LINO DI STEFANO, STUDIOSO DOPO LA DESTRA – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

Prima di adagiarsi nell’anticamera del salotto crepuscolare, la cieca agitazione della cosa sedicente “destra nazionale” fu incalzata e pungolata (invano) da uomini invisi alli superiori a causa della loro sospetta intelligenza e del loro disturbante sapere.

Guastatori indesiderati da Giorgio Almirante e dal suo azzimato successore furono, ad esempio, Attilio Mordini, Giovanni Volpe, Vittorio Vettori, Francesco Grisi, Pino Tosca, Giuseppe Tricoli, Silvio Vitale, Giano Accame, Enzo Erra e Gabriele Fergola.

Dopo di loro la compagnia studiosa e senza guinzaglio ha trovato rifugio e felicità nella diaspora a destra, mentre i Bocchino e i Granata, surreali trombettieri della guerra contro la buona cultura, giubilavano nel fracasso del teleschermo.

Acquistato il passaporto degli apolidi, gli studiosi in libera uscita continuano a frequentare le verità coperte dal rumore trionfante ovvero ad esplorare opere e autori svalutati e sconsigliati dal potere stabilito in conformità con lo heideggeriano tempo della povertà estrema.

Nel felice circolo dell’emigrazione sans papier politique, si è stabilito Lino Di Stefano, uomo di vasta erudizione e di rara modestia [a questo punto si è purtroppo obbligati a rammentare che la modestia è una virtù, non un vizio di mente].

di stefanoDi Stefano, infatti, si dedica imperterrito alla lettura e al commento provocatorio di opere nascoste o screditate dai poteri della rombante inciviltà.

Frutto recente della preziosa fatica di Di Stefano è Divagazioni culturali, raffinata raccolta di saggi critici, edita dalla casa editrice Eva in Venafro (www.edizionieva.com).

La finalità del lavoro è pedagogica: “mettere in rilievo che, in una società come la nostradominata dal relativismo, dallo scetticismo, dal consumismo e dalla totale mancanza di valorila letteratura, nella fattispecie la filosofia e le rimanenti discipline spirituali, possono ancora insegnare qualcosa a colui che il pensatore Gabriel Marcel chiama giustamente Homo viator su questa terra“.

Dall’intenzione di diffondere l’amore per la letteratura spirituale discende l’interesse per la Commedia di Dante, che, in un’altra Italia, fu efficace strumento dell’educazione popolare alla filosofia e alla teologia ed è oggi relegata nel margine di programmi scolastici indirizzati all’irreligione e al disamor di patria.

A Dante inattuale e alla critica dantesca Di Stefano dedica cinque saggi brevi, nei quali la singolare conoscenza dei commentatori della Commedia (da Croce a Gentile, da Petrobono a Vettori) è accompagnata dalla piacevole levità della scrittura.

Specialmente interessante è il commento alla recente versione tedesca della Commedia pubblicata da un editor popolare.

Di Stefano, profondo conoscitore della lingua tedesca, informa il distratto pubblico italiano che l’autore dell’impegnativa traduzione e del puntuale commento, Hermann Gmelin, “non solo ha reso nella propria lingua il potente capolavoro dellAlighieri, ma ha pure rispettato la cadenza ascritta dal Fiorentino al proprio poema, nel senso che egli ha mantenuto il ritmo dellendecasillabo, notoriamente verso nobile, non solo della lingua italiana“.

Tra le righe di Di Stefano si legge l’ammirazione per l’ardimentosa editoria tedesca, capace di pubblicare un testo impegnativo, e il rammarico per la cultura popolare italiana, che sta dimenticando il poema della nazione.

Preziose informazioni si leggono anche nelle note dedicate all’Ariosto, a Leopardi, a Manzoni e a Pirandello. Puntuali le osservazioni sulla narrativa di Alberto Moravia: pur riconoscendo il valore stilistico dell’opera di Moravia, Di Stefano formula un pesante giudizio sul “paganesimo moraviano, messaggio senza speranza, che ben si adatta alla società contemporanea priva di identità e orba di valori che rendono la vita degna di essere vissuta


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