L’incompatibilità tra il sistema dei partiti e il bene comune

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Innanzitutto una precisazione terminologica, essenziale per chiarire il quadro della situazione. Uso la locuzione “sistema dei partiti” e non il vocabolo “partitocrazia” per sottolineare che l’attuale assetto partitico, pur costituendo un grave vulnus del corpo sociale, non è nei fatti depositario del “kratos”, cioè del potere ultimo e sostanziale, in grado di decidere davvero le sorti della comunità. Tale “kratos” oggi indubitabilmente risiede nelle mani di quelle poche persone che controllano le grandi banche e le grandi istituzioni finanziarie.

Per “sistema dei partiti” si intende l’insieme delle organizzazioni associative di una nazione che, in base a un mero fattore ideologico, assumono su di sé il monopolio della rappresentanza politica della popolazione. I fattori più importanti da considerare sono quindi due: il prevalere dell’aspetto ideologico ed il monopolio della rappresentanza politica.

Le ideologie rappresentano, anche etimologicamente, un “ragionamento”(= λόγος) sulle “idee” (=ἰδέα) e cioè, nel linguaggio contemporaneo, la visione di fondo che caratterizza un partito od un movimento politico. Questa attività, il ragionare sulle idee di fondo di società, è senza dubbio un nobile esercizio, che distingue l’essere umano, con una natura ragionevole, da tutte la altre creature che popolano la terra, ma il fatto stesso di ammettere che sia buono e giusto che ci sia una pluralità di queste idee e che il prevalere dell’una o dell’altra dipenda solo dal consenso elettorale che ciascuna ottiene, pone dei problemi seri.

Ciò consiste infatti nell’accettare fin dall’inizio il principio relativistico e nichilistico che la retta ragione umana non sia in grado di cogliere quali siano gli aspetti costituitivi ed essenziali di un ordine sociale equo e giusto e che la decisione ultima su questioni cosi importanti debba essere lasciata ad un aspetto del tutto volontaristico e poco razionale, fortemente influenzabile da fattori emotivi, quale il suffragio elettorale universale. Si dà insomma per scontato che le forze partitiche che si confrontano nell’arena “democratica” non discutano tanto sul come risolvere i problemi concreti della gente, ma sul come far prevalere la propria visione, incompatibile per definizione con quella dei propri avversari.

I partiti, cioè, rappresentano l’istituzionalizzazione della divisione ideologica della società, l’ammissione più piena e radicale di quel relativismo filosofico che nega che il corpo sociale possa arrivare ad una visione condivisa di quali debbano essere i principi fondanti di una società. L’unico accordo che ci può essere è che non esiste la possibilità di una tale visione comune e che il corpo sociale è condannato ad una eterna conflittualità dialettica interna che procede, in perfetto stile gnostico-cabalistico, secondo un succedersi infinito di tesi, antitesi e sintesi. È la vittoria totale del relativismo hegeliano, fonte prima di ogni totalitarismo di destra, sinistra e centro.

Questa visione non concepisce il corpo sociale come un’unità organica, in cui ciascuna parte svolge con competenza il suo ruolo, con il massimo di libertà possibile, contribuendo al bene comune, ma come un campo di forze in perenne conflitto in cui sostanzialmente prevale solo la legge del più forte, secondo una sorta di darwinismo elettorale. Si tratta della trasposizione politica della visione meccanicistica capitalistica dell’economia, in cui le leggi asettiche e amorali del contratto dominano sull’equità, la giustizia sociale e la solidarietà. Il prossimo non è più l”alter” con cui si entra in rapporto e si stabiliscono vincoli di collaborazione ma l’“alienus”, il “diverso”, con cui si ingaggia una battaglia ed una lotta concorrenziale.

Ciò comporta una frattura e una frammentazione permanente della società che ne impedisce strutturalmente uno sviluppo armonico e prospero. A tutto ciò si oppone con forza ed evidenza la Dottrina Sociale della Chiesa che, basata sull’integrazione tra Fede e retta ragione, sostiene l’opposto, sostiene cioè che esiste un ordine economico-politico-sociale individuabile che l’uomo è in grado di cogliere nel reale, in quanto il reale, lungi dall’essere dominato dalla legge di un continuo e incessante cambiamento verso il nulla (=gnosi cabalistica), ha delle sue leggi interne stabilite da un Essere Perfettissimo ed Intelligente. Queste leggi possono essere colte nelle loro linee essenziali: sto parlando di quello che la tradizione del pensiero aristotelico-tomista definisce con il termine di “diritto naturale”.

Il diritto naturale sostiene infatti che nella società esistono componenti precedenti allo Stato quali le famiglie e i corpi intermedi socio-lavorativi (gilde o corporazioni di arti e mestieri), che hanno piena dignità politica e devono essere tutelati nello sviluppo delle loro potenzialità. Negare tale libertà a famiglie e corpi intermedi vuol dire snaturare l’essenza di elementi costitutivi della società stessa, con conseguenze drammatiche e devastanti sul corpo sociale, come tutti noi possiamo osservare.

L’altro aspetto deleterio del sistema dei partiti è costituito dal monopolio che esso si arroga della rappresentanza politica. Il partito cioè si pone come il principale canale in cui deve confluire ogni forma di partecipazione alla vita della “polis”, della società civile. Ogni altra componente aggregativa rientra nel campo del “privato”, se pur “sociale”, ed è destituito di ogni potere reale di incidere sulla vita concreta.

La nostra miope memoria storica ci impedisce infatti di ricordare che l’affermazione delle istituzioni “partito” e del voto “universale” è avvenuta con la progressiva eliminazione di quegli spazi di libertà e partecipazione politica concreta che sono state per secoli le gilde o corporazioni di arti e mestieri. Per secoli le gilde e corporazioni hanno consentito ad artigiani, imprenditori, agricoltori, professionisti, commercianti, rivenditori, cioè ad ogni componente socio-lavorativa, di discutere e decidere da sé le questioni più importanti legate al proprio comparto.

Sotto la Repubblica Veneta, solo per fare un esempio, i governatori delle varie regioni negoziavano con questi corpi sociali ogni anno quale poteva essere l’importo fiscale ragionevole sostenibile dalle loro categorie. Non esisteva, come oggi, un Ministero dell’Economia che dall’alto imponeva, senza alcuna reale negoziazione, tariffe fiscali arbitrarie per tutti e su tutti il territorio. I cittadini erano parte attiva di tale negoziazione. Non esistevano i partiti, a cui i singoli demandavano in toto ed a scatola chiusa, come succede ora, la loro rappresentanza, ma appunto le gilde o corporazioni di arti e mestieri, in cui gli esponenti più validi e qualificati dei singoli comparti venivano selezionati dal basso per gestire tutte le questioni di interesse comune e le trattative con il potere centrale.

Le capacità, le esperienze, le competenze locali confluivano nelle gilde, arricchendole di contenuti, di proposte, di iniziative, che spaziavano dal campo dell’organizzazione del lavoro, delle regole deontologiche a quello della previdenza sociale e della fiscalità. In sostanza i cittadini avevano raggiunto un altro grado di autogestione e di libertà politica, che consentì per secoli stabilità, prosperità e benessere. Fu solo il progressivo svuotarsi del ruolo di tali corporazioni di arti e mestieri, con l’avvento di un regime capitalistico basato sulla concentrazione di capitale, il monopolio e la concorrenza sfrenata, che incrinò l’equilibrio sociale costruitosi lentamente nel tempo.

G.K.Chesterton, H.Belloc, padre McNabb – i fondatori del distributismo nell’Inghilterra del secolo scorso – non ebbero quindi alcun timore reverenziale nel denunciare “il sistema dei partiti” come l’antitesi della vera partecipazione e libertà politica, lo strumento anzi utilizzato dalla rampante oligarchia economico-finanziaria per privare strutturalmente il popolo di ogni capacità decisionale reale e convogliare il potere politico in poche mani, facilmente controllabili ed influenzabili dalla massiccia macchina finanziaria e propagandistica di questa stessa élite.

Uno sguardo alla realtà attuale non ci potrà altro che confermare questo quadro. La sensazione di impotenza e passività del cittadino medio rispetto ad una politica vissuta come lontana e distante non è altro che la controprova evidente di quanto le affermazioni distributiste siano oggi estremamente attuali e colgano nel segno.

Dobbiamo cioè acquisire la piena consapevolezza che, lungi dal vivere in un sistema “democratico”, viviamo in una gabbia politica monopolizzata dall’istituzione “partito” in cui è impedita a priori ogni possibilità di reale partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Dobbiamo capire che, finché continueremo a illuderci che la salvezza verrà da questo o quel partito, da questo o quell’illuminato esponente politico, continueremo a essere asserviti a un sistema politico che a sua volta è asservito all’oligarchia economico-finanziaria e non sarà mai in grado di tutelare i reali interessi della popolazione.

Le vicende di cronaca ci mostrano in maniera eclatante come il sistema dei partiti sia una sorta di manichino-ectoplasma gestito dai poteri forti. Ecco solo alcuni esempi, tra i più recenti: amministratori delegati di grandi multinazionali (Colao) vengono nominati responsabili delle task force che hanno il compito di orientare la ripresa – chissà in quale direzione –; il sistema delle grandi banche speculative hanno mano libera nell’acquisire quel che resta delle piccole banche e del patrimonio immobiliare e industriale italiano; le piccole aziende familiari e i piccoli imprenditori vengono sempre più vessati da un sistema legislativo che non li tutela di fronte alla concorrenza sleale delle multinazionali ed alla macchina burocratica statale; il premier del nostro governo (Conte) riceve telefonate personali dal pluri-miliardiario Bill Gates, che con i suoi finanziamenti ha acquisito il controllo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e si è lanciato nel business dei vaccini, e subito dopo afferma – contro ogni evidenza scientifica – che la pandemia di Coronavirus può essere superata solo dal vaccino.

Potremmo andare avanti all’infinito nel mostrare fatti di cronaca, recenti e passati, che mostrano in maniera inequivocabile come il sistema dei partiti, lungi dall’essere la massima possibile realizzazione della democrazia, sia in realtà lo strumento attraverso cui l’élite finanziaria controlla la politica.

Emblematico nella sua smaccata teatralità è stato il vero e proprio colpo di Stato occorso nel 2011, in cui, con il concorso ed il ruolo fondamentale di tutte le massime cariche dell’apparato istituzionale, a cominciare dal presidente della Repubblica, un ex-dirigente di Goldman Sachs, Mario Monti, è stato fatto dalla sera alla mattina senatore a vita, per poi diventare Presidente del Consiglio sotto i colpi di cannone della speculazione finanziaria internazionale che aveva colpito i titoli di Stato italiani, mentre il governo regolarmente eletto dagli italiani è stato fatto uscire dalla porta di servizio. Il tutto accettato come un fatto normale senza che nessuno osi mettere radicalmente in discussione la validità di un sistema di rappresentanza che permette tali scempi.

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3 commenti su “L’incompatibilità tra il sistema dei partiti e il bene comune”

  1. Se valutiamo il sistema corporativo, dobbiamo anzitutto togliere l’equivoco sul termine “democrazia” ovvero sul suo valore positivo. Il regime delle corporazioni – anche storicamente – è soggetto a un potere sopra ordinato aristocratico o di un principato. Nel Novecento soltanto le dittature non comuniste hanno almeno tentato di introdurre il corporativismo, soltanto esse si sono alquanto svincolate dall’egemonia del capitalismo internazionale difendendo abbastanza gli interessi nazionali o popolari.

  2. Giannantonio Zanolli

    Che il sistema dei partiti sia incompatibile col bene comune è una affermazione che condivido.
    Che la soluzione sia un sistema partecipativo basato sulle corporazioni, mi lascia perplesso perché non riesco ad immaginare in che modo possano trovare un equilibrio se manca un ” regista ” che le armonizzi.
    Oggi le attività lavorative sono molto differenziate anche nei numeri degli addetti: come bilanciare con giustizia il peso di ognuna ?
    E a quel punto mi chiedo chi possa essere il regista , chi lo scelga, come e perché e con quali compiti.
    Chi decida quale debba essere l’equilibrio tra le componenti e sulla base di quale autorità .
    Per ciò che riguarda la parte ” religiosa ” intesa come dottrina della chiesa a sostegno culturale della proposta, la sostituisco volentieri con l’etica e il comune senso della vita umana e non.
    Sto veramente cercando di immaginare come il mondo attuale così complesso possa auto regolarsi attraverso le corporazioni lavorative.
    E sinceramente non c riesco.

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