacrifici, smorzi pensieri, annulli  trepidazioni e risvolti dei caratteri; mentre il seguito degli umani scambi non fa una piega nel loro consono svolgimento esteriore e nei suoi riflessi interiori.

Come sovente accade, sorge l’ostacolo accidentale. Fusero dovrebbe aspettare anni per sposare l’amata; lo prevede il regolamento del servizio militare, da cui è impensabile che egli possa dimettersi. D’altro canto, un amore come il loro esige il matrimonio. Con tutta naturalezza, alla giovane si apre una consolazione: “Avrò almeno una vita felice nel regno di Dio”. Nei loro delicati convegni, il capitano impara da lei, che dipinge, ad attuare coi pennelli un’idea di mimetizzazione atta a far scomparire dalla vista un aeroplano che transiti a non molta distanza.

Intanto Brunello, il primo innamorato senza domani, di ritorno da Varese è penetrato in un grande banco di nubi e i turbini gli fanno perdere la cognizione di dove si trovi. Si lancia col paracadute; viene soccorso in mare al largo della Base. Riceve il sincero conforto dell’amico, che gli fa riprendere confidenza con l’apparecchio. Ma il suo salutare trasferimento sarà inevitabile, quando le sue profferte amorose verranno recisamente respinte da Coralito.

Intanto Valobra, asso del volo, trentenne collaudatore, che con le sue acrobazie collauda bensì la saldezza cardiaca di chi vi assiste, incontra Coralito tornata a La Spezia al richiamo di Fiaccanuvole. Le condizioni di Claudia sono diventate critiche. Poiché Valobra e la cantante si amano, è indifferente che ella abbia qualche anno più di lui, che dello scavezzacollo conserva ormai soltanto la vecchia patina. Possono convolare a nozze con la benedizione della figliola. Infatti Claudia ha il tempo di sincerarsi delle consapevoli intenzioni dell’aspirante suo patrigno, prima di rendere l’anima al Signore.

Fusero va a Desenzano per restare di stanza nello scalo specializzato in saggi di velocità degli idrovolanti. Nemmeno i colloqui con il cappellano riescono a sollevargli il morale, così che riprenda il solito slancio. Finché, l’invito al battesimo della bimba nata da Coralito e Valobra viene a rasserenarlo con la visione d’una bambina somigliante alla perduta amata, viene a infondergli la lena per provarsi nel volo veloce sul Lago.

Oh, Fiaccanuvole una pecca ce l’ha, una pecca gentile: nella benché fedele riproduzione d’ambiente, al cameratismo degli ufficiali e alle loro intimità è talvolta prestato un animo non dico femmineo, ma alquanto veduto e ingentilito da occhi di donna.

La giovane Liala sposò un ufficiale di Marina; poi s’innamorò d’un ufficiale dell’Aeronautica, morto tragicamente in un incidente aereo e, sino al dopoguerra, stette sentimentalmente e con le sue storie nella sfera militare. Tuttavia non è vero che solo molto più tardi se ne allontanò scrivendo vicende di diversa ambientazione.

Il profumo dell’assente (1953) ci introduce a metà nel mondo della rivista teatrale e a metà ancora nella vita di ufficiali della Marina: un ammiraglio eroe del recente conflitto, invalido, dalla salute troppo compromessa, e un capitano prestante, tuttora in forza all’Arma navale.

Figlia orfana d’una famiglia borghese scesa nella povertà, Antimisca, che fu iniziata da bambina alla danza classica, essendo bisognosa di lavoro per sostentarsi e provvedere alla nonna, entrò avventurosamente da ballerina in erba in una compagnia delle ragazze seminude sulle scene. Nel villaggio dove la dignitosa vecchierella vive in una casetta, l’Ammiraglio abita una ricca dimora.

A Milano, per strada, la ragazza viene abbordata da Edo, un giovanotto venuto in città per gli affari del padre, agiato fabbricante della provincia. È stato attratto dalla sobria bellezza di Antinisca, ed ella finisce per accettarne la corte assidua e rispettosa. Ma la doppia vita di finta dattilografa e di subrettina, nascosta anche alla padrona della pensione dove alloggia, diventa sempre più insostenibile allorché interviene il progetto del matrimonio. Durante una visita resa all’Ammiraglio, ella conosce Viberti, ufficiale legato da devozione e da antichi rapporti di servizio con la vecchia medaglia d’oro. Nonostante che Antinisca badi a camuffarsi in un quadro dello spettacolo riservato a lei, Viberti, spettatore, la riconosce nella sfilata sulla passerella. Egli, che impalmerà un’incantevole figlia del bel mondo, prodiga discretamente ad Anty – così ribattezzata alla villa – l’amicizia e il sostegno per cavarsi d’impaccio. Ma fra i due sboccia un amore inconfessato. Nonostante ciò, la giovane intende tener fede alla promessa e svincolarsi dalla compagnia alla quale è legata da un contratto. Non potendo pagare la penale, ella decide di sparire. La diva della rivista, che tiene a lei per il suo numero di grande effetto, non molla e, insieme al direttore del teatro, la rintraccia. La raggiungono dalla nonna intimandole di riprendere il suo posto. La vecchia signora, disperata, va a chiedere consiglio dall’Ammiraglio, che offre il pagamento della penale. Inutili precauzioni. Mentre padre e figlio sono in casa della promessa sposa e della nonna, arriva la prepotente e sfiorita stella del palcoscenico, e scopre tutte le carte in una delle sue scenate.

Da buon borghese offeso, Edo abbandona la sua cara, senza ulteriori ripensamenti. La povera delusa, dal passo elastico, dallo sciolto incedere che non ha mai potuto dissimulare, viene accolta come assistente nella residenza del vegliardo, che non nega il suo aiuto ai paesani in difficoltà. Egli abbisogna del conforto di una presenza fiorente, idonea a lenire i suoi giorni di immobilizzato sulla carrozzella e stremato dalla condanna di una schiena martoriata, incurabile. Infatti, ben presto l’infermità lo porta a ricevere gli ultimi sacramenti. E poiché ha soltanto dei nipoti ingrati, delibera di rendere Anty sua erede universale. Ella cede alle suppliche dell’uomo. Su consiglio previdente del notaio, si celebrano le loro nozze in extremis.

Una volta di più l’esistenza è matrigna per la nostra eroina. Il rimedio delle trasfusioni risulta efficace, l’anziano signore scampa alla morte. La giovinezza prorompente resta prigioniera della riconoscenza e degli affetti, del proprio e di quello di lui che, in breve, sopraffatto dall’attaccamento alla vita e alla ragazza, non è più lui, ma un irriconoscibile egoista, non disposto all’annullamento d’un matrimonio mai consumato. D’altra parte, la rettitudine, la pietà, i propositi di abnegazione di Anty vengono incrinati da un bacio concesso a Viberti, che  frequenta la casa e poi la incontra in Riviera, dove l’hanno inviata affinché si rimetta dal suo deperimento. Viberti ha lasciato la fidanzata il giorno prima di recarsi all’altare. Gli è apparsa manifesta la capricciosa ambizione che la dominava, per la quale egli avrebbe dovuto licenziarsi dalla Marina e associarsi alle attività del futuro suocero.

Lo speciale profumo lasciato da Anty sulla giacca del capitano, desta nel vecchio il sospetto d’un tradimento non veniale. In preda alla gelosia, l’ombra del nobiluomo che fu, si arma e spara alla sposa. Ella fa credere a una disgrazia. Si salverà, tornerà ai suoi doveri pietosi. Tuttavia il marito grato e sconvolto scompare all’improvviso. Inutilmente se ne cercano le tracce. Le scrive che il suo orgoglio non ha retto alla bontà della moglie. Lo rivedranno quando sia diventato umile. Avendo rinunciato alle cure, la chiama a sé quando ormai è in fin di vita in una villa sul mare di Lerici, e allora può dare l’estremo sfogo ai buoni sentimenti e alle lodevoli disposizioni.

Melodramma? Se così sembra, me ne assumo la colpa. Si vada a leggere il testo, e la persuasione contraria non tarderà.

Dopo questo romanzo privo di condizioni umane improbabili, ce ne sono altri con alcune forzature. Esse vengono, per così dire, riassorbite, normalizzate da un mirabile spessore gradatamente loro conferito. Ne La meravigliosa infedele (1955) la vedova Donna Gherarda Clarici, di secolare casata milanese, tiene la figlia Valeria in un oppressivo, anacronistico regime di condotta rigida e bigotta. La giovane ha una amica e compagna di liceo, Fulgenzia, il cui temperamento e il cui ambiente sono l’opposto della decrepita magione della nobildonna, del salotto delle vecchie zie, ove si accarezzano i fantasmi di eccellenti cavalieri e cavalleggeri, conosciuti nei bei tempi andati. Fulgenzia, l’infrequentabile, vive nel lusso con una madre da cui ha preso la straordinaria avvenenza e nel cui influsso è cresciuta: una donna non più maritata, di liberi costumi, astuta nel salvare le apparenze, e che deve accasare la figlia con un ottimo partito per salvarsi dalla completa e inevitabile dilapidazione delle proprie sostanze.

Il caso vuole che le due liceali – Valeria mortificata da un abbigliamento castigatissimo e fuori moda, la sua compagna elegante, esuberante, disinibita – facciano la conoscenza di Lullo, un bravo figlio di industriale. Il giovanotto s’invaghisce della bella.

Nel frattempo, un’istitutrice francese di Donna Gherarda è arrivata col suo figliastro Maurice. Sono diretti in Toscana per faccende di poderi ereditati dal padre, e ricevuti a casa Clarici. Il ragazzone è insofferente del salotto e la matrigna Susanne fa buon viso, spiritosa e moderna. La sua modernità delude le attese, però verrà in seguito tollerata, perché le retrograde signore hanno un punto debole: sono allettate da qualche profitto largito dall’altrui prodigalità. E non solo i doni della francese le ammorbidiscono, persino la gentile liberalità della madre di Fulgenzia apre una breccia nella preclusione verso di lei. Ella perviene a far partecipare Valeria ai ricevimenti domestici. Se ne serve per esibire i buoni rapporti con la nobile famiglia e divenire così persona rispettabile.

Coinvolto nelle relazioni, Maurice s’innamora di Fulgenzia e, pur sapendo che il suo amore è privo di avvenire, date le cattive informazioni ricevute, convince Susanne a prolungare il soggiorno a Milano. Valeria ne approfitta per allentare il suo giogo. Con la scusa di andare a lezione di francese da Susanne, comincia a muoversi in società.

Lullo e suo padre, irretiti dalle superbe doti di Fulgenzia, chiedono la sua mano. Maurice ne è contento, sperando di guarire dall’amore per lei. La cotta gli impedisce di andare oltre la stima nei riguardi di Valeria, che sua madre ancora vorrebbe accasata con un signore adulto e sicuro. Ella ama il sano giovanotto francese, chiamato da Donna Gherarda il “contadino” perché si dedica alla conduzione dei suoi vigneti della Champagne. È giunto il momento per lui di partire, ma si augura di farsi rivedere col cuore sgombro.

Col parere favorevole del medico, Valeria viene ospitata nella fastosa villa sul lago, di proprietà del genitore di Lullo. Le ci vogliono sole e aria pura, e lì aspetta che gli sposi rientrino dal viaggio di nozze.

Fulgenzia, già debolmente innamorata del fidanzato, ha accettato di sposarlo tanto ubbidendo alle pressioni di sua madre, quanto sedotta dalla conquista della gran vita, convinta bensì che il proprio fascino le avrebbe assicurato d’essere amata e assecondata. Invece Lullo l’ama per desiderio, per possesso e, fin da principio, non le ha risparmiato le recriminazioni riguardo alla brutta fama venuta a galla intorno a sua madre, e riverberata dalla madre sulla figlia.

Gli impegni dell’industria spediscono Lullo negli Stati Uniti. Poco dopo lo stesso magnate deve raggiungerlo oltreoceano. Le amiche restano sole.

Ora avviene come possa giungere all’apice il potente effetto della bellezza, della splendida vitalità, dell’intelligenza e anche della bontà: avviene che siano contenute in un essere umano coesistendo con la dissipazione, con un getto di sè irresistibile per afferrare la felicità: quando l’essere mette in atto tutta la sua ricchezza riversandola in maniera impropria, destinandola all’autodistruzione.

La noia, per certe creature più terribile dell’infelicità, scatena la sete d’un appagamento che sembra debito e a portata di mano. La noia inesistente per creature come Valeria, contenta delle meraviglie di quegli agi, di quei giardini, di quella natura che con le sue vesti, la sua vita, le sue trasformazioni supera, a saperla vedere, le creazioni dell’artista.

La tranquilla attesa agita l’irrequieta, la spinge in barca sulle acque lacustri. Vi trova l’Adone, l’avventura, l’amore e l’inganno. La disillusione e lo scandalo non l’arrestano. Un altro amore effimero in città, altri piaceri e i disinganni dovuti alle conseguenze. L’infedele fu cara per l’amica, tutto sommato lo è ancora, ma diventa per lei inescusabile, se non incomprensibile. A nulla valgono i richiami ai doveri, al rispetto di Dio. Valeria si attira il compatimento, il disprezzo di quell’ansia di vivere. L’educanda rifiorita, trasformata in modesta bellezza, quasi rimpiange la sua camera opprimente, il salone pesante, gli evocati cavalieri delle zie, e comprende i timori della severità.

Fedele, Maurice, riviene a Milano con la matrigna. Fulgenzia, pur avendo sentore del tenero che corre fra lui e Valeria, si pente di non averlo scelto al momento opportuno, intende raggiungerlo subito e conquistarlo. La povera ragazza, esasperata, raddoppia la dose di sonnifero che Fulgenzia prende per riposare un poco e rimediare ai postumi della notte insonne, prima di partire. Ella si sveglia in tempo, beve del whisky, di cui ha preso l’abitudine, e non sente ragioni, sale in macchina stordita, va incontro all’incidente stradale in cui resta uccisa.

Rispondendo sollecita alla chiamata, la signora Clarici organizza una cristiana camera ardente, dove riposa la morta con un insolito volto amaro. La pia signora assolve la figlia dai suoi scrupoli, la figliola avviata a coronare il suo degno amore.

Liala seppe tener dietro alla rivoluzione dei costumi. In particolare, con Di ricordi si muore (1970) affronta le vicissitudini di una prostituta. Da ragazza di campagna che confuse la sensualità con l’amore, per cui il suo ragazzo la lasciò screditata nel villaggio, ella andò a servizio nella metropoli in una famiglia altolocata, a regime di più o meno allegra infedeltà coniugale. Il desiderio di procurarsi un gruzzolo e un appartamento la indusse a far mercato del proprio corpo. Donde, per una svolta, si salta dai convegni mercenari all’amore immenso e puro, capitato durante una crociera che la vede, con passaporto non suo, ma dalla fotografia somigliante, sotto le mentite spoglie d’una signora maritata e irreprensibile. Da una simile vetta, impressa a fuoco nell’animo, è impossibile ridiscendere; la vitale trentenne fissata nel sublime ricordo, non può riprendere il sudicio mestiere, non riesce a rifarsi una vita e, mancandole il divino conforto, si toglie la vita.

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