Lo scempio comunicativo nella predicazione. E’ solo un problema metodologico? – di Marco Bongi

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… la comunicazione è tanto più efficace quanto essa risulta breve, precisa, inequivocabile, definita. I documenti ecclesiali contemporanei non possiedono alcuna di queste fondamentali caratteristiche. Sembrano fatti apposta per non essere compresi o per essere, quanto meno, fraintesi. Il problema è dunque probabilmente un altro… per convincere bisogna innanzitutto credere a ciò che si dice, bisogna crederci e dimostrare di crederci. Non si può pretendere di convincere di cose di cui non si è convinti.

di Marco Bongi

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plptLa brava maestra della scuola elementare spiega, ai suoi piccoli allievi, la grammatica e l’aritmetica. Il giorno dopo assegna però a loro un compito e poi lo corregge, con la penna rossa e, se gli errori si ripetono per alcune volte, dovrà necessariamente sanzionarli con un brutto voto.

L’allenatore di calcio illustra ai suoi atleti i ruoli e gli schemi di gioco. Se la partita si concluderà tuttavia con una sconfitta egli sarà costretto a riprendere i giocatori e, magari, ne dovrà costringere qualcuno a restare in panchina nell’incontro successivo.

Il medico espone al suo paziente le cause della sua malattia e prescrive la conseguente terapia. Egli dovrà inoltre avvertirlo che, se non dovesse essere scrupoloso nella cura, rischierà di esporsi ad un peggioramento delle condizioni di salute e potrebbe rischiare addirittura la morte.

Tutte queste situazioni appaiono assolutamente logiche e normali. Nessuno stimerebbe una maestra che si rifiutasse di correggere i compiti, un allenatore che non sostituisca gli atleti poco efficienti o un medico che non avverta il paziente dei rischi connessi ad una sospensione delle cure.

In ognuna di tali circostanze l’autorità si esercita naturalmente in due momenti distinti ma strettamente connessi fra di loro: l’insegnamento positivo e la necessaria confutazione degli errori.

Eppure oggi, la “Mater et Magistra” per eccellenza sembra aver dimenticato queste autentiche ovvietà.

Dal famoso discorso, pronunciato da Giovanni XXIII, in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II sono sempre di più i pastori che si affannano a predicare, in nome di una supposta Misericordia, l’inutilità dei giudizi, delle condanne, delle pene canoniche. Al massimo si concede, bontà loro, l’invito a mostrare la bellezza della Verità o a predicare l’infinito amore dell’Onnipotente.

Questa impostazione catechetica è tuttavia, a mio parere, oltre che sbagliata sul piano dottrinale, anche assolutamente controproducente a livello pratico e pastorale.

Abbiamo infatti mostrato, con gli esempi sopra portati, come l’insegnamento si componga necessariamente di entrambi i momenti positivo e negativo.

Rinunciare dunque per principio ad una delle due dimensioni significa, per continuare con le similitudini, quasi sostenere che si corra più veloci con una gamba sola anziché utilizzandole entrambe, o che si nuoti meglio  facendo leva su un solo braccio invece che su due.

Si tratta di autentiche sciocchezze, di un vero non senso.

Ma le assurdità di questo atteggiamento “pastorale” non si fermano qui. Spesso è infatti assolutamente impossibile esprimere la bellezza della Verità prescindendo dall’esposizione delle conseguenze negative per chi non vi si conforma.

Facciamo qualche ulteriore esempio:

Come si può proporre la bellezza del digiuno o della penitenza se si dimentica di parlare del peccato e del rischio di finire all’inferno?

Come si può osannare la bellezza del matrimonio indissolubile se si evita di parlare del diritto naturale che vincola tutti gli uomini?

Come si può proclamare la bellezza della procreazione senza condannare il crimine dell’aborto procurato?

Appare dunque evidente che, in una prospettiva meramente umana, senza la dimensione trascendente e senza la confutazione degli errori, il digiuno non ha alcun senso, il matrimonio indissolubile appare un peso ed ancor di più, specialmente al giorno d’oggi, la famiglia numerosa.

L’agnostico e il laicista spesso quindi sorridono o deridono certe enunciazioni enfatiche di valori, espresse però in modo esclusivamente generico e sentimentale. Non si sentono coinvolti e, in un certo senso, hanno anche ragione. Se la Fede è infatti essenzialmente soltanto un sentimento, loro quel sentimento non lo provano, e quindi… va tutto sommato bene così.

Mi permetto infine un ultima notazione, sempre incentrata sul senso pratico. Spesso i nostri pastori si giustificano, di fronte a questo autentico scempio comunicativo, con la seguente scusa:

“Gli uomini del nostro tempo non capirebbero il linguaggio e le argomentazioni classiche sulle quali la Chiesa ha sempre impostato sia la catechesi, che l’apologetica e  l’impegno missionario. Occorre un linguaggio ‘moderno’ ed accessibile ai contemporanei”.

Mi permetto di affermare che questa è un’autentica sciocchezza nella misura in cui, come sempre accade, si intende la comunicazione moderna come sinonimo di linguaggio sfumato, allusivo, emotivo, sentimentale.

Al contrario: la comunicazione è tanto più efficace quanto essa risulta breve, precisa, inequivocabile, definita. I documenti ecclesiali contemporanei non possiedono alcuna di queste fondamentali caratteristiche. Sembrano fatti apposta per non essere compresi o per essere, quanto meno, fraintesi.

Il problema è dunque probabilmente un altro e mi scuso se sarò, come al solito, brutale nella sua enunciazione: per convincere bisogna innanzitutto credere a ciò che si dice, bisogna crederci e dimostrare di crederci. Non si può pretendere di convincere di cose di cui non si è convinti.

Bisogna, in altre parole, avere il coraggio di dire la Verità, tutta la Verità e nient’altro che la Verità.

Ciò premesso passa davvero in secondo piano la distinzione sulla metodologia comunicativa più efficace.

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9 commenti su “Lo scempio comunicativo nella predicazione. E’ solo un problema metodologico? – di Marco Bongi”

  1. assolutamente d’accordo. Quanto più si crede a ciò che si dice ed alla sua importanza per chi ascolta, tanto più si dovrebbe cercare di farsi capire, di conseguenza il linguaggio dovrà essere chiaro, esplicito, inequivocabile (una volta si diceva ‘dogmatico’) e non soggetto ad interpretazioni soggettive (oggi si dice ‘omiletico’ o ‘pastorale’). In effetti questo del linguaggio ‘pastorale’ è uno dei problemi del Concilio e delle divisioni che ha generato: ciascuno lo interpreta a modo suo ed il risultato è che dopo 50 anni (!) non solo i teologi ma gli stessi Vescovi, Cardinali e Papi sono lì a disquisire sulla ‘ermeneutica’. Avessero usato un linguaggio ‘dogmatico’ ………

  2. il Sacerdote nel momento che predica deve essere posto in alto. Perche’ hanno tolto il pulpito??? Era anche una questione visiva tutti lo vedevano in modo chiaro La Chiesa se vuole cambiare ha altre cose cui prestare attenzione

  3. Se i ministri parlassero di meno dei loro pensieri, e invece predicassero di più il Vangelo che è Parola di Dio, quanto meglio sarebbe. Se testimoniassero di più con una vita di santità, quanto meglio sarebbe il loro esempio di tante parole. Quanto sono stufa di vedere sacerdoti vestiti come il direttore di banca, cioè con giacca e cravatta, o come l’idraulico della porta accanto, cioè con jeans e maglietta ! Tirino fuori dagli armadi il santo abito angelicale, lo indossino,e fieri di essere i figli prediletti del Dio Vivente vadano a predicare il Vangelo mostrando senza paura che essere i sacerdoti di Gesù è un onore, il più grande onore e dono che Dio può concedere a un essere umano su tutta la terra.

  4. Purtroppo ai sacerdoti conciliari manca la formazione dei sacerdoti tradizionalisti. Quindi assomiglieranno sempre più a dei assistenti sociali, operatori della caritas, o dei generici ministri piuttosto che sacerdoti. Il sacerdote cattolico è tutt’altra cosa. Grazie per l’articolo. Mi trovo sempre al 100% d’accordo con lei.

  5. Concordo totalmente e aggiungo: qualcuno a suo tempo obbligò a celebrare la Messa in lingua italiana in quanto il popolo di Dio che non conosceva il latino, non avrebbe capito! Visto che comunque non si capisce nulla di alcune omelie contemporanee, era ben meglio che lasciassero le cose come erano .. almeno il latino dava maggior enfasi e valore alla celebrazione.
    Mi rivolgo a Itala: sai cosa si è sentita rispondere una mia conoscente da un sacerdote al quale faceva le sue rimostranze sul perchè non indossasse l’abito? Ecco la risposta: “non mi importa nulla perchè io so di essere sacerdote” !!!!!!

    1. Cara amica Manuela, la tua amica avrebbe forse dovuto rispondere: ” egr.don…. sarebbe il caso che lo sapessero anche gli altri che lei è un sacerdote, visto che il dono del sacerdozio non è per il chiamato, ma per le pecorelle che lei deve pascere, e delle quali a lei chiaramente importa poco.” Noi avevamo un amico, un signore molto più vecchio di noi, che da quando i sacerdoti hanno smesso di dire la messa rivolti al Signore, non è più voluto andare in chiesa, e da quando non hanno più portato il santo abito e si sono vestiti alla borghese ha perso anche quel poco di fede che gli era rimasta, perchè diceva, se si sono vestiti con gli abiti mondani è perchè vogliono fare i loro comodi senza che nessuno li veda e li riconosca, e io , diceva, dovrei andare da uno che è come me,! a raccontare le mie cose intime, che chissà dove è stato fino adesso! Lo so che l’abito non fa il monaco, ma ogni buon monaco ama il suo abito !

  6. Omelie assurde, sdolcinate, confuse, intellettualoidi (non intellettuali) che non hanno alcun risvolto pratico se non il fatto che “bisogna amarsi” e “Dio è buono”…ma perchè poi bisogna amarsi se Dio è buono? Se è poi vero che è tanto buono, anche se qualche volta, invece di amarci ci odiamo, che problema c’è, tanto Lui poi ci perdona sempre!! Io, se fossi un ateo o una persona con una debole fede, farei questo ragionamento ascoltando queste insulse omelie.
    Nessun accenno minimo alla vita eterna, al dolore, al sacrificio, alla possibilità della dannazione, alla spiegazione dei peccati che offendono Dio…il NULLA!! E’ chiaro che ci sono delle ben precise direttive che vengono fornite a questi sacerdoti, su ciò che possono e non possono dire, nonchè alla base una formazione sacerdotale in seminario completamente malata…altrimenti non si riesce a capire questo generale appiattimento e fuga dei sacerdoti dalla loro prima e unica responsabilità: LA SALVEZZA DELLE NOSTRE ANIME
    Ha ragione la sig.ra Adriana, ormai i sacerdoti sembrano tanti assistenti sociali, preoccupati che i loro parrocchiani si fidino di loro, li apprezzino per la loro disponibilità, paurosi di dire cose che possano urtare la suscettibilità di qualcuno. Ben si guardano dal denunciare e spiegare il peccato dai loro pulpiti, con la scusa di essere misericordiosi…quello che li muove è la PAURA! dobbiamo pregare tanto per loro, perchè a loro è stato dato un compito immenso, un talento di valore inestimabile, una responsabilità immensa e tanto a loro sarà rischiesto dal Signore….la vera paura che dovrebbero avere è quella del giudizio di Dio. Il santo Curato d’Ars piangeva giorno e notte davanti al Tabernacolo, digiunava continuamente e supplicava i fedeli dal pulpito con le lacrime agli occhi e parole infuocate perchè si convertissero abbandonado le vie di peccato e, anche se si attirò l’ira di alcuni e l’odio di alcuni sacerdoti invidiosi che lo insultavano, riuscì a ottenere l’autentica conversione e il ritorno a Dio dell’intero suo paesino e di quelli limitrofi, in un periodo in cui la Rivoluzione francese aveva sparso il suo seme di ateismo per tutta la Francia, perchè la sua unica preoccupazione era la salvezza delle anime che gli erano state affidate e il suo unico terrore era la loro dannazione

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