L’origine del disastro liturgico-musicale. Seconda parte: che cos’è il gregoriano? Alcune precisazioni sulla sua natura intrinseca – di Mattia Rossi

di Mattia Rossi
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L’origine del disastro liturgico-musicale – Introduzione

L’origine del disastro liturgico-musicale – Prima parte: Che cos’è il gregoriano? Un inquadramento storico e documentale

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Dopo aver definito, nella precedente puntata, il canto gregoriano da un punto di vista storico e documentale, vediamo ora di completare la risposta alla domanda posta nel titolo – Che cos’è il gregoriano? – delineando i caratteri che fondano il canto della Chiesa nato all’ombra delle cattedrali. Cerchiamo, cioè, di capire quale sia la sua più profonda ed essenziale natura.

Abbiamo accennato, sempre nell’articolo scorso, come a partire dal X secolo i testi dei manoscritti siano stati corollati da tutto un insieme di strani segni, denominati neumi: punti, stanghette, trattini, vermicelli, chioccioline, lettere, e moltissimi altri ancora. E accennavamo anche che tutti questi segni non vennero inseriti per indicare delle melodie precise. Ora anticipiamo già quella che sarà la nostra conclusione: in quei segni è racchiusa tutta l’essenza del canto gregoriano, tutto il pensiero, la mens, che ha costruito il repertorio sacro. Non esageriamo nemmeno troppo se affermiamo che quei segni sono il canto gregoriano.

Vediamo, ora, di cercare di comprendere più da vicino cosa significhi ciò e qual è lo scopo della notazione neumatica. Ma andiamo per gradi.

Primo passaggio – Il gregoriano non è un canto mensurale: ciò significa che non adotta la notazione mensurale (nata alla fine del XIII secolo) secondo cui ogni nota indica il proprio valore e, cioè, la sua precisa durata. Ancora oggi le note di un pentagramma indicano già in loro stesse la loro durata: ad esempio, una nota vuota con la stanghetta vale 2/4 (due quarti), se è piena vale 1/4, se ha la cediglia vale 1/8, se ne ha due vale 1/16, se è vuota e senza stanghetta vale 4/4, e via dicendo…

Questo, sul piano pratico, vuol dire che ciascuna nota gregoriana, non possedendo questo tipo di notazione, non ha, in sé stessa, nessuna durata prestabilita. Ad esempio, se io ho una sequenza di tre note, le posso cantare in molteplici modi: fare un po’ più lenta la prima e non le altre due, rallentare la seconda, o la terza, o farle tutte lente, o tutte veloci, o velocizzare solo quella centrale… Insomma, anche un piccolissimo nucleo di note può essere eseguito in modi e tempi diversi (per capire, a livello meramente temporale, le tre note dell’esempio possono essere seguite in un secondo, in due secondi, in tre secondi, in cinque secondi…).

Le note gregoriane, sostanzialmente, non mi dicono da sole quanto valgono. Lo stesso discorso applicato a una o due note, va da sé, lo posso applicare a una intera melodia, a un’intera frase o a un intero brano.

zzzzmncgrgSecondo passaggio – In questa situazione di apparente anarchia ritmica, il canto gregoriano ha posto una regola aurea: la durata da attribuire alle note è la stessa che si otterrebbe nel pronunciare il testo sul quale quelle note sono poste. Cioè, in assenza di altre regole, la ritmica da dare alla melodia è data dal fluire stesso della pronuncia del testo.

Ne consegue che l’accento tonico della parola coincide con l’accento musicale: ad esempio, se io devo cantare la parola Dòminus, la sillaba iniziale Dò- risulterà musicalmente accentata perché da un punto di vista grammaticale essa conserva l’accento tonico. Se, invece, devo cantare la parola miserére, la sillaba accentata sarà la stessa che conserva l’accento tonico ovvero la terza (-ré-).

Lo stesso ragionamento, ampliando un pochino lo sguardo, si può applicare ad una intera frase. Cosa vuol dire ciò? Facciamo un esempio: la frase adoramus te in un’esecuzione cantata risulterà sciolta e scorrevole così come risulterebbe nel recitarla. Ma una frase come propter magnam gloriam tuam risulterà leggermente più “rallentata” perché composta da particolari nessi consonantici (pr, pt, gn, gl, m-t) per i quali il nostro apparato fonatorio necessita di maggior articolazione per il loro pronunciamento.

Possiamo pensare anche alla parola omnes e a quanto maggior tempo richieda nell’essere pronunciata o cantata correttamente rispetto ad un’uguale parola di cinque lettere come può essere nobis proprio a causa della presenza/assenza di particolari nessi consonantici.

Per cui: il ritmo generale dipende dal tempo che io impiego a pronunciare correttamente la parola o frase. Ecco, la regola fondamentale per l’esecuzione del gregoriano è quella di seguire la ritmica sillabica.

Ma a questo punto possiamo aggiungere il terzo passaggio della nostra riflessione: il gregoriano può (e lo fa nella pressoché totalità del repertorio della Messa) modificare la legge di base e porre delle precise regole ritmiche ed esecutive. E se lo fa è solamente per una esigenza superiore, per una necessità la cui importanza è tale da forzare la regola fondamentale che si era dato: lo fa, in definitiva, esclusivamente per fini retorici ed esegetici.

Lo scopo delle puntate che seguiranno sarà proprio questo: andare a sondare il repertorio gregoriano, attraverso esempi che seguiranno il lento incedere dell’anno liturgico, vedendo come esso riesca a incarnare l’esegesi della Chiesa.

Ecco qual è il vero significato di quei segni: essi, intervenendo pesantemente sulla esecuzione ritmica del brano e indicando all’esecutore quali note (ovvero parole) meritino una sottolineatura musicale (ovvero di significato), danno un colore, offrono l’interpretazione che di quel brano la Chiesa vuole dare.

Solamente qualche esempio. Prendiamo la parola ecce: è teologicamente significativo che la stessa parola venga sottolineata (attraverso soluzioni ritmiche come il rallentamento o l’amplificazione) in un tempo forte come l’Avvento, dove l’“ecco” ha una forte valenza simbolica, mentre ciò non avvenga in una qualsiasi domenica del tempo per annum. O ancora: le parole reges o potestas, ad esempio, è del tutto logico che per esigenze teologiche vengano sottolineata maggiormente in un Proprium come quello dell’Epifania rispetto a una qualsiasi domenica dell’anno.

In conclusione, dunque, la notazione dei neumi non è altro che una “forzatura” del normale andamento ritmico a causa di un intervento che la Chiesa docente vuole fare su una determinata parola, frase o brano. In questo senso, assume significato la definizione che, sin dall’inizio di questa rubrica, abbiamo dato del gregoriano: una esegesi della Parola.

Ed ecco, allora, che si comprende ancora di più come il canto gregoriano possegga una funzione primariamente cattolica – l’interpretazione delle Scritture – e delle qualità che non possono solamente essere artistiche o estetiche ma che rappresentano, incontrovertibilmente, l’essenza stessa del canto sacro che oggi si rinnega. E rinnegare la necessaria interpretazione della Scrittura significa rinnegare la dottrina stessa e il munus docendi che è (sarebbe) proprio della Sposa di Cristo. Le conseguenze di tale rinnegamento le tragga, in coscienza, ciascun lettore.

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