Loreto. “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto”  –  di Alessandro Gnocchi

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Che ne è della fede, se nella Casa di Maria le anime non trovano balsamo celeste per le ferite, ma il pane raffermo della chiacchiera?

di Alessandro Gnocchi

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zzlrtSe un giorno di fine estate un pellegrino si avventurasse nel santuario di Loreto in cerca un confessore, si guardi bene dall’aggirarsi tra i confessionali posti attorno alla Santa Casa. Tenti invece in qualche cappella minore, prima o poi vedrà un frate accomodato su una sedia, un fedele non sempre in ginocchio e un piccolo gruppo in frettolosa attesa: vorrà dire che è arrivato.

Ma, soprattutto, il pellegrino si astenga dal frugare con lo sguardo nella Cappella degli slavi, dove un laconico cartello ammonisce a caratteri di scatola “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto” e un’opportuna locandina spiega che il “Punto d’ascolto” è attivo ogni giorno dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 18,00.

Lì, a due passi dalla casa in cui Maria disse il suo “Sì” all’angelo che le annunciava l’incarnazione del Verbo, le anime non trovano balsamo celeste che curi le loro ferite, ma il pane raffermo della chiacchiera mondana. Un tavolino con un drappo rosso gettato sopra, due sediole e, dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 18,00, talvolta un frate, talvolta una suora, talvolta forse un esperto: per parlare laddove bisognerebbe tacere, per sistemarsi a proprio agio laddove bisognerebbe stare in ginocchio, per sospirare e divagare laddove bisognerebbe contemplare. Infine, per lasciare che ognuno se ne vada così com’era arrivato, senza che un sacerdote, per conto di Cristo, ne abbia curato con misericordiosa durezza le piaghe che altrove non possono trovare lenimento.

Eppure, il malinconico avviso posto sulla balaustra della Cappella degli slavi vorrebbe dare a credere che nel cambio ci si possa guadagnare. Il “Qui non confessioni” seguito da un “ma” avversativo promette di offrire ben altro con “dialogo e ascolto”. Lascia intendere che lì, sotto lo sguardo dei Santi Cirillo e Metodio che convertirono l’Europa orientale alla fede in Cristo, si possa trovare nella comprensione di un essere umano qualcosa in più del perdono di Figlio di Dio. Eloquente esibizione della voglia matta di resa al mondo di una chiesa riottosa al dogma che trasmette la Verità e ai sacramenti attraverso cui scorre la Grazia.

Ma laddove il dogma si oscura e il sacramento si eclissa, rimane la nuda tecnica e la chiacchiera usurpa il ruolo della confessione. Fin dentro gloriosi santuari visitati da migliaia di pellegrini si manifestano l’oscuramento dell’essere e il dominio tecnocratico paventati da Heidegger quando il sentore di una giovinezza cattolica tornava a carezzare le sue narici intellettuali. “Il tempo è povero non soltanto perché Dio è morto, ma perché (…) la morte si ritrae nell’enigmatico” lamentava il filosofo di Messkirch in “Perché i poeti?”.  “Il mistero del dolore resta velato. Non s’impara ad amare (…). Povera è questa povertà stessa perché dilegua la regione essenziale in cui dolore, morte e amore si raccolgono”.

Fedeli senza più fede, atei senza più ateismo che scorrono dentro e attorno alla Santa Casa di Nazareth portano nel cuore lo stesso dolore del filosofo tedesco. E, insieme, hanno la speranza nascosta di rendere meno povera la povertà di un mondo in cui faticano a vedere le tracce di Dio. Non cercano qualcosa o qualcuno che funzionino perfettamente in orari d’ufficio poiché ne hanno fino alla nausea nella vita feriale. Almeno dentro il recinto sacro vorrebbero potersi liberare dalla tirannia della tecnica che reclama la spoliazione dell’uomo. Come l’Heidegger di “Ormai soltanto un Dio ci può salvare” sono atterriti dal fatto che “Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra (…). Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive”.

Ma poi, giunti in cerca di radici vive nei pressi della Casa in cui il Verbo si fece carne, questi cercatori dolenti si trovano al cospetto delle povere chiacchiere di un tecnico poste in mostra sul bancone in nome di una mercantile pluralità dell’offerta.

Quando Charles de Foucauld si convertì al cattolicesimo, nell’ottobre del 1886, lo fece per mezzo di un sacerdote che non concesse alcuno spazio al dialogo e all’ascolto. Lo narra lui stesso nei suoi ricordi, parlando con il Signore ricordandogli le quattro grazie che gli concesse in quei momenti: “La terza grazia fu di suggerirmi: poniamoci a studiare, dunque questa religione; assumiamo un professore di religione cattolica, un prete istruito, e vediamo cosa ne scappa fuori e se sarà il caso di credere a quello che dice. La quarta fu la grande grazia incomparabile di indirizzarmi, per queste lezioni di religione, a M. Huvelin. Facendomi entrare nel suo confessionale, uno degli ultimi giorni di ottobre, tra il 27 e il 30, penso, Tu, mio Dio, mi hai davvero colmato di ogni bene (… ). Io chiedevo lezioni di religione: lui mi fece mettere ginocchioni e mi fece confessare, e mi spedì a comunicarmi, seduta stante…”.

L’abbé Henry Huvelin, vicario parrocchiale Saint Augustin a Parigi, intuì che il momento era arrivato e non bisognava cedere oltre ai desideri di ricerca intellettuale di quel giovane inquieto. Bisognava solo indurlo con decisione a un atto di umile confessione e di richiesta di perdono a Dio. “Vorrei che mi istruiste nella fede”, chiese il giovane Charles. “Inginocchiatevi. Confessatevi a Dio e crederete”: e il giovane Charles si inginocchiò, si confessò, credette e si comunicò. Accogliere la fede dentro la propria intelligenza dopo un atto di assenso della volontà, come fece de Foucauld è ciò che San Giovanni, nel Vangelo, descrive dicendo in un meraviglioso rigo “Chi fa la verità, viene alla luce”.

 Non fu altrettanto fruttuoso il destino di Simone Weil, morta nel 1943 a 34 anni, al termine di una vita fatta di austerità, di dedizione al prossimo, di studio, di dolorosa contiguità con la mistica, di attenzione per la Chiesa cattolica senza decidersi al passo definitivo. Cristina Campo, nella splendida introduzione alla sua “Attesa di Dio”, vede all’origine del mancato abbraccio con il Corpo Mistico di Cristo l’indecisione del domenicano padre Joseph Marie Perrin, “la timidezza apostolica, la carità molto più sentimentale che spirituale del religioso che tentò di istruirla. (…) La rivelazione di una Chiesa pura perché tremenda, pietosa perché inflessibile, in totale contraddizione con il mondo, tetragona e bruciante, non era certo per atterrire Simone Weil”.

Ciò che aveva ben presente l’abbé Huvelin, e invece sfuggiva a padre Perrin, è narrato con fare quasi didascalico da Manzoni nella conversione dell’Innominato. Paride Zaiotti, astioso letterato ottocentesco, lamentava che nei “Promessi sposi” la nascita a nuova vita dell’inquieto signorotto non fosse riconosciuta al giusto tramite. “Se l’Innominato” diceva Zaiotti “come racconta il Rivola suo primo biografo, si convertì dopo il colloquio col Cardinal Borromeo, perché togliere il merito al Cardinale per darlo a Lucia, ai suoi occhi, alla sua voce soave, alle sue parole, al voto?”. Ma, a ben guardare, l’Innominato non è “stato convertito” ma “si è convertito” prima di arrivare alla presenza del Borromeo. Il cardinale lo sostiene nel riconoscere il mutamento nel suo cuore e nella sua intelligenza: “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”, “E chi più di voi l’ha vicino? Non lo sentite in cuore che vi agita?”. E pare di leggere Pascal: “Tu non mi cercheresti, se già non mi avessi trovato”. Il sacerdote è colui che rivela la conversione, come alter Christus è lì per sancire ciò che Dio ha operato. “E’ lì” commenta monsignor Cesare Angelini “per ricevere la legittimità di quanto è avvenuto, e a guarire un passato”.

L’Innominato non chiede “solo dialogo e ascolto”, ma che l’Unico in grado di farlo guarisca il suo passato. Chiede la giustizia e carezza che Sant’Agostino descrive nel sermone sull’adultera salvata dalla lapidazione: “E tutti uscirono di scena. Soli restarono Lui e lei; restò il Creatore e la creatura; restò la miseria e la misericordia; restò lei consapevole del suo reato e Lui che ne rimetteva il peccato. (…) Ella si accusò. Gli altri non avevano potuto portar le prove e se ne erano fuggiti. Essa invece confessò; il suo Signore non ignorava la colpevolezza, ma ne ricercava la fede e la confessione”.

Ma per imitare il Maestro, per prestargli la propria persona nel sacramento, serve un profondo e perfetto senso del peccato che, nella chiesa di oggi, è moneta sempre più rara. “Come mai” chiedeva Cristina Campo in una lettera a Marìa Zambrano nella III domenica d’Avvento del 1965 “si celebra ancora la festa dogmatica dell’Unica Immacolata, mentre implicitamente si nega, in mille modi, la maculazione di tutti gli altri? In un mondo dove non è più riconosciuto non dico il sacrilegio, l’eresia, la blasfemia, la predestinazione al male – ma il puro e semplice concetto di peccato?”.

Privata di questo concetto, la confessione può solo diventare chiacchiera, “ascolto e dialogo” che occuperanno un altare dopo l’altro, una cappella dopo l’altra, una chiesa dopo l’altra. Non è un caso se i confessionali sono ormai caduti in disuso. Reperti di una religione in cui molti si confessavano e pochi osavano presentarsi alla comunione, sono incomprensibili là dove si pratica una religione in cui quasi nessuno si confessa e tutti corrono a comunicarsi.

Al cospetto di tale mutazione, bisogna vere il coraggio di chiedersi se si tratta sempre della stessa religione. E sorge più di un dubbio, a non voler parlare di certezza, se si pensa che, dove ora si trova con difficoltà un prete in stola viola su uno strapuntino, una volta si ergevano grandiose opere d’arte erette alla misericordia e alla giustizia divine. Occorre solo pensare allo splendore dei confessionali di Andrea Fantoni, nati nel severo e stringato cattolicesimo bergamasco a cavallo tra Seicento e Settecento, per provare nostalgia di una fede ormai in ritirata anche nelle vallate delle ex cattolicissime Orobie.

Oggi non più, ma fino a una cinquantina d’anni or sono, persino le paolotte e silenti anime bergamasche trovavano la favella nella confessione che, secondo San Tommaso, come parte del sacramento, ha il suo determinato atto che è quello di manifestare le proprie colpe dicendole con la propria bocca. Una confessione fatta a perfezione, dice ancora il dottore di Aquino, esige molte condizioni: che sia integra, semplice, umile, discreta, fedele, vocale, mesta, pura e pronta all’obbedienza. Tutta merce che poco o nulla ha a che fare con la tecnica “ascolto e dialogo”.

Certe confessioni, certe chiacchierate di oggigiorno sembrano fatte apposta per dar ragione al Machiavelli della “Mandragola” che ne mette in scena la parodia ad opera di fra Timoteo e Madonna Lucrezia. Pura tecnica burlesca che serve al tremendo fiorentino per presentare il sacramento come subdolo strumento di controllo sociale ad uso del clero.

Ma è un altro il fiorentino a cui attingere per capire che cosa sia davvero e dove conduca la confessione. Nel IX canto del Purgatorio, Dante descrive tale sacramento con amorevole e paziente minuziosità tenendo quale fonte rituali e manuali come gli “Ordo reconciliationis poenitentium” e gli “Ordo ad dandam poenitentiam”.

Giunto al cospetto di un angelo guardiano armato di spada, che rappresenta il confessore, il viaggiatore penitente scorge tre gradini. Il primo, “bianco marmo era sì pulito e terso” rappresenta l’accusa sincera del peccato commesso. Il secondo, “tinto più che perso/ d’una petrina ruvida e arsiccia,/ crepata per lo lungo e per traverso”, come spiega L’Anonimo fiorentino chiosatore di Dante, simboleggia la vergogna nel dire il proprio peccato a voce alta. Il terzo, che “porfido mi parea sì fiammeggiante/ come sangue che fuor di vena spiccia” designa l’ardore di carità verso Dio che spinge a espiare il peccato anche a costo del martirio, morale o materiale.

L’angelo, i cui piedi poggiano sul terzo gradino, siede su una soglia “che mi sembiava pietra di diamante”, allegoria della forza con cui il penitente deve mantenere i suoi propositi.

“Divoto mi gittai a’ santi piedi/ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse/ ma tre volte nel petto pria mi diedi”. “Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa” recita ancora oggi battendosi il petto nel “Confiteor” chi voglia professare anche nella confessione la stessa fede di Dante, con le stesse parole. Poi l’angelo traccia con la punta della spada sette “P” sulla fronte del penitente a ricordargli i sette vizi capitali e l’inclinazione al peccato contro cui dovrà combattere, cominciando dalla pratica della penitenza imposta dal confessore.

La misericordia di Dio non si concretizza in “ascolto e dialogo”, nello spianare i gradini che il penitente deve salire nella confessione. Piuttosto, si trova nell’insegnamento ricevuto dall’angelo guardiano direttamente da San Pietro: che si sbaglierebbe più facilmente negando che non concedendo l’assoluzione, ma patto che sia chiesta con sincera umiltà, “pur che la gente a’ piedi mi s’atterri”.

Che non vuol dire, come suonerebbe a orecchie moderne, umiliare la creatura umana, ma amarla fin nel suo intimo, desiderando la salvezza di cui però ciascun uomo decide in proprio con pensieri, parole e opere. “Quia peccavi nimis cogitazione, verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. E spesso sono sempre gli stessi pensieri, parole e opere a far cadere in tentazione. Per questo l’angelo si rivolge a Dante e alla sua guida dopo l’assoluzione ammonendo “Intrate; ma facciovi accorti/ che di fuor torna chi ‘n dietro si guata”, chi commette di nuovo lo stesso peccato ritorna di nuovo allo stato di inimicizia con Dio.

Un ammonimento che ricorda il nono capitolo del Vangelo di San Luca: “Nemo mittens manum ad aratrum et respiciens retro aptus est regno Dei”, nessuno tra chi mette mano all’aratro e guarda indietro è fatto per il Regno di Dio. Ma, dopo una seduta di “ascolto e dialogo”, in cui nulla viene dato e nulla viene chiesto, non si capisce proprio dove il pellegrino che un giorno di fine estate si sia avventurato in certe chiese possa trovare la forza di guardare avanti.

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fonte: Il Foglio

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25 commenti su “Loreto. “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto”  –  di Alessandro Gnocchi”

  1. Articolo eccellente e condivisibile al 100%!
    “Qui non confessioni ma dialogo e ascolto”, ovvero qui non imparerete NULLA, non si risana NULLA, non si perdona NULLA e tornerete a casa senza che NULLA sia cambiato: stanno costruendo la RELIGIONE DEL NULLA: nessuna certezza dottrinale, nessuna pretesa di essere l’unica religione vera e l’unico mezzo di salvezza, nessuna Legge Divina da rispettare, nessuna differenza fra i peccatori pentiti e quelli impenitenti, nessuna differenza oggettiva fra bene e male (“ognuno ne ha la sua visione e deve essere incoraggiato a seguire quella”, ovvero: Gesù, i Profeti, gli Apostoli, i Santi e TUTTA la Chiesa Docente del passato hanno predicato inutilmente)!
    Nessun eresiarca e nessun persecutore sono mai riusciti a fare alla Chiesa tutti i danni che Le stanno facendo i suoi moderni ministri, che accecati da immanentismo, nichilismo, buonismo, ecumenismo, modernismo, ecologismo e “dialoghismo” La oltraggiano ogni giorno di più!

  2. Leggendo e meditando queste profonde riflessioni, è scattato in me il desiderio di ringraziare il Signore per questo sacramento che ci dona la grazia di liberarci dal peccato e dalla schiavitù del maligno. Ancor più, di abbandonarmi in ginocchio ai piedi di un sacerdote per avere misericordia da Dio dei miei tanti peccati.

  3. Andrea (da Torino)

    Una pagina così può valere più di cento serate penitenziali!
    Una pagina così solleva l’animo, infonde speranza, schiarisce la mente!
    Ma una pagina così induce comunque un po’ di malinconia: perché nelle nostre parrocchie non s’ode più nulla di eguale? perché dobbiamo cercar conforto fra laici, fra fratelli, fra i migliori intellettuali?
    C’è una preghiera antica a conclusione del S. Rosario che porta ad invocare Maria affinché soccorra i miseri e renda forti i pusillanimi…
    Recitiamola… per noi…, per il nostro clero, per i nostri parroci, per i nostri vescovi, per i religiosi, i frati, le suore…
    Nel frattempo restiamo uniti, ancorati alla fede ad alla Tradizione, grazie al prezioso aiuto di quegli uomini che Dio illumina cosi particolarmente, cercando, pregando ed invocando buoni e santi sacerdoti.
    Grazie dottor Gnocchi.

  4. Ariel S. Levi di Gualdo

    Caro Alessandro.

    Forse bisognerebbe ascoltare l’esperienza dei confessori che dentro i confessionali ci stanno.
    A Loreto c’è una penitenzieria con più confessori multilingua attiva tutti i giorni.
    Purtroppo questo Sacramento è uno di quelli usati più male, vuoi per colpa dei penitenti, vuoi per colpa dei preti che non fanno adeguate catechesi.
    Molti penitenti sono persone semplicemente sole che hanno bisogno di fare due parole con qualcuno, altri sono invece dei veri perditempo. Materia della confessione è infatti il peccato e la relativa assoluzione dai peccati, non le chiacchiere, quelle si fanno altrove, per esempio in un adeguato centro di ascolto dove quelle persone che non hanno nulla da confessare possono andare a parlare con qualcuno che li ascolti, senza tirare in ballo un Sacramento, la formula finale del quale è: ” … ti assolvo dai tuoi peccati”, perché non è prevista alcuna formula che dica “ti assolvo dalle tue chiacchiere”.

  5. “…per sospirare e divagare laddove bisognerebbe contemplare.”
    “Ma laddove il dogma si oscura (e) il sacramento si eclissa,…”

    Caro dott. Gnocchi, lo dicevo qualche giorno fa ad un amico parrocchiano che sospiri e divagazioni (de-adorazione), così come la negligenza del dogma (de-dogmatizzazione) datano non da oggi ma da almeno 50 anni. Ma ha fatto spallucce.
    Fa decisamente freddo.

  6. Meno di un’ora di strada e sono a Loreto. Mi ripropongo di “accostarmi” al banco dell’ascolto e farmi una fruttuosa chiacchierata, se la tristezza e le lacrime come quelle che mi sgorgano adesso (impossibile trattenerle) mi permetteranno di esprimermi. Ma invocherò la Spirito Santo affinché, pure nella mia pochezza, possa io in qualche modo difendere la nostra Santa Fede Cattolica di fronte all’assurdo, all’inimmaginabile e a tanta rovina.

  7. giorgio rapanelli

    Se un prete non vi confessa, ma vuole dialettica di tipo laicista, assecondatelo e pregate per lui. Poi, chiedetegli di amministravi la Santa Unzione, che cancella i peccati. Magari vi dice che non ha tempo, come mi è capitato con un francescano. Ma io ho insistito; ed alla fine mi ha segnato con quel potente Sacramentale, caricato dal Vescovo con i poteri dati dalla Successione Apostolica.

  8. Anni fa ci scandalizzammo quando gli ATEI iniziarono a praticare lo “SBATTEZZO”…questa spettabile ditta argentina ora ha brevettato lo “SCONFESSO”…Mi sembra una di una gravità estrema. Ripenso con angoscia aglli anni Settanta quando l’amico Tito Casini mi diceva: “Coraggio tu hai ancora tempo…vedrai spuntare l’alba dopo il buio conciliare…” Mai previsione fu più sbagliata. Qui tra breve vedremo l’abolizione anche degli altri Sacramenti e don Milani verrà proclamato protettore del clero…al posto del Santo Curato d’Ars. Grazie Alessandro per questo tuo mirabile pezzo..

    1. Spirito e acume come sempre ci fanno riconoscere Pucci Cipriani! Purtroppo i sacerdoti sentono la fascinazione dei talk show, dove peraltro non si dialoga e non si ascolta ma ci si sovrasta con urla e squittii chi si discosta dal pensiero unico…aspettiamoci anche questo esito inevitabile di ogni incomposto dialogo.

  9. Grazie, dott. Gnocchi, per questo articolo.
    La parte più profonda la trovo nella frase: “…per parlare laddove bisognerebbe tacere, per sistemarsi a proprio agio laddove bisognerebbe stare in ginocchio, per sospirare e divagare laddove bisognerebbe contemplare”.
    Non confessioni ma dialogo e ascolto, come per dire: andiamo incontro alle persone con l’ascolto e il dialogo, non usiamo la confessione che potrebbe allontanarle. Si va oltre Cristo o piuttosto lo si lascia da parte, come se Lui fosse un inciampo a incontrare l’uomo: lasciamo da parte Gesù Cristo, non sia mai che ci faccia scappare le persone.
    Dove poi andremo, chi vivrà abbastanza lo vedrà (anche se certi risultati già ci sono e molto chiari).

  10. Una semplice domanda. Questi pittoreschi angoli di nuova istituzione nel glorioso e antico Santuario mariano, si aggiungono o SI SOSTITUISCONO ai canonici spazi riservati alla Riconciliazione ? In altre parole potrebbe il Penitente, per quanto interdetto, ignorarli – tamquam non essent – ed accostarsi comunque al Sacramento ? Spero di sì . In caso contrario, gentile dr. Gnocchi, la questione sarebbe di una gravità tale da rendere indispensabile l’intervento della competente Autorità Ecclesiastica. Nessun intervento umano può essere d’intralcio alla volontà di Dio. Attraverso il Pellegrinaggio in questi luoghi santi il Credente accetta di riconciliarsi con il Signore. Il resto non conta.

  11. All’omelia di Santa Marta del 4 settembre, Bergoglio ha attribuito a San Paolo la seguente frase: “Io soltanto mi vanto dei miei peccati”. Perchè questa bugia?
    Ha anche detto:“Di quali cose si può vantare un cristiano? Due cose: dei propri peccati e di Cristo crocifisso”. Perchè una frase simile, palesemente in contrasto con tutta la nostra Fede e con ciò che Cristo disse all’adultera?
    Se si continua così ci verrà chiesto di peccare il più possibile e il Sacramento della Confessione sarà abolito!
    Simili frasi sono strumentalizzabili dai laicisti (anche se a questo punto non hanno neppure bisogno di strumentalizzare) e INVERTONO il concetto di peccato, trasformandolo in qualcosa di buono, quindi perchè confessarlo? Meglio “dialogo e ascolto”!
    Nella nuova religione, il cattolAicesimo, sarà proibito soltanto il reato, magari anche l’obiezione di coscienza dei medici anti-abortisti, se la legge umana dovesse proibirla!
    Ci aspettano tempi durissimi, ma non cederemo!

  12. A Loreto c’ e’ una chiesa dentro una chiesa. Lo stile architettonico e’ diverso. Diverse sono le origini, dice la tradizione. Forse presto ci troveremo una Chiesa dentro un’ altra Chiesa, una Chiesa che reinventa i sacramenti, che pensa diversamente la Tradizione , una Chiesa che accoglie tutte le religioni fino a cambiare le parole della Messa.
    Non e’ vero diranno in molti ma e’ innegabile che centri mariani di assoluta rilevanza, penso a Fatima, stanno diventando un laboratorio ecumenico di religioni e tradizioni diverse.

    1. A Loreto c’è effettivamente la Santa Casa, caro Ulysse: tre pareti in mattoni di quel tempo, costruite con quelle tecniche, appoggiate su una preesistente strada senza fondamenta, corrispondenti alla grotticella rimasta a Nazareth (erano tre pareti contro una collina), con graffiti del Primo Secolo.

      La tendenza ereticale degli ultimi 50 anni (in realtà, mi pare, iniziata come rabbiosa rivolta contro il dogma dell’Assunta – 1° novembre 1950) vuole non costruire una “Chiesa” migliore NELLA Chiesa, ma ridurre la Chiesa in polvere, nascondere la polvere sotto il tappeto e poi dire “Siamo qui, siamo “aperti” – ci accettate nei Salotti? “

  13. A quel tale che Gli chiedeva che cosa dovesse fare per meritare la vita eterna, chiamandolo “maestro buono”, (Mc 10, 17-19), Cristo fece notare che non chiamandolo maestro sbagliava, ma definendolo buono. Gesù implicitamente, da un lato rivendicava per Sé il titolo di Maestro (nomen agentis) e dall’altro tagliava in radice qualsiasi tentativo di edulcorare il suo insegnamento ribaltando in bonaria proposta ciò che era e che è RICHIESTA ESIGENTE. Egli voleva e vuole insegnare l’obbedienza come ricorda S.Paolo in Filippesi 2, 5-8: Cristo, Logos fatto carne, poneva Se Stesso, né più né meno, come MAESTRO D’OBBEDIENZA, fino alla Sua e nostra radicale UMILIAZIONE (nomen rei actae). Quanti oggi nella Chiesa, ad ogni livello, insegnano a ritrovare la favella nella confessione in modo tale che questa “sia integra, semplice, UMILE, discreta, fedele, vocale, mesta, pura e pronta all’OBBEDIENZA.”?

    1. Felice di rileggerla, caro Paniz, era da tempo che non la rincontravo su questo blog. Scusi se uso il nickname, ma è per evitare polemiche con preti modernisti e “cattolici adulti” di mia conoscenza (che potrebbero magari frequentare questo blog). Come sempre, un commento preciso, puntuale ed illuminante: congratulazioni vivissime (il nipote del sacerdote chiamato “il Cavaliere dell ‘ Immacolata”). Saluti.

      1. Buondì Pascaliano e grazie per l’apprezzamento, bontà sua.
        La mia assenza era motivata dal fatto di essermi imposto, diciamo così, una sorta di moratoria digitale estiva. Non che mancassero, ahinoi!, le ragioni per dir la propria a loro proposito, ma ogni tanto un po’ di continenza al cospetto della tastiera, evita animosità fuori luogo dovute a surriscaldamenti pericolosi. Ringraziamo insieme Riscossa Cristiana che ci permette di accostare le riflessioni del prof. Gnocchi che percepisco di rara lucidità, sofferte e piene di amore per la Chiesa e la Sacra Doctrina.
        La saluto.

  14. Sedici anni fa un prete della mia parrocchia, famigliarmente(!) chiamato don Chichì, portò l’Eucaristia a mio padre morente. Chiese a mia madre se volesse, a sua volta, ricevere l’Ostia. La buona donna, avendo evidentemente motivi fondati, si dichiarò in quel momento indegna: il buonuomo(?), lungi dal proporle UNA CONFESSIONE COME DIO COMANDA, la esortò ad abbandonare i suoi scrupoli -implicitamente indicandoglieli come lasciti vetusti di un catechismo obsoleto- ed a mangiare, di conseguenza, la propria condanna. (1 Corinzi, c 11, v 29)

  15. Il modernismo si regge su quattro colonne, quattro pilastri costituiti da :
    1) filoprotestantesimo, per trasformare il cattolicesimo in un vero e proprio protestantesimo (NOM, ridimensionamento della Madonna, libera interpretazione della “parola”, esegesi biblica con metodo storico-critico, ecc.).
    2) filocomunismo (accordo di Metz, rinuncia del CVII a condannare il comunismo ateo ed omicida, sfacciata propaganda di sinistra da parte della gerarchia negli ultimi decenni, ecc.).
    3)ecumenismo fanatico e suicida (rinuncia all’Extra Ecclesiae Nulla Salus, rifiuto delle parole di Cristo “Io sono la Via, la Verità e la Vita” e rifiuto dell’incarico affidato dal Cristo agli Apostoli all’atto della Sua Ascensione “andate fino ai confini del mondo ed annunciate il Vangelo, battezzando tutte le genti…”) che considera tutte le religioni uguali, tutte portatrici di salvezza.
    4) massoneria, che mira a far scomparire il Cattolicesimo (ed il Cristianesimo) dalla faccia della terra,…

    1. …facendolo confluire in una religione planetaria, una melassa buonista,, tutta orientata al sociale, niente più di una ONLUS op di una ONG : umanitarismo laico ed ateo, dove la Trascendenza cede il posto all’immanenza, dove si distingue tra “il Cristo della storia” e “ilo Cristo della fede” (vedi Ravasi), relegando miracoli, Resurrezione, Ascensione, dogmi mariani tra le leggende mese in piedi per rafforzare la fede dei primi cristiani.

      (mi scuso per l’incompletezza del post).

  16. Meglio comunque confessione come si deve e punto di ascolto parallelo, rispetto alla confessione che mi hanno inflitto al Santuario di Caravaggio (Bergamo) qualche tempo fa. Non potei elencare i miei peccati, ma dovetti subire un monologo del prete contro i bigotti, le beghine, il latino e tutto quello che non era “moderno”. Uno strazio che mi allontanò dai confessionali per molto tempo.

  17. Oggi su “Il Foglio” c’è una lettera del Delegato Pontificio al Santuario de Loreto che : spiega? chiarisce? giustifica? la novità del punto di ascolto. Io rimango sempre del parere che dialogo e ascolto possono trovare altrove spazi per essere messi in atto, la chiesa è luogo della presenza VERA di Dio, anche Gesù al Tempio ha sempre e solo pregato e insegnato, quando ha fatto altro è stato per fustigare coloro che facevano altro.

  18. Sono daccordo con Alessandro2, almeno al Santuario di Loreto dicono chiaramente che lì c’è un punto di ascolto e non ci si può confessare. E’ più onesto che ritrovarsi a tentare di fare una confessione normale con un qualche sacerdote modernista che tenta di catechizzarti al contrario, cioè di farti disimparare la sana dottrina. A me, purtroppo, è capitato più volte, potrei raccontare una serie lunga di episodi inquietanti…da un prete che si mostrava stupito della mia contrizione per i miei peccati (espressa tra l’altro da me molto pacatamente), a un altro che non voleva assolutamente farmi dire l’atto di dolore, a un altro che banalizzava qualunque peccato gli confessavo, a un altro che, quando gli confessai che tempo fa seguivo oroscopi e astrologia, mi disse che era una scelta personale, cioè che c’è chi crede in Dio e chi crede all’oroscopo e che quindi non era un peccato!!! e via dicendo…. Da un anno ho trovato un confessore valido e vado solo da lui

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