Lo spirito del capitalismo si ciba del “lavoro morto”

ll Capitalismo Moderno fu pubblicato da Werner Sombart nel 1902 ed è forse l’unico tentativo di leggere lo sviluppo storico dell’economia in modo sistematico, seguito in parte solo dalla scuola francese della “longue durée” (Fernand Braudel, “Annales”) e più di recente dal neomarxista Wallerstein. Le classi di fattori che egli rintraccia nella genesi del capitalismo per isolarne lo spirito sono di tre tipi: basi biologiche, ovvero eventuali speciali inclinazioni o predisposizioni di certi popoli e talune comunità; forze morali, come la filosofia, in particolare l’utilitarismo e le religioni favorevoli allo sviluppo di particolari mentalità (giudaismo, cattolicesimo e protestantesimo calvinista); condizioni sociali, ovvero l’organizzazione degli Stati, le migrazioni, la scoperta di metalli preziosi, l’influenza moltiplicatrice della tecnica, il commercio e il prestito di denaro.

A questi elementi va associato un elemento psicologico che è forse il primo a riconoscere come movente, l’invidia sociale, sostegno e motore della pseudo morale borghese, trasferita poi come risentimento (ressentiment) nella forma mentis proletaria, leva del marxismo politico. In più, attribuisce un ruolo centrale al lusso, al desiderio di esibizione ed ostentazione, tanto da farne il soggetto di un trattato, Lusso e capitalismo, del 1938.

Una delle sue maggiori intuizioni riguarda l’originale teoria sugli stranieri: la migrazione sviluppa lo spirito capitalistico in quanto spezza tutti i legami, interrompe le abitudini e chiude tutti i vecchi rapporti. Nello straniero gli interessi materiali acquistano la supremazia su tutti gli altri. Questa parte del pensiero sombartiano ha attirato accuse e violente contrapposizioni, specie in relazione all’antisemitismo di cui sarebbe impregnato il suo saggio Gli ebrei e la vita economica. Nulla di più lontano dalle intenzioni. Fece giustizia il grande storico di origine israelita George L. Mosse: “Sombart non pronunciava, nei confronti degli ebrei, un giudizio di condanna: la sua intenzione era quella di fornire un’analisi storica dell’evoluzione del capitalismo. Autori e propagandisti nazional-patriottici seppero prontamente utilizzarne l’opera, piegandola ai propri fini”.

Come sostiene Franco Ferrarotti, è di capitale importanza nell’opera di Sombart distinguere la genesi del capitalismo e quella dello spirito che lo anima. Non vi è un’origine economica, ma anche economica; non un’influenza esclusivamente religiosa e culturale, bensì una costellazione di concause da individuare, senza pretendere di fornire una gerarchia o tantomeno, una causa madre, causa causans.

Essenziale è una pagina del Capitalismo moderno: “al centro di ogni interesse e di ogni cura, prima del capitalismo, c’è l’uomo vivo. Egli è la misura di tutte le cose: in tal modo è già definita la posizione dell’uomo nei confronti dell’economia: questa deve servire come tutte la altre opere dell’uomo ai fini dell’uomo. Da questa concezione discende che il punto di partenza di ogni attività economica è il bisogno dell’uomo, cioè il suo bisogno di beni. Tanti beni devono venir prodotti quanti egli ne consuma. (…) Chiamo questa forma economia di erogazione”.

Gli uomini, beninteso, hanno sempre esercitato un’attività economica, non per soddisfare bisogni naturali, ma per puntare al guadagno (principio acquisitivo) e alcuni hanno tentato in ogni tempo di procurarsi quanti più beni possibile attraverso la tecnica, ossia l’uso di mezzi razionali, e l’organizzazione. Tutto ciò è tuttavia insufficiente per ipotizzare una mentalità capitalistica.

Nell’economia premoderna, quella di “erogazione”, i protagonisti puntano all’equilibrio tra quel che si spende e quel che si ottiene nella produzione di beni necessari all’uomo “vivo”. In questa forma sociale, il bisogno non è determinato soggettivamente, ma si basa su dati fissi, determinati dalla comunità o dal gruppo cui si appartiene. Il principio d’ordine è la copertura del fabbisogno anche per le produzioni di tipo artigianale e per gli scambi.

A Sombart preme dimostrare che, se ci sono sempre state personalità tese all’accrescimento e alla ricchezza, esse costituivano l’eccezione nel modo di vita anteriore al capitalismo, poiché l’impulso all’arricchimento fu per lungo tempo estraneo all’economia, intesa in senso aristotelico. Un brano dello Spirito del capitalismo afferma che “neppure la ricchezza in denaro contante serve a fini economici, alla sussistenza provvede l’oikòs, mentre la ricchezza è adatta soltanto ad un uso extraeconomico, immorale. Ogni economia ha limiti e misura che il guadagno invece non conosce”. La conseguenza è un rapporto ancora qualitativo, financo affettivo con i beni. Non si producono valori di scambio determinati quantitativamente, ma beni di consumo differenziati per qualità. Non si guarda ancora all’efficienza complessiva, né si fa troppo caso al tempo impiegato. Il tempo del lavoro è intervallato da numerosi giorni di festa scanditi dalla tradizione religiosa.

Il segno fondamentale della vecchia società era la stabilità, la sequela dei ritmi naturali delle stagioni e della vita, non si amavano le innovazioni, accolte con lentezza, spesso con diffidenza. Questa descrizione, che agli occhi moderni appare negativa, soffocante, collide con il nascente capitalismo, le cui basi sono opposte. Le sue caratteristiche sono quelle di “una organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione e costituiscono i soggetti economici, e i lavoratori nullatenenti (come soggetti economici), e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico”.

Gli obiettivi perseguiti diventano il profitto e la razionalità economica che prendono il posto della copertura del fabbisogno e dei modi di vita tradizionali. Lo scopo dell’agire economico è l’aumento del denaro disponibile, obiettivo immanente all’idea di organizzazione capitalistica, e suo “scopo oggettivo”.

Evidentemente il Nostro ha capito la lezione di Marx, per il quale il capitalismo (anzi il “modo di produzione capitalista”) si contraddistingue per l’accumulazione di “lavoro morto” (ovvero di denaro) del tutto indifferente ai suoi mezzi. La formula di San Tommaso d’Aquino è rovesciata, il fine ultimo dell’economia non è più vivere bene all’interno del proprio rango sociale, ma creare valore, in linea di principio indefinito ed illimitato. Il valore per il capitalismo non è dettato da una struttura antecedente o dalla parola di Dio, è una forma sociale, un modo di dissolvere le differenze dalla forte valenza antitradizionale che si unifica nella metafisica rovesciata del denaro misura di tutte le cose. La finalità dell’agire diventa creare la massima quantità di valore, cioè di denaro.

Sombart prosegue analizzando l’azienda capitalistica, ovvero l’unità organizzativa del modo di produzione dell’imprenditore, anticipando temi che verranno approfonditi da Joseph Schumpeter. Poi tratta il capitale, che “comincia e finisce in forma di denaro”. Lo scopo delle imprese è ormai la “valorizzazione”, non la produzione di beni d’uso. La creazione di maggiore valore si ottiene accelerando il processo di produzione, aumentando i prezzi di vendita o riducendo i costi.

È evidente il debito e il dialogo a distanza con un altro grande dell’epoca, Georg Simmel, autore di Filosofia del denaro. In tale opera Simmel mise in evidenza gli effetti culturali e sociali provocati dallo sviluppo e dallo scambio economico fondato sul denaro. Il denaro è la migliore dimostrazione del carattere simbolico del sociale, l’elemento che trasforma la qualità in quantità. L’oggetto del desiderio appare svuotato di ogni altro valore.

Il sacrificio, il lavoro, l’impegno che siamo disposti a compiere per ottenerlo perde qualsiasi diversa unità di misura. Quando il valore diventa denaro, l’oggetto difficilmente può essere raggiunto, e non si riesce più ad afferrare il nesso tra valore e desiderio, in quanto il primo viene oggettivato nel prezzo di mercato. Ciò comporta profondi scompensi della società, producendo qualcosa di assai simile all’alienazione descritta da Karl Marx.

Il nuovo mondo, sorto dal profondo della civiltà europea, abbatte le vecchie barriere e diventa capace di creare nuove forme di vita, quasi sempre artificiali. Lo spirito crescente estirpa i vincoli organici che legavano gli uomini alle comunità di appartenenza, gettandoli “sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione”. Su tale punto ci sono nessi comuni ad alcune idee sviluppate da Herbert Marcuse nell’Uomo a una dimensione, prigioniero del “feticismo delle forze produttive”. Lo Spirito del capitalismo fu oggetto di ristampe e rimaneggiamenti sino al 1925, tre anni dopo la nascita della scuola di Francoforte.

Lo spirito descritto da Sombart è, lo accennavamo all’inizio, è quello di Faust, teso all’irrequietezza, all’ansia febbrile; un’aspirazione all’infinito, all’immenso che si fa volontà di potenza. Così la descrive: “dal più profondo dell’anima, dove la nostra mente è incapace di penetrare, scaturisce quell’indescrivibile spinta dell’uomo forte ad imporsi, a sottomettere gli altri alla sua volontà ed alle sue azioni, che noi possiamo definire volontà di potere. Oppure spirito d’intrapresa. Sono essi, quindi, gli intraprendenti, che conquistano il mondo, i creatori, i vivi, i non-contemplativi, i non-gaudenti, coloro che non fuggono e non negano il mondo. Che si fanno largo combattendo”.

Si apre la “caccia al denaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più un simbolo di potere”. In tale astrattezza di scopo emergono l’illimitatezza, ed insieme “il superamento della concretezza, di tutti gli scopi individuali”. È il punto in cui convergono tutte le ragioni sombartiane di opposizione al capitalismo: l’illimitatezza è per lui astrazione, oltrepassa la vita concreta dell’uomo e i suoi scopi. L’autonomia che il capitalismo promette, e la modernità individualista realizza, è un inganno. Permane un unico fine, la crescita del “valore”, che riduce ogni cosa e l’umanità stessa a mezzo di quell’obiettivo dissennato. Lo spirito capitalistico si riunisce così in uno “stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese”.

Prevale il rapporto di lavoro salariato, che domina la forma economica capitalistica dal suo inizio, determinando l’abbandono delle campagne e contribuendo allo sviluppo dell’uomo metropolitano studiato con tanta acutezza da Simmel. Nei due gruppi contrapposti, imprenditori e nullatenenti salariati, domina un unico principio, “la volontà di regolare il rapporto di lavoro in vista del massimo profitto o del massimo salario”.

Enormi masse umane vengono costrette alla dissoluzione progressiva delle comunità di villaggio e distolte dalle abitudini di lavoro tradizionali, considerate altrettanti ostacoli al progresso tecnico ed alla razionalizzazione. La crescita dell’intensità produttiva, l’introduzione di macchine portarono all’abbandono del vecchio sistema dei diritti di partecipazione in favore del salario, unica “espressione razionale del rapporto di lavoro capitalistico-proletario”. Si fuoriesce da un lunghissimo passato e si entra nel nuovo spirito individualistico che abbatte la comunità domestica, proiettando ampi strati di popolazione in un imponente processo di mercatizzazione di se stessi.

Una gran parte della popolazione rurale, in passato organicamente cresciuta nell’agricoltura e legata alla terra, si sradica, diventa mobile come la sabbia”. Su questo punto, Sombart utilizza una formula di profonda suggestione, descrivendo il dramma di massa che sbocca nel modo di produzione e nella disciplina della fabbrica come “uno di quei meravigliosi sistemi di relazioni di superiorità, inferiorità e adiacenza, queste strutture artefatte composte da frammenti di uomini”.

Avanza imperiosa una nuova organizzazione economica che non ha bisogno di uomini o donne, ma di segmenti umani, “esseri senz’anima, spersonalizzati capaci di essere membri o meglio piccole ruote di un intricato meccanismo” che comporta la perdita definitiva della libertà individuale, la rinuncia “alla sua antica prerogativa di fermarsi quando vuole, perché altrimenti getterebbe l’intero stabilimento nel disordine”. Occorre orientare tutti i pensieri al guadagno, quindi al denaro, “all’allargamento della propria esistenza materiale”. A tal fine bisogna accettare le condizioni necessarie per ottenerlo, calcolo della produttività, rigidi regolamenti, disciplina, parcellizzazione del lavoro.

Nelle conclusioni Sombart si addentra in molte previsioni, immaginando – errore o speranza caduta? – una trasformazione del capitalismo in direzione di un’economia mista e cooperativa. Nei primi trent’anni del dopoguerra, i cosiddetti “trenta gloriosi” l’idea fu effettivamente realizzata nelle forme del compromesso socialdemocratico e cristiano sociale. Prese atto dell’impossibilità, per la pressione demografica e gli interessi in ballo, di un ritorno alle forme precapitalistiche.

Non credette all’esaurimento rapido delle risorse materiali; fa anzi menzione di un dibattito con Max Weber, che sperava nel declino attraverso la rarefazione dei mezzi impiegati. Sombart fu tra i primi a capire che la volontà di potenza unita alla tecnica avrebbe indotto lo spirito del capitalismo a sfruttare senza posa “l’energia idrica, l’energia delle maree e del moto ondoso, l’energia solare” ed anche il riciclo dei materiali.

Si aspettava vanamente, come l’ultimo Schumpeter, che il capitalismo perdesse la sua posizione predominante perché soggetto a sempre più limitazioni dalle pressioni esterne, previsione dissolta dall’imponente svolta neoliberale impressa a partire dagli anni 80 del XX secolo. Il teorico dello spirito capitalistico, prolungamento dell’anima europea, comprese altresì che l’aumento della popolazione e l’influenza dell’Occidente lo avrebbero esteso alle altre razze, ciascuna delle quali con il suo particolare modo di essere.

Ci sarà “il capitalismo dei cinesi, dei malesi, dei negri” che si svilupperà a misura di ciascuna civiltà rimanendo se stesso. Un’altra previsione riguardò una sorta di economia in bottiglia spinta dagli “strati sociali interessati alla sua realizzazione, i lavoratori, così come i consumatori più poveri che vogliono liberarsi delle catene del capitalismo”, ma la svolta neoliberale, aiutata dall’allargamento del capitalismo nel contesto della decolonizzazione ha travolto anche questa possibilità. Ogni economia razionalizzata, socialista o capitalista, appare a Sombart una triste alternativa. In entrambi i casi significa essere “cotti in padella o alla brace”, giacché tutto il meccanismo si fonda sul processo di spersonalizzazione: le condizioni di lavoro sono analoghe, l’orario di lavoro identico, dipendente dalle condizioni economiche generali, non dalla proprietà dei mezzi di produzione e, più modernamente, dalla composizione della compagine azionaria.

La domanda centrale di Sombart è se nel futuro l’uomo sarà dominato dalla tecnica o dalla persona. In questo senso, come Spengler e certi russi, sperava in una rinascita dell’agricoltura, ovvero del modello di vita rurale, comunitaria, conviviale secondo il lessico di Illich, non assoggettata all’imperio del denaro.

Il neocapitalismo globalista svilisce continuamente il lavoro remunerato sotto la spinta dell’innovazione. Il processo si va intensificando ed interesserà migliaia di figure professionali e una massa sterminata di esseri umani entro pochi anni, con la robotizzazione avanzante. Gran parte dell’umanità diventerà superflua, un esercito di inutili, una riserva in vana attesa di essere riassorbita e inserita in un progetto di società. La sostituzione delle menti e non solo delle braccia rende più inquietante tale prospettiva.

L’opera di Werner Sombart va dunque riletta come il più ampio, acuto e completo tentativo di riumanizzare l’anima europea, ricostruendo sotto il profilo metastorico, culturale e civile lo spirito capitalistico che ha prima pervaso, poi travolto, infine dissolto, la civiltà comune. Nel passato non si può tornare, ma se ne può trarre partito per non ricadere nel più grande errore degli ultimi secoli: la disumanizzazione della vita in nome del regno della quantità divenuto fondale unico dell’esistenza, spacciato per dato di natura dai due grandi materialismi, quello collettivista e quello liberale.

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