L’ignobile assassinio di Darya Dugina e l’ignobile complicità dei servitori del Nulla

Le foto che circolano in queste ore, che ci mostrano insieme, sereni, uno accanto all’altra, Aleksandr Dugin e sua figlia Darya, assassinata nella serata di sabato scorso, 20 agosto, ci aiutano a immaginare, solo lontanamente, cosa può provare un genitore a cui viene strappato l’affetto più caro in modo tanto crudele e disumano.

La nostra tristezza, nell’impossibilità di condividerla con il padre e tutte le persone care della povera ragazza, ai quali comunque ci stringiamo idealmente, sentiamo di non lasciarla confinata dentro le mura di casa, come facciamo quasi sempre, silenziosi di fronte agli orrori cui da troppo tempo assistiamo. Non solo i fatti di cronaca nera , che pure, nella loro assurdità, delineano nitidamente, per chi sia capace di vedere, il tempo sciagurato che viviamo, ma anche quelli che un potere bugiardo nasconde dietro il pretesto di emergenze che non devono mai finire e della difesa di sedicenti, spesso nuovi di zecca, valori occidentali.

Certo nulla si può dire sui responsabili del crimine, e vi è da dubitare che sapremo mai niente di preciso, nonostante a ventiquattro ore dal fatto già ci sia stata fatta conoscere l’identità dell’assassina. E tutto sommato neppure si può dire nulla sulle cause contingenti, intorno alle quali gravitano così tante incognite da rendere l’equazione insolubile. E ciò ad onta di tutte le spiegazioni, molto e forse troppo facili, che già contribuiscono ad alzare il polverone dietro al quale entro poco non si vedrà più niente.

Noi possiamo dire qualcosa solo su quella che ci pare la valenza simbolica di quel che è accaduto. Si è colpito un pensatore cristiano, portatore di una visione metafisica della vita e della politica. Una visione che non lascia alcun spazio a cambiamenti dell’uomo attraverso la tecnica, perché l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza del Creatore, non è aggiustabile artificialmente. Metafisica è una parola che il potere alieno ha la necessità di cancellare dal vocabolario una volta per tutte.

Si è colpito un acerrimo nemico del liberismo, come si è sviluppato concretamente ai giorni nostri, quale dottrina materialistica, nichilistica e sostanzialmente antiumana. Si è colpito un nemico dell’autocrazia tecnoglobalista che sta combattendo una guerra per il dominio del mondo apparentemente giunta alle fasi decisive (per cui è ragionevole aspettarsi scenari prossimi dai quali preferiamo, finché è possibile, distogliere lo sguardo, perché non abbiamo abbastanza fegato per sostenerne la visione). Si è colpito il teorizzatore dell’alternativa di un mondo multipolare, rispettoso dei popoli e delle loro tradizioni. In una parola si è colpito il pensiero.

Che la lotta contro il pensiero e le forme in cui si manifesta , la letteratura, la filosofia, l’arte, abbia assunto ai nostri giorni un’importanza giudicata risolutiva è evidentissimo, ed il fenomeno non a caso è stato denominato cultura della cancellazione. Negli ultimi mesi esso si è manifestato con carnascialesca modalità quando è stato vietato un ciclo di lezioni su Dostoevskij nell’Università Bicocca di Milano, il primo di una serie di atti censori seguiti alla guerra in corso in Ucraina , uno più ridicolo dell’altro, in Italia e negli altri paesi buoni.

Il grande Dostoevskij, per il cui lavoro la parola romanziere è riduttiva, che nel 1880 scriveva: “I fondamentali tesori morali dell’anima, nella sua fondamentale sostanza, almeno essi non dipendono dalla forza economica… in Europa, dove sono accumulate tante ricchezze, la base morale di tutte le nazioni europee è tutta minata, e forse crollerà domani stesso, senza lasciar traccia per tutta l’eternità, e al suo posto sopraggiungerà qualcosa di inauditamente nuovo , che non somiglierà in niente al passato. E tutte le ricchezze, accumulate dall’Europa, non la salveranno dalla rovina, perché in un attimo scomparirà anche la ricchezza”.

È per parole come queste, e tante altre allo stesso modo preveggenti sul destino di un’Europa scristianizzata, che si cancella Dostoevskij dalle università. E perché non riecheggino più pensieri simili, nelle università, sui giornali, nelle case editrici e ovunque, un mentecatto, uno Smerdjakov qualsiasi, si trova sempre all’occorrenza.

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