L’omelia della domenica – di Don Marino Neri

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12 ottobre 2014 – XVIII domenica dopo Pentecoste

Rituale Romano

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Vangelo (Mt 9, 1 – 8)

1 Salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città. 2Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». 3Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». 4Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5Che cosa infatti è più facile: dire «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati e cammina»?6Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». 7Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

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Omelia – di Don Marino Neri

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zzxtoIn questa diciottesima domenica dopo Pentecoste abbiamo ascoltato che Gesù, non appena tornato a Cafarnao – chiamata “la sua città” per il lungo soggiorno che vi ebbe (Giovanni Crisostomo) –, è posto dinnanzi a un paralitico. Quest’ultimo, con ogni evidenza, domandava la guarigione corporale dal male che lo attanagliava. Ma Gesù, senza mezzi termini e prima ancora di ascoltare qualsivoglia richiesta, gli dice: «Figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati». Ma Gesù, prima di guarire il corpo, risana l’anima. Questo è il primo insegnamento di oggi: la principale preoccupazione per un cristiano deve essere delle “cose spirituali”, che restano per l’eternità. L’anima, che comparirà al momento della nostra morte davanti al tribunale di Dio, sarà giudicata sul bene compiuto e sul male operato.

All’uomo, finchè è concesso tempo su questa terra, sta di operare secondo la Fede, la Speranza e la Carità così da non presentarsi a mani vuote davanti al Giudice Eterno. Infatti tutta la vita terrena è ordinata a meritare e guadagnare quella celeste. Tuttavia, a causa del peccato con cui violiamo la Legge divina, si può anche perdere la beatitudine del Regno Celeste. Ed ecco la seconda considerazione che emerge dal dettato evangelico. Nostro Signore sa bene che la caducità del corpo, la malattia, la morte stessa altro non sono che la conseguenza del peccato, che costituisce il vero male dell’umanità. “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”, asserisce l’Apostolo delle genti scrivendo ai Romani (Rm 5, 12). E più ampiamente il Tridentino afferma: “Chi non ammette che il primo uomo Adamo, avendo trasgredito nel paradiso il comando di Dio, ha perso subito la santità e la giustizia, nelle quali era stato creato e che è incorso per questo peccato di prevaricazione nell’ira e nell’indignazione di Dio, e, quindi, nella morte, che Dio gli aveva prima minacciato, e, con la morte, nella schiavitù di colui che, in seguito, ebbe il potere della morte e cioè il demonio; e che Adamo per quel peccato di prevaricazione fu peggiorato nell’anima e nel corpo: sia anatema.”

Gesù pertanto non si ferma al fenomeno che viene posto davanti (un uomo impossibilitato a camminare), ma va alla causa prima di quel fenomeno (il peccato). E poiché ogni malattia del corpo, nel Vangelo, possiede sempre un riverbero spirituale, il malato di Cafarnao era trattenuto attaccato alla terra da una vera e propria paralisi spirituale che gli impediva una vita di Fede autentica. E poiché senza la Fede non si possono avere neppure le altre due virtù teologali, ecco che quell’uomo sì “esisteva”, ma non “viveva”: infatti, colui che non è cristiano o se ne dimentica a tal punto da vivere come un pagano, è sempre un uomo mancato, quand’anche avesse raggiunto il limite della propria umanità. Di fronte alla vita divina della Grazia, qualsiasi grandezza di vita umana è effimera e inconsistente. Da ultimo: il rimedio alla patologia dell’anima è Gesù Cristo stesso che opera nei Sacramenti. In modo particolare, è la S. Confessione il mezzo con cui Nostro Signore, ancora oggi, attraverso il ministero del sacerdote, dice a un battezzato fiaccato dal  gravame del peccato e  veramente pentito: «ti sono rimessi i tuoi peccati».

Solo attraverso la Confessione è possibile riacquistare quella “salute spirituale” a lungo pregiudicata dal peccato, ricominciando così a essere non solo uomini, ma cristiani, dunque uomini redenti dal Sangue Prezioso di Cristo. Nostro Signore, per dare evidenza della sua divinità davanti agli scribi increduli, opera anche un miracolo materiale, intellegibile anche ai sensi; ne opera tuttavia uno maggiore risanando l’anima dal peccato. Un’anima che si mantiene in stato di Grazia, quindi, non andrà incontro non già alla morte biologica, ma a quella spirituale ed eterna, ben peggiore di qualunque sacrificio che il Buon Dio ci chiederà in questa vita, per la nostra santificazione. Le parole che il sacerdote pronuncia su ciascun penitente, a conclusione della Confessione, sono un sintetico programma di vita per ogni cristiano: “La passione di Gesù Cristo nostro Signore, l’intercessione della beata Vergine Maria e di tutti i santi, il bene che farai e il male che dovrai sopportare ti giovino per il perdono dei peccati, l’aumento della grazia e il premio della vita eterna”

 

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