In un libro di Athanasius Schneider, riflessioni sulla Santa Comunione e sui diffusi sacrilegi – di Giovanni Lugaresi

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di Giovanni Lugaresi

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libro schneiderUn uomo in fila per accedere alla Comunione; il sacerdote allunga la particola: sulla lingua? In mano? Ma per carità! Siamo postconciliari, ergo… in mano. E così avviene. Il comunicando gira i tacchi e, ficcata l’ostia consacrata (“il Corpo di Cristo”!) in tasca, se ne va. Chi più l’ha visto?

E’ accaduto anni fa nella basilica di Sant’Antonio a Padova.

In tempi più recenti, in una chiesa del Trevigiano: accanto al sacerdote, a distribuire la Santa Comunione, una donna. Perché? Forse il parroco non ce la faceva da solo a provvedere: troppa fatica?

Così, ecco: mentre la donna sta per porgere la particola a un comunicando, l’ostia cade per terra! Un momento di sorpresa, sgomento? Nemmeno per sogno. Lesta lesta colei che ha fatto cadere l’ostia, si china, l’afferra e la rimette nella pisside.

Anche questo è accaduto… accade nelle chiese cattoliche, dove un tempo si pregava (anche) dicendo: “Signore io credo che tu sei realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità nel Santissimo Sacramento dell’altare!” Preghiera che oggi non sentiamo più recitare; del pari non sentiamo preti che la insegnino ai bambini.

In compenso, a distribuire il Corpo di Cristo ci troviamo chiunque. Oh, non un frate, non una suora, non un diacono, a fianco del sacerdote, bensì… una persona qualunque, che sarà pure una brava persona, ma ci chiediamo a quale titolo sia adibita a questo ufficio.

Ci sovvengono i due episodi, e siamo indotti alle considerazioni fatte, scorrendo le pagine di un piccolo ma quanto mai ricco libretto: “Corpus Christi”, sottotitolo: “La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa” di Athanasius Schneider (Libreria Editrice Vaticana, Euro 9,00) la cui lettura si raccomanda a preti di scarsa memoria ma ricchi di superficialità, e, perché no?, a vescovi e a rettori di quei seminari dai quali escono giovani sacerdoti non sempre provveduti, non sempre consapevoli di quel che sia la celebrazione di una messa.

Un vecchio cattolico scrittore, Domenico Giuliotti, titolò un suo commento al divin sacrificio “Il ponte sul mondo”, a dare subito l’idea del rapporto fra l’io di noi peccatori e Dio dispensatore di perdono e di grazia.

Athanasius Schneider (1961) è nato in Kirghistan da genitori tedeschi deportati; nel 1973 emigrò in Germania e nel 1990 venne ordinato sacerdote. Docente, vescovo, attualmente è presidente della Commissione liturgica e segretario generale della Conferenza dei Vescovi cattolici di Kazakhstan. Nelle sue pagine c’è tutto il senso dell’adorazione di Nostro Signore, alla luce della retta dottrina, da troppi disattesa con licenze e abusi a non finire. Sottolinea l’Autore che già nel VI Secolo “nella Chiesa di Roma l’Ostia Santa era posta direttamente nella bocca… Nel Medioevo i fedeli cominciarono a ricevere il Corpo di Cristo inginocchiati, in una più chiara espressione esteriore di adorazione…”. Ma dopo il Concilio Vaticano II, e non si sa perché, ecco una “profonda piaga”, quella della Comunione sulla mano;  che è, per Schneider, “la piaga più lacerante nel Corpo Mistico della Chiesa di Cristo”. Perché? Ma perché denota un “sorprendente minimalismo nei gesti d’adorazione e di riverenza… C’è assenza di ogni segno di adorazione”.

L’Autore indica altri elementi negativi nella pratica della comunione sulla mano, uno dei quali gravissimo: e cioè la percezione che così facendo nell’Ostia Santa non sia presente la persona Divina di Cristo, ma piuttosto un simbolo religioso, in quanto “si può esteriormente trattare come si tratta il cibo comune che, appunto, si afferra con le proprie dita e lo si porta alla bocca”…

E ci fermiamo qui, convinti di avere dato almeno un’idea di quanto sia consapevole Athanasius Schneider del valore immenso dell’Ostia consacrata, mentre ciò non accade per tanti altri (troppi) sacerdoti e fedeli, per i quali avvicinarsi all’Eucaristia rappresenta evidentemente qualcosa d’altro.

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13 commenti su “In un libro di Athanasius Schneider, riflessioni sulla Santa Comunione e sui diffusi sacrilegi – di Giovanni Lugaresi”

  1. Davvero un santo vescovo Monsignor Schneider!Abbiamo avuto la grande opportunità di ascoltarlo in una sera di due anni fa.Ha parlato del tema dell’Eucarestia da lui trattato nel piccolo ma preziosissimo libro “Dominus est”.Molte cose ci hanno commosso e fatto riflettere:Inoltre è una persona veramente umile e amabile.Preghiamo il Signore per lui e perché ci doni molti vescovi così.

  2. Ariel S. Levi di Gualdo

    Carissimi.

    Non entro nel merito della spinosa questione: “Giusto o sbagliato distribuire la S.S. Eucaristia sulle mani?”. E’ un quesito che non porta a niente anzi, spesso può scadere nella vera e propria ideologia; e Dio solo sa, negli ultimi cinquant’anni, quali abusi ideologici si siano fatti persino dell’Eucaristia.
    Passo invece subito ai “consigli pratici”.
    Distribuire la Comunione sulle mani alle poche assemblee numerose che seguitano a essere sempre numerose nelle nostre chiese è sempre e di per sé rischioso, se accando al sacerdote non ci sono due vigilanti che osservano i fedeli che si comunicano, i quali fedeli, peraltro, devono consumare il sacro pane dinanzi al sacerdote, non certo voltando le spalle e andandosene con l’Eucaristia in mano, come spesso invece accade.
    A me non piace distribuire la Comunione sulle mani, per vari motivi, non ultimo anche per un discorso di rischio. Però non posso rifiutarmi, dal momento che la Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito che è il fedele a decidere come ricevere la Comunione, se in bocca o se sulle mani.
    La C.E.I. consente però anche un’altra cosa: la distribuzione dell’Eucaristia sotto le due sacre specie del Pane e del Vino. Esattamente quello che faccio io da sempre: distribuisco la Comunione sotto le due specie per intinzione, ossia intingendo – naturalmente io – il sacro pane eucaristico nel calice di vino e dicendo come previsto al comunicando: “Il Corpo e il Sangue di Cristo”.
    E tutti sono obbligati, in tal caso, a riceverla in bocca, non essendo ammesso, anzi essendo tassativamente proibito deporre nelle mani la sacra ostia intinta nel Prezioso Sangue di Cristo.
    I fedeli si avvalgono della legittima facoltà concessa di riceverla in mano, io mi avvalgo in modo altrettanto legittimo della facoltà permessa e concessa di distribuire l’Eucaristia sotto le due specie, obbligandoli in tal caso a riceverla solo in bocca per le mani del sacerdote.
    Non è poi così difficile, ovviare certi problemi e soprattutto certi rischi ai quali il Corpo di Cristo non deve mai essere esposto.

    Un caro saluto a tutti i lettori.

    1. Reverendo don Ariel, il “santo stratagemma” delle due Specie è davvero l’uovo di Colombo: una legittima facoltà per un’altra; ma, come è proverbiale, non ci pensa mai nessuno.
      Credo che lo suggerirò a qualche sacerdote che conosco. Grazie.

  3. Non solo è assolutamente necessario distribuire la Comunione in bocca, ma quanto sarebbe più bello se invece de “Il Corpo di Cristo” e l’amen del ricevente (quasi che sia il fedele a confermare che si tratta proprio del Corpo di Cristo), egli stesso ascoltasse e ricevesse nel suo cuore quella meravigliosa formula che il sacerdote pronunciava nella Messa di una volta: “Corpus Domini Nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam. Amen. Si tornerebbe al proprio posto con maggior gioia e maggior consapevolezza che solo il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo può custodire la nostra anima per la vita eterna. E non mi pare poco.

  4. CARLO CAMERANI

    Condivido in pieno l’articolo! I Sacerdoti della mia Parrocchia, Santuario Mariano, INVITANO a prendere l’Ostia in bocca, e quasi tutti i fedeli obbediscono.
    Non so se, per effetto del Concilio Vaticano II°, sia possibile OBBLIGARE invece di INVITARE. P.Es. dire ” In questa Chiesa / in questa Parrocchia SI FA COSI’ e basta! Credo però che una ENERGICA azione in tal senso sarebbe estremamente utile. Personalmente sono un fedele che ha fatto fatica a passare dalla Particola in bocca alla Particola in mano ( mi pareva di partecipare meglio all’ultima cena dove infatti i commensali prendevano in mano il pane spezzato e il calice del vino) ma, visti i risultati mi sembrerebbe opportuna .
    GRAZIE. Carlo Camerani

    1. Gentile Carlo, mi perdoni, ma se ha faticato a passare “dalla Particola in bocca alla Particola in mano”, perché mai l’ha fatto? Se qualche sacerdote le ha suggerito che fosse necessario farlo, bè, misericordia, lo faccia sapere al Vescovo: perché non poteva! Nessuno può imporre l’Eucaristia sulla mano. Si tratta di un indulto, di una cosa tollerata (per ragioni complesse che può leggere in forma sintetica anche nei testi di mons. Schneider, per es.) ma tutt’altro che raccomandata (dalla Chiesa Cattolica). Molte Conferenze Episcopali hanno chiesto e ottenuto l’indulto a partire dal 1969 e in Italia ahinoi ciò avvenne nel 1989. Tuttavia, ogni Vescovo può legittimamente revocare l’indulto nella sua Diocesi quando lo ritiene opportuno: vedasi il caso del card. Caffarra a Bologna nel 2009; come pure, altrettanto legittimamente, ogni Vescovo può non applicare l’indulto sin dall’inizio anche se gli altri Vescovi del suo Paese l’hanno fatto, vedi Laise in Argentina nel 1996.
      Ma queste cose i nostri preti non le dicono, anzi molti neppure le sanno e bisogna spiegarle loro con santa pazienza.
      Come non dicono, per dirne un’altra sempre in tema, che se un fedele riceve l’Eucaristia in piedi deve almeno fare un gesto di riverenza subito prima, gesto che la CEI, bontà sua, fissa in un inchino: nella sua Parrocchia quanti fanno l’inchino a Nostro Signore? Uno, due, cinque? Ecco.
      Riceviamo il Signore con amore e adorazione: sulla lingua direttamente dalle mani del sacerdote e premettendo almeno un inchino. Se poi si ha la grazia di qualche Messa VO, si prova la gioia di poter ricevere il Signore in ginocchio dopo avere udito le splendide parole che la signora Tonietta ricordava.
      Sursum corda!

      1. Dimenticavo, gentile Carlo: sono felicissima che anche lei condivida la necessità di sensibilizzare altri fedeli su un così delicato e importante tema. Per qualche tempo (oggi me ne dolgo moltissimo), per pura ignoranza – scusabile solo con la mia acerba giovinezza di allora -, ci sono cascata anche io, tanto bene me l’avevano “venduta”, questa storia della mano… Ma si sa, nell’89 (del XVIII o del XX secolo) può capitare di tutto.

        1. Dimenticavo anche di aggiungere che ogni sacerdote, se ritiene che ci sia il pericolo che in una data celebrazione non vengano soddisfatte tutte le condizioni affinché la Santa Comunione possa essere distribuita sulla mano come da indulto, senza pericolo né di profanazione, né di irriverenza al Santissimo, né rischio di provocare un diminuito senso della retta dotrrina eucaristica (ma quando mai queste condizioni ci sono?), PUO’ anzi DEVE disporre che la distribuzione avvenga al modo normale (pensi alle celebrazioni “oceaniche”, rischiosissime: e infatti di solito qualcuno annuncia che l’Eucaristia verrà distribuita solo sulla lingua).
          Quindi la risposta alla sua domanda, almeno tecnicamente, è sì, certo che i sacerdoti possono imporre la Comunione in bocca (anche se è più educativo, probabilmente, suggerirlo con argomenti convincenti, così che i fedeli capiscano e apprezzino il gesto). Se qualcuno si lamenta, a norma di diritto in questi casi ha ragione il sacerdote: se invece qualche sacerdote imponesse la mano (o facesse alzare a forza uno che si inginocchia, per esempio), avrebbe torto marcio.

  5. La Santa Eucarestia, il corpo il sangue l’ anima e la divinità di nostro Signore Gesù Cristo, la possono prendere solo i consacrati, mani che ogni volta andrebbero baciate, per prendere l’ indulgenza, un atto che adesso non si fa’ piu’, mani che toccato Gesu’ Sacramentato, le mie mani non consacrate e peccaminose, non sono degne di prendere Gesu’ Sacramentato sulle mani, ecco perchè molti adesso non credono più nella presenza reale di Gesu’, ( natura divina di Gesu’ = Dio ) il sacerdozio nei nostri tempi, viene preso superficialmente, e loro ricevono poteri divini quando si consacrano, le donne durante la consacrazione neanche dovrebbero avvicinarsi all’ altare, ma neanche e’ mai esistito che facessero da chirechette, possono fare da sacrestane, quindi preparare l’ altare, facendo cosi che gli fanno dare la Santa Eucarestia, piano piano piano piano, non accorgendosene arriveranno a farle sacerdoti anche le donne, quando prendiamo la particola in mano, facciamo dei sacrilegi, le nostre sono mani peccaminose, un altra riforma fatta dalla creatura umana, come anche la concelebrazione, che in Verita’ e’ solo un sacerdote che celebra la Santa Messa, tutte questi errori e ce ne sono tantissimi, si sono infiltrati nelle Sante Messe, per opera del liberalismo, il relativismo ecc. ecc. ecc. e di tutti quelli che hanno cambiato, aggiornato, modificato la Santa Messa, il libro CORPUS DOMINI lo consiglio a tutti, me ha regalato un caro sacerdote, e quello che leggiamo in QUESTO libro, cerchiamo di metterlo in pratica.
    SIA LODATO GESU’ CRISTO

  6. Giorgio Rapanelli

    Quando abbandonai la Chiesa Cattolica la Comunione la ricevevo sulla lingua. Oggi la ricevo in mano, come tutti… La cosa strana è che il sacerdote si purifica con l’acqua all’inizio della Messa; però, poi consegna l’Ostia nelle mani “impure” (per tanti motivi) del fedele. Sembra che si sia voluto mordernizzare tutto, tanto per essere più vicini alla volontà della gente.
    Ad esempio, nella mia chiesa parrocchiale, la sedia su cui siede il celebrante è stata posta proprio davanti al Tabernacolo, quasi occludendolo. Qualche prete si lamenta e si siede ancora di lato. Poi tutti – celebrante, diaconi e fedeli collaboratori si esibiscono in inchini e genuflessioni verso il Tabernacolo… A cui il celebrante volge le spalle. E’ come se si volesse esaltare la figura del sacerdote quale Cristo presente. Effettivamente, il Sacerdote diventa “medium” – mezzo – attraverso il quale il Cristo può manifestarsi tra noi, ma solo quando il Sacerdote pronuncia “Questo è il mio Corpo” e il successivo “Questo è il Calice…” Qui egli diventa un “Cristo” e con la Comunione i riceventi diventano dei “Cristi”.
    Forse ciò che ho detto è esagerato, ma provo fastidio. Una volta assistetti ad una Messa di matrimonio al suono del ROCK! Evidentemente, il clero non sa più l’effetto che crea la musica con le sue vibrazioni nei “piani più sottili” e quali entità richiamano. Il Gregoriano richiama entità angeliche di un certo livello, mentre il rock richiama altre entità di cui non desidero parlare. Forse le entità di bassa natura non possono entrare nel perimetro reso dal Vescovo, con la lontana, o recente consacrazione del sacro edificio, immune dalle influenze negative e “terapeutico” per il fedele a livello spirituale, mentale e di conseguenza pure fisico.

    1. Mi scusi, Sig. Rapanelli, ma del suo scritto non mi è chiaro un passaggio. Cosa intende quando dice che il sacerdote diventa un Cristo e i riceventi diventano dei Cristi?

  7. Mi è capitato di assistere ad una Messa celebrata, pardòn, presieduta da una vescovo. Ebbene i chierichetti, a cui il vescovo ha dato da reggere il pastorale e la mitra, l’hanno presa non direttamente con le mani nude, ma con le mani avvolte dai lembi di una stola bianca.
    Sono diventati più sacri gli oggetti, che la Santa Ostia! che infatti mani profane possono toccare.
    Come pure è più sacro l’ostensorio, che infatti non viene toccato con le mani nude neanche dal papa, come nelle via crucis di papa Benedetto XVI e di papa Francesco.

    1. Ariel S. Levi di Gualdo

      Caro Emanuele.

      Se vuoi ti narro di peggio, riguardo certe Messe presiedute da vescovi in persona e direttamente dentro le loro chiese cattedrali.
      Nella cattedrale metropolitana di una sede arcivescovile italiana, notai che erano stati completamente aboliti i piattini per la comunione, utilità dei quali è quella di raccogliere la sacra ostia casomai cadesse, o raccogliere eventuali particelle di frammenti visibili. In compenso, però, era stato istituito il piattino sul quale deporre il “santissimo” zucchetto rosso dell’arcivescovo.

      Passo adesso al calice.

      In assenza del diacono e in assenza dell’accolito istituito, il calice lo tocco solo io e solo io lo preparo prima della Messa e dopo essermi lavato accuratamente le mani con acqua e sapone.
      Mani che poi torno di nuovo a lavarmi dopo essermi rivestito dei sacri paramenti prima di uscire di sacrestia per recarmi all’altare per la celebrazione.
      Alla fine della Messa, dopo avere purificato il calice, lo copro col velo del colore liturgico e se non c’è il diacono o l’accolito, lo consegno coperto dal velo al più grande dei chierichetti che lo depone con debita cura sul tavolo di servizio.
      Giorni fa, un “simpatico” prete (e si noti: prete da vent’anni), mi disse in tono sfottente: “Perchè copri il calice, hai paura che prenda freddo”? E non contento di questa battuta infelice aggiunse: “Eh, si vede che tu sei diventato prete da adulto senza avere mai fatto il seminario!”.
      Replicai: “E non avendo grazie a Dio fatto il seminario, quindi avendo studiato con estrema cura tutto ciò che un prete deve sapere e che nei seminari odierni non insegnano, ho potuto apprendere, tra le varie cose, ciò che tu in anni di glorioso seminario e in due decenni di sacerdozio non hai invece appreso. Ossia che al n. 118 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano sta scritto: “Calix laudabiliter cooperiatur velo, quod potest esse aut coloris diei aut coloris albi” (il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco).

      In una chiesa cattedrale ho visto una “sacrestana” muoversi in pantofole rosa tra il presbiterio e la sacrestia intenta a maneggiare i vasi sacri come fossero scodelle, però, come dice Emanuele, quando celebrava il vescovo i ministranti usavano i previsti veli bianchi per reggere il bastone pastorale, che per quanto simbolico sia nella liturgia pontificale del vescovo, non serve comunque per contenere il preziosissimo Corpo e Sangue di Cristo.

      Non fate il seminario e avrete la possibilità di imparere qualche cosa di liturgicamente cattolico e di non cadere in certe forme di schizofrenia clericale.

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