L’ottavo comandamento: “Non pronunziare falsa testimonianza”  –  di Carla D’Agostino Ungaretti

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La testimonianza della verità è forse l’espressione massima del diritto naturale

“Voi … avete per padre il diavolo … non vi è verità in lui. Quando dice il falso parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna …”

(Gv 8,44).

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zzgrmntPochi giorni fa, il 17 gennaio, si è svolta la 19° Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana. Il tema della riflessione per quest’anno è stato l’VIII Comandamento, la “Nona Parola” secondo la numerazione ebraica che, come tutte le altre Parole del resto, racchiude in sé una tale ricchezza di significati, da renderla condivisibile e normativa in ogni tempo, in ogni paese, presso ogni civiltà e ogni cultura.

E’ stata una grande occasione per tornare a riflettere un po’ sul significato della verità e della menzogna: infatti, nel paranoico mondo in cui viviamo sembra, a volte, che non faccia mai giorno perché (come dice il proverbio) sono troppi i galli che cantano. E allora mi tornano in mente le parole che Goethe, nel suo Faust, mette in bocca a Mefistofele nel momento in cui il demonio si rivela al debole e sfiduciato filosofo per insinuare nel suo animo la tentazione di farsi simile a Dio: “Sono lo spirito che nega sempre … perché tutto ciò che nasce è degno di perire”. Questi versi mi sembrano, per così dire, il manifesto all’incontrario dell’Ottavo Comandamento.

“Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo” infatti,  è un precetto giuridico altamente coercitivo, direttamente discendente dal diritto naturale di cui penso sia la più alta espressione, perché in tutti gli ordinamenti giuridici del mondo la testimonianza in sede giudiziaria è resa sotto giuramento e la menzogna è severamente punita, in quanto evento che travisa la realtà rendendo inconoscibile la verità. La menzogna viene denunciata da Cristo con le parole di fuoco che ho riportato in epigrafe; perciò quel precetto, oltre alla valenza giuridica, ha anche un significato etico di dimensioni planetarie ma, dato l’enorme sviluppo raggiunto dai mass media del XXI secolo, trasgredirlo è diventato facilissimo. Nell’epoca in cui viviamo, dire male, o uccidere con la parola e con la mormorazione, è diventato un fatto corrente.

Perché parlo di ricchezza di significati sia giuridici che etici in questo Comandamento?  Perché esso esprime un cammino che si snoda dal “NO”, inteso come la negazione, il rifiuto, l’opposizione al Bene provenienti dal demonio – il quale, come dice Mefistofele, rifiuta la verità e la vita – al “SI” incondizionato che è, invece, l’affermazione della verità e della vita, la pienezza della carità. Il cammino è lunghissimo e parte dalla consapevolezza dell’esistenza – negli esseri umani, a differenza degli animali – della capacità di parlare, di esprimersi e consegnare se stessi agli altri attraverso il linguaggio, la “parola”  – che così diventa rivelazione dello spirito – della capacità umana di cogliere essenze, significati e valori profondi.

Per comprendere appieno la malizia e il potere distruttivo della menzogna si deve ricordare il potere “creativo” della verità  (pensiamo alle parole di Cristo: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”) perché l’uomo è naturalmente proteso alla verità, origine e meta inesauribile del suo cammino. La menzogna spezza questa tensione alla Verità e all’Assoluto e diventa inganno, anzitutto per se stessi, e poi per gli altri ai quali viene offerta una falsa immagine di colui che mente, tradendo la promessa di verità che fonda ogni parola.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dichiara: “Poiché Dio è il “Verace” (Rm 3, 4), i membri del suo popolo sono chiamati a vivere nella verità” (n. 2465). Il Catechismo evidenzia il dato antropologico della tensione verso quella verità che è insita nella natura umana e che, proprio perché è tale, si trasforma in dovere di tendere verso la verità, secondo la motivazione classica di S. Tommaso ripresa anche da Kant: “Bisogna dire il vero per favorire la confidenza reciproca e, attraverso questa, la convivenza umana”. Come negare la profonda veridicità di queste parole?

Mentre nel Levitico Dio esorta ripetutamente il suo popolo alla santità, Gesù insegna che “la bocca parla dalla pienezza del cuore … e di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12, 34 ss) dove, per “infondata” (come ci spiega la Bibbia di Gerusalemme)  Egli intende non solo ogni parola inutile, ma ogni parola cattiva, la calunnia, la menzogne e invita i discepoli ad essere perfetti come il Padre. Quale insegnamento è più di questo appropriato e adatto al mondo moderno in cui, da qualunque parte ci rivoltiamo, siamo sommersi da una valanga di inutili chiacchiere fini a se stesse?

Nel pensiero biblico la verità non è intesa come un puro fatto logico, quanto piuttosto come un evento che ha il suo compimento in Cristo, il rivelatore del volto misericordioso del Padre. Ma come si testimonia la verità? Gesù davanti a Pilato dice: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”, ma Pilato, vile e confuso, incapace di aprire il suo cuore alle parole dell’Uomo straordinario che gli sta davanti, gli obietta annaspando maldestramente: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 37 ss),  domanda modernissima e altrettanto maldestra che tanti si fanno anche oggi, rendendo ogni riflessione in proposito astratta e inconsistente perché il “mondo” si è lasciato suggestionare dal pensiero relativista che nega l’esistenza della “verità” e, in questo modo, avalla e facilita l’uso della menzogna.

Allora, per testimoniare la verità dobbiamo anzitutto tener conto dell’importanza della libertà, perché solo attraverso di essa si può testimoniare la verità. La Nona Parola ci impone di non falsificare Dio con parole o gesti che lo rendano non credibile o non proponibile di fronte all’intelletto umano; qualunque verità affermata o espressa dietro costrizione od oppressione diventa falsità. Non per nulla S. Giovanni Paolo II, nella liturgia penitenziale dell’anno 2000, ricordò che l’annuncio di Cristo morto e risorto effettuato con la violenza renderebbe falso l’annuncio stesso, perché vi si manifesterebbe un Dio che non sarebbe un Dio di pace e di amore. La libertà, in senso antropologico, è la capacità di essere interamente nelle proprie mani per potersi consegnare interamente all’altro e nasce dalla consapevolezza della gratuità con la quale Dio ci ha donati a noi stessi e con la quale, perciò, noi possiamo donarci agli altri. E’ sicurezza di sé, consapevolezza che quando testimoniamo la verità non siamo soli e non dobbiamo preoccuparci di trovare le parole giuste, perché sarà lo Spirito di Verità a ispirarcele (Mt 10, 19 – 20). Infatti, non occorrono tante parole e tanti discorsi per testimoniare la verità:“Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).

In secondo luogo, per testimoniare la verità non si può dimenticare che la parola è sempre un atto di comunicazione e, quindi, di carità: nel comunicare non si trasmette semplicemente qualcosa, ma si riconosce in chi ascolta un interlocutore, un essere umano come noi, dotato di sensibilità, cuore, intelligenza al pari di noi.  Ciò che allora si chiede è, come dice S. Paolo, fare la verità nella carità (Ef 4,15).

Da questa consapevolezza, come ha messo bene in chiaro Benedetto XVI, si comprende il legame inscindibile esistente tra verità e carità. Quando quest’ultima si accompagna alla verità, la fa apparire ciò che veramente essa è: riconoscimento, accoglienza, relazionalità, perché una verità che fosse contro l’uomo – vale a dire non accompagnata dalla carità – sarebbe foriera di divisioni e inimicizie e contraddirebbe se stessa, se mirasse a insinuare la tentazione nel debole .

La forma più alta di testimonianza della verità è enunciata ai pp. 2471 e ss. del Catechismo: come Cristo davanti a Pilato dichiara di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza della verità, così nelle situazioni in cui si richiede la testimonianza della propria fede, il cristiano ha il dovere di professarla senza equivoci, come fece S. Paolo davanti ai suoi giudici (At 13) – con quella “franchezza” che tanto spesso ritorna nel suo epistolario – affrontando ove necessario anche il martirio, perché questo dovere di testimoniare la verità della fede si identifica con il dovere di scegliere sempre il valore più alto, come dice Gesù: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me la salverà” (Lc 9, 24).  In altri termini, la vita fisica vale molto meno di quella spirituale e quando i due valori entrano in conflitto non si può non scegliere, dal punto di vista morale, la vita dell’anima. Riflettendo su questa verità io (che sono una peccatrice qualunque, piena di debolezze. di dubbi e di difetti) mi sento tremare le vene e i polsi e la mia mente e la mia preghiera corrono agli innumerevoli cristiani vittime delle persecuzioni perpetrate in odium fidei in tante parti del mondo, perseguitati, oppressi e anche uccisi per essersi rifiutati di convertirsi alla religione degli oppressori.

Il Catechismo prosegue trattando il rispetto della verità, anzitutto come dovere di riparare il male arrecato agli altri con la menzogna e poi illustrando l’esigenza morale di valutare attentamente l’opportunità di rivelare sempre la verità, tutta la verità, a tutti coloro che la chiedono. A questo proposito viene citato il caso del malato terminale – che la rivelazione del suo reale stato di salute può indurre a un gesto inconsulto come il suicidio – o dello scandalo da evitare tacendo la verità a chi non ha il diritto di conoscerla. Sorge perciò una difficoltà che a me, cattolica “bambina” sembra quasi un problema senza soluzione: è doveroso testimoniare sempre la verità anche quando l’affermazione del vero può tradursi in un danno per qualcuno, magari innocente? Faccio un esempio spicciolo, ma che purtroppo rispecchia un caso abbastanza frequente nella nostra epoca che ha assistito alla dissoluzione di tanti valori: essendo a conoscenza certa (poniamo) di un caso di adulterio, si ha sempre il dovere morale di informarne il coniuge tradito se questo chiede con insistenza di essere confermato nei suoi sospetti o rassicurato nella sua fiducia? Ha egli, o ella, il “diritto” di conoscere la verità? Ha il terzo il “dovere” di rivelare una verità che potrebbe avere un effetto devastante su un matrimonio? Tacere o mentire per salvare un matrimonio potrebbe costituire la scelta del “male minore” condannata da S. Giovanni Paolo II nell’Enciclica Veritatis Splendor?

Confesso di non avere una risposta e spero che gli amici che hanno la bontà di leggermi mi facciano conoscere le loro opinioni.

La trattazione dell’ottavo comandamento non poteva trascurare l’attenzione, così viva nella Chiesa, alla verità diffusa mediante i mezzi di comunicazione di massa. In un’epoca, come quella odierna, dominata dalla globalizzazione e dall’informatica, la verità può essere facilmente sopraffatta dal virus della disinformazione e della menzogna. Premesso che l’informazione attraverso tali strumenti deve essere al servizio del bene comune, si deve valutare l’opportunità che determinate notizie siano sempre e comunque portate a conoscenza del pubblico. A questo proposito il p. 2497 testualmente afferma: “I responsabili della stampa hanno l’obbligo, nella diffusione dell’informazione, di servire la verità e non offendere la carità”; in tal modo si evidenzia che il giudizio morale si baserà sul modo in cui il perseguimento del bene comune si sarà accordato con i principi di verità, libertà e solidarietà. Tutti ricordiamo, infatti, che uno dei nostri Presidenti della Repubblica circa trent’anni fa fu costretto alle dimissioni perché vittima di una campagna di stampa, rivelatasi poi del tutto bugiarda e calunniosa, che aveva preso di mira non solo la persona di lui, ma (cosa ancora più riprovevole) anche la sua famiglia.

Per concludere questa mia riflessione su quello che a me sembra il Comandamento più trasgredito dall’umanità intera,  penso che tutti noi (ed io per prima) dovremmo fare un serio esame di coscienza. Chi di noi non ha mai detto una bugia, magari per evitare una figuraccia o per non dare un dispiacere al nostro interlocutore?  Forse queste piccole mancanze ci saranno perdonate, se fatte a fin di bene,  ma ciò non toglie che l’umanità dovrebbe tornare a riflettere su questo Comandamento in un tempo che sembra segnato dalla mancanza di senso e dal vuoto; dobbiamo cercare di ritrovare la verità delle relazioni umane, del bene comune e della speranza.

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4 commenti su “L’ottavo comandamento: “Non pronunziare falsa testimonianza”  –  di Carla D’Agostino Ungaretti”

  1. Bellissimo come sempre il suo articolo, cara Carla, e provo a risponderle citando le mie
    convinzioni personali:
    – Padre Pio dice: “le bugie sono figlie del diavolo. Se non fanno male al prossimo fanno
    male a te”.
    Il Signore mi ha fatto il grande dono della sincerità,quindi non ho nessun merito se posso
    affermare che non ho MAI MAI detto “alcun tipo” di bugia su terze persone, anche mie
    “avversarie” (e ne ho avute..!!).
    – Un altro tipo di bugie, secondo me molto dannoso, è mentire a noi su sè stessi.
    – Per quanto riguarda il caso di adulterio da lei prospettato, io credo che sarebbe bene
    chiedere un colloquio con il coniuge traditore per “avvisarlo” del male o del peccato
    che egli fa, e per dirgli anche che l’altro sospetta e ha chiesto “informazioni”.
    Gesù e tutta la Bibbia affermano ripetutamente che è OBBLIGO per noi cristiani
    correggere il prossimo. Quindi..
    – E bisogna sempre chiedere l’aiuto del nostro carissimo Angelo Custode, anche nelle
    cose pratiche (io lo…

  2. Cara Signora Carla, con tutta la saggezza che ogni volta esprime chiede una nostra opinione… Le dirò, comunque, che far conoscere la verità ad un coniuge sospettoso che ad un terzo la chiede insistentemente, sempre che la si conosca con sicurezza, altrimenti si cadrebbe in un peccato ancor più grave, pur se decisione scomoda, imbarazzante ed anche direi dolorosa, credo non sia un male. A questa rivelazione, però, bisognerebbe unire la capacità di consigliare, di farsi sentire fraternamente vicini, mai di contribuire allo sfascio di un’unione, soprattutto se consacrata dal sacramento del Matrimonio. Ma da come si vede e si sente ovunque, tutto si fa meno che questo e alla prima difficoltà tutto si manda all’aria. Allora al coraggio di una prima verità subentrerebbe il danno del consiglio sbagliato. Mai, in ogni caso, secondo il mio poverissimo giudizio, tenersi lontani dalla verità. Nel caso aiutare anche il coniuge in errore a ritornare sulla retta via.

  3. Credo che nel caso in cui si voglia nascondere o velare una verità scomoda, si debba considerare in primis l’intenzione. Chiediamoci : voglio aiutare qualcuno o danneggiarlo? Non credi che il mondo sarebbe un posto migliore per vivere se tutti andassero in giro spiattellando come “verità” i propri giudizi. Credo che per parlare rettamente bisognerebbe imparare a pensare rettamente, in tal modo quello che diremo sarà giusto ed opportuno. Mi è stato insegnato anche che “un bel tacer non fu mai scritto”…ma chi si ricorda più di queste perle di saggezza popolare? Dico queste cose non per contraddire l’autrice e le gentili commentatrici, ma per completare il discorso sulla sincerità. Ben altra cosa, a mio parere, è la calunnia, che avvelena la vita sociale e lavorativa e di cui i media si fanno collettori e amplificatori.

  4. Br. Alexis Bugnolo

    Spero che dopo quel incontro con gli Ebrei, c’è qualche movimento nel mondo taldmudico per togliere le bestemmie e le menzonge contro Gesù e la Madonna che si trovano nei testi originale di quale…

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