L’origine del disastro liturgico-musicale. Sesta parte: La Pasqua nelle domeniche di Quaresima – di Mattia Rossi

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di Mattia Rossi

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Tra gli scopi di questa rubrica, vi è principalmente quello di mostrare quanto l’oblio del canto gregoriano abbia significato, in primis, un abbandono di teologia e dottrina cattoliche.

Proseguiamo, quindi, in questo intento prendendo come spunto alcuni brani che ci hanno accompagnato e ci accompagneranno in questa Quaresima.

Avevo già accennato, nella scorsa puntata, alcune caratteristiche della I domenica di Quaresima (la sua totale uniformità testuale, ad esempio). Ma ora, coll’avvicinarsi della Pasqua, risaliamo per un momento a quella domenica per fare ancora qualche riflessione.

L’introito Invocabit me della I domenica di Quaresima è composto, così come quello della I d’Avvento, in VIII modo. La scelta di questo modo gregoriano non è casuale: gli otto modi gregoriani, infatti, ci insegna Guido d’Arezzo, sono sempre stati visti come perfettamente adattabili «ai diversi stati d’animo». Ebbene, l’ottavo modo, nei teorici, viene definito “perfectus”: è l’ultimo e, in quanto ultimo, è simbolo del compimento e della perfezione ultraterrena, richiama l’Ottavo giorno, quello della “Creazione nuova”, che ha inizio nell’Incarnazione e culmina nella Pasqua.

E’ esattamente per questo che i due introiti sono scritti nel modo perfectus: come all’inizio dell’Avvento la Chiesa fa pregustare l’Incarnazione, così nella I di Quaresima, l’introito in VIII modo fa “udire” il compimento della Quaresima nella perfezione della letizia pasquale e della Risurrezione.

L’inizio della Quaresima, dunque, ha in sé già il suo completamento: la Pasqua. E la stessa cosa è avvenuta anche con l’introito Reminiscere della II domenica: è scritto in IV modo, lo stesso su cui è composto l’introito del giorno di Pasqua Resurrexi, con un incipit addirittura identico.

Quando sostengo che il gregoriano è un manuale di teologia intendo proprio questo: esso, attraverso l’immanenza della forma artistica e del suono, instaura legami e rimandi musicali a un qualcosa che è sovrannaturale e legato al divino. E per comprendere che tutto ciò non sia un caso, basterà andare a leggere l’introito che ascolteremo il Giovedì Santo: “Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi: in quo salus, vita, et resurrectio nostra per quem salvati et liberati sumus”.

Lo stesso IV modo dell’introito della II domenica quaresimale lo ritroveremo in questo introito del Giovedì Santo, inizio del Triduo, quando si canterà solennemente che noi dobbiamo gloriarci nella croce di Nostro Signore grazia alla quale troviamo salvezza, vita e, appunto, risurrezione.

Proseguiamo e questi evidenti accenni musicali alla Pasqua li troviamo anche nella IV domenica di Quaresima “Laetare”, quella esplicitamente deputata alla gioia, al pregustare la letizia pasquale. E il canto gregoriano, oltre alla letizia melodica che accompagna l’introito Laetare Ierusalem, inserisce nel Proprio un tratto, il Qui confidunt, composto sullo stesso impianto modale dei tratti della Veglia Pasquale.

E’ evidente che il tratto in tetrardus plagale della IV di Quaresima sulla stessa melodia dei cantici pasquali, associato all’invito dell’introito – “Rallegrati!” – non può che rimandare al compimento dell’itinerario quaresimale, ovvero alla Risurrezione.

E’ un lento scandire della teologia, dunque, l’incedere quaresimale: all’inizio della Quaresima è già “musicalmente” annunciata la Pasqua in quell’ottavo modo “perfetto”; ritorna, poi, in modo ancor più esplicito nella IV domenica, e cioè nel mezzo del percorso; infine, all’inizio del Triduo, a pochissimi giorni dal grido dell’alleluia, ricompare quella melodia in IV modo che, col suo sapore mesto e drammatico, ci ricorda che essa sarà trasfigurata nel canto della Risurrezione dell’introito di Pasqua.

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