“L’Italiaccia” di Giampaolo Pansa  –  recensione di Lino Di Stefano

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di Lino Di Stefano

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zzzzlbrpnsAbbiamo letto quasi tutte  le opere di Giampaolo Pansa, in particolare quelle relative al ciclo dedicato agli avvenimenti storici, nazionali e locali, dell’immediato  – e non solo dell’immediato – dopoguerra. Valga per tutte il capolavoro, a nostro giudizio, ‘Il sangue dei vinti’ (2003) la cui tiratura ha superato il milione di copie. Lavori, sempre a nostro parere, encomiabili sia per lo stile letterario, sia per l’equilibrata ricostruzione degli eventi relativi alla storia d’Italia più recente.

L’ultimo saggio, in ordine di tempo, del menzionato scrittore è ‘L’Italiaccia’ (Rizzoli, 2015) il cui titolo lascia immediatamente presagire al cospetto di quale libro ci troviamo; un volume, cioè, inerente agli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale con incursioni – è questa è la parte che potrebbe  turbare un pochino il lettore – nella vita intima dei protagonisti delle numerosissime vicende che l’Autore conosce alla perfezione e descrive con icasticità.

Anche perché, è doveroso aggiungere, le stesse sono quasi tutte ambientate nel Monferrato, nella città di nascita dello scrittore, appunto Casale, nel Piemonte in generale ed, infine, in alcune zone limitrofe a  quest’ultima regione. Buona parte del libro riguarda, e giustamente, la tragedia di una famiglia ebrea del capoluogo del Monferrato – i Segre-Foà – coinvolta non solo nelle persecuzioni,  per effetto delle leggi razziali emanate dal regime nel 1938, bensì pure del dopoguerra, dopo la scomparsa di Samuele Segre, il capofamiglia e Direttore di Banca.

Quest’ultimo quasi sicuramente eliminato in un ‘lager’ tedesco, Auschwitz, dopo l’arresto operato dalla Guardia Nazionale Repubblicana del governo di Salò; al riguardo, la moglie ed il figlio di Samuele esperiscono tutti i tentativi per conoscere la verità sul destino del congiunto, ma con grandissime difficoltà e con la quasi certezza dell’eliminazione del Direttore.

Fa da corposo contorno alle tristi vicissitudini della famiglia Segre-Foà, una serie di circostanze che mettono in evidenza, da una parte, tutti gli espedienti attuati dai cittadini per salvarsi e, dall’altra, l’articolazione della vita di tutti i giorni – sia prima, sia durante, sia alla fine delle ostilità – degli stessi, segnatamente sul piano delle relazioni umane vuoi sentimentali, vuoi sessuali nel significato peggiorativo del termine.

E siccome le vicende erotiche sono numerosissime, il lettore prende atto della libertà di costume vigente, da una parte, nel Monferrato e, dall’altra, nell’intero Norditalia; gli attori di tali storie sono tantissimi e si comportano senza falsi pudori visto che Pansa le narra con dovizia di particolari, talvolta pure scabrosi. E, in merito, sottolineiamo – quantunque la realtà fosse nota da sempre – che non ci siamo scandalizzati tenuto conto che nell’Italia settentrionale, in genere, i rapporti sentimentali sono sempre stati più aperti e disinvolti rispetto alle regioni del Centrosud .

Ciò, ribadiamo, non rappresenta una colpa, bensì una mera constatazione anche se bisogna aggiungere che alcune relazioni – di uomini e donne, in linea di massima, ma ci sono anche amicizie particolari –  descritte dall’Autore sono oltremodo aperte quantunque, oggi, siano presenti dappertutto senza che nessuno se ne meravigli più di tanto considerato che la natura umana è carica di pulsioni e di istinti di ogni tipo.

Ecco perché nel sottotitolo del volume – ‘Misteri, amori e delitti del dopoguerra’ – lo scrittore avrebbe potuto aggiungere pure ‘miserie umane’ dato che egli è prodigo di particolari piccanti non senza la designazione con le iniziali, e delle volte con nomi e cognomi, dei protagonisti dei fatti compiuti da personaggi effettivamente vissuti  e conosciuti, ad onta della giovanissima età, dall’Autore, e appresi dallo stesso in età adulta. Ma, il libro non è solo questo nel senso che esso è un trattato di storia recente se si guardano gli anni in cui si articolano gli eventi e vale a dire dal 1943 al 1948, un arco di tempo, cioè, abbastanza ampio per comprendere la storia d’Italia più recente, segnatamente gli ultimi due anni di guerra e il periodo post-bellico destinato alla rinascita.

Naturalmente, le ricostruzioni di Pansa sono non solo documentate, ma anche magistralmente narrate se si considera che egli fa muovere i moltissimi protagonisti delle vicende su un proscenio dinamico e realistico per dimostrare come sia in guerra, sia nel dopoguerra essi confermano la verità del detto di Plauto secondo il quale “homo sum, nihil humani a me alienum puto”. E, in proposito, tra gli interpreti ci sono la irreprensibile Preside che irreprensibile non è, la levatrice che, ad un certo punto, esercita l’arte della maieutica anche in un altro senso, la qualunquista, il prete lascivo, il sacerdote comunista, e si potrebbe continuare.

Sono presenti, inoltre, nel libro le vendette dei partigiani – i quali nella loro malvagità fucilano addirittura i propri compagni partigiani – i tantissimi eccidi non solo contro i fascisti, ma pure contro gente – spesso soldati reduci dal fronte o dai ‘lager’ russi – innocente, i soprusi di vario genere, il cosiddetto ‘mattatoio di Milano’,  in cui furono eliminati, solo in questa  città, 5.000 fascisti, secondo le cifre fornite da Togliatti in persona.

Al riguardo, l’Autore riproduce, per un verso, le vicende politiche del primo dopoguerra con i nuovi partiti che si affacciano sul palcoscenico della storia del momento e con gli uomini politici che tali vicissitudini interpretarono come, ad esempio, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat e tanti altri, non escluso Guglielmo Giannini che col suo ‘Uomo qualunque’ portò in Parlamento la bellezza di 40 deputati benché, in seguito, il movimento si dissolvesse rapidamente tanto da restare solo un ricordo.

Anche a Casale il commediografo Giannini ebbe un successo straordinario, purtroppo effimero anche perché i due maggiori partiti, DC e PCI, ebbero il sopravvento sugli altri movimenti meno organizzati; l’Autore si sofferma giustamente pure sulle elezioni del 1948 e sulla vittoria della Democrazia Cristiana sui partiti di sinistra, i quali sfruttarono anche l’espediente ‘Garibaldi’ pur di vincerle. Ma, per dirla con Pansa, “quello del 18 aprile 1948 fu il voto della grande arroganza e della grande paura. Gli arroganti erano i comunisti e i socialisti raccolti  sotto la bandiera del Fronte democratico popolare”.

“Il volto che mostravano agli elettori non era il faccione di Stalin, completo di baffi e pipa, ma di un altro Giuseppe: l’Eroe dei due mondi, Garibaldi. I rossi erano convinti di vincere. E al tempo stesso escludevano che una eventuale batosta li avrebbe mandati al tappeto”. Tutto questo ed altri molteplici episodi sono presenti nel pregevole lavoro di Giampaolo Pansa il quale, ‘more solito’, si fa ancora apprezzare per la fluidità dello stile e per la vivacità delle descrizioni.

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1 commento su ““L’Italiaccia” di Giampaolo Pansa  –  recensione di Lino Di Stefano”

  1. Una piccola precisazione (deformazione professionale…): il verso latino citato (“Homo sum: nihil humani a me alienum puto”) è di Terenzio e non di Plauto. 🙂

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