L’UMORISMO BALSAMICO – di Piero Nicola

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di Piero Nicola

 

 

Sono stato colpito dal chiodo fisso della purezza. Direte: “Che c’è di strano? La preferenza va agli oggetti intatti, alle sostanze pure, genuine. L’oro a ventiquattro carati è giustamente più pregiato dell’oro a diciotto carati”.

V’ingannate. C’è un genere di purezza noioso, oppressivo e, per molti, spaventevole: essa tocca da vicino il nostro caro modo di essere, impone la coerenza, eleva proibizioni, rimuovendo ogni contaminazione; nel fare questa pulizia, lascia una rarefazione fastidiosa, perché i nostri piaceri misti a collera e immodestia, sono stati spazzati via dalla splendida ramazza; e non siamo disposti a riconoscerlo.

Io, come chiunque, sono soggetto ai mali attaccamenti e allettamenti, ma ho la fortuna di non temere la purezza, e credo di coltivarvi soddisfazioni bastevoli. Tanto più adesso. Sarà che il bisogno di respirare aria fresca e libera m’è diventato impellente. E ce l’ho con i paladini dei diritti umani riconosciuti, imputando loro l’inquinamento che mi stomaca, che, se non riesce a desolarmi, mi stende intorno a perdita d’occhio una sudicia desolazione. Infatti costoro ignorano un fondamentale diritto umano: di vivere in un ambiente moralmente e spiritualmente disinfestato.

Per ricrearmi cerco qualcosa che muova al riso degli innocenti, cerco letture che profumino di bucato, d’ingenuità, scevre di pretese. Non che sia contrario all’umorismo sapido, salace, che punge e infilza le ipocrisie, i malvezzi travestiti con un abito rispettabile. Purtroppo l’ironia o la satira che ho d’attorno mi giungono insopportabili. Quando vanno a segno, anche quel poco o tanto che azzeccano, lo azzeccano con ragioni che meritano altrettanta messa in ridicolo, e sovente il pretto ludibrio.

Triti e insinceri, gli sberleffi al malcostume e ai vizi nazionali. Fruste e tediose, le prese in giro dei politici, cui si addice ben più serio trattamento che quello delle frecciate risentite e faziose. I migliori scrittori non oltrepassano il sarcasmo sui soliti problemi insoluti, di cui non sanno scoprire la radice. L’umorismo più lieve si restringe ai giochi di parole, inciampa invariabilmente nei doppi sensi di grassa lega, nelle scollacciature. L’umorismo neo-surrealista alla Fantozzi, è impastato di volgarità. Ora il cedimento alla volgarità – sempre inescusabile – condisce tutte le scenette .

A prima vista, dovrei lasciar perdere il mio desiderio di evasione e di sollazzo, di trovar pascolo librandomi al di sopra di sconcezze, furbizie e grossolani accanimenti. Invece no. Chi mi tiene dall’andare altrove? La letteratura d’evasione di cui serbo un buon ricordo sta un po’ distante, in anni privi di attuali libertà e di guai attuali; ciononostante può tornare divertente anche un nostro simile nei panni del sarto che cuce a mano, del becchino con la pala per unico strumento, della donna di servizio sempliciotta e della signorina che si vende nella casetta rossa fuori dell’abitato. I personaggi dell’amministratore delegato di molte società, della protettrice di animali, dello scienziato e del professore, mutatis mutandis, perdurano somiglianti.

mosca1Ho riletto e gustato Non è ver che sia la morte di Giovanni Mosca, anno 1941, tempo di guerra aspra. E ho riso di cuore, come da un pezzo non mi accadeva. Successivamente, cessate le ostilità, Mosca e Guareschi fecero il Candido. Guareschi lo diresse più a lungo, mentre uscivano a ripetizione i suoi famosi Don Camillo. Ma era tanta la mia voglia di sereno, che ho sorvolato sulla buona battaglia condotta da entrambi a suon di caricature e parodie: infine per drizzare le gambe ai cani. E, sinceramente, per quanto sia un ammiratore di Guareschi, Peppone e la sua accolita mi sanno troppo di edulcorato, di sdrammatizzato, dati i fatti sanguinosi e scottanti in cui protagonisti di quel genere erano stati implicati.

Sono dunque rimontato agli anni in cui la censura dissuadeva da certi sfoghi polemici le nostre amate penne. Sarà stata proprio lei, la censura, ad averle incanalate nella finezza, nella soavità esilarante?

Il romanzetto di Mosca, ove compare il celebre verso per un’uliva pallida si può delirare, nel suo trastullarci, oltre che canzonare la poesia ermetica e i suoi esegeti, tasta le magagne d’una comunità, e però mostra che ci si può scherzare placidamente, sottintendendole ineluttabili, nondimeno in quel 1941. Il tocco è delicato, il contesto intero, lo è. Il gioco delle arditezze e delle iperboli, condotto sul filo del surrealismo, vive d’un’inventiva incessante, per svolgimenti ed immagini. Mosca gioca con gli attributi umani (parole e pensieri) prestati agli animali, a vegetali, a oggetti e fenomeni della natura inanimata, con meravigliosa originalità. Le esistenze apparentemente più insignificanti prendono, dai loro tratti singolari, l’aire di comportamenti stravaganti e imprevedibili. Il delicato tema della morte nel terreno di sepoltura, nel camposanto, e della precedente dipartita, era dei più difficili da trattare in chiave comica. Eppure ci riesce elegantemente e sapidamente, senza trascurare Iddio, lo scrittore e vignettista; che aveva esordito nel 1936 con la rivista Bertoldo; quando sorgevano Guareschi, Manzoni, Mondaini (il padre di Sandra), dando inizio a uno stile fresco e nuovo nelle illustrazioni e nelle rubriche; quando Achille Campanile aveva già aperto la strada con lavori come Agosto, moglie mia non ti conosco.

Non c’è di meglio, per averne una viva idea, che scorrere qualche passo di Non è ver che sia la morte…; sebbene, estrapolando, diversi significati vadano perduti.

“‘… Approfittate, signorina: ho la pala d’argento’

“’Oh!, esclamò la signorina, ‘ma la terra, sopra, non mi peserà?’”

“‘Tutti fanno la stessa domanda. Probabilmente, in altri cimiteri la terra peserà. Ma questa mia, sentite che morbidezza’.

“E ne porse un pugno alla ragazza.

“‘Annusate e ditemi se non sa di fiori’

“‘Scavatemi una fossettina’ sussurrò la ragazza.

“‘Maria!’ gridò suo padre che, se non sentito, aveva indovinato. ‘Ti proibisco!’”.

Maria aspetta segretamente un bambino da un fidanzato dimentico, partito per l’America. Ella tornerà dal becchino che, anziché sotterrarla… Ma qui è meglio lasciare in sospeso una storia non breve e troppo fantastica.

“Che cosa desiderano, che cosa sognano le domestiche?

“Non, come le signorine, il matrimonio. Sognano l’amore. Un amore dal cuore rosso, volante in un cielo azzurrissimo.

“Qual è il loro ideale? Uno strano principe azzurro dai capelli a spazzola, la fronte bassa, le braccia corte, le gambe arcuate, la cravatta gialla”.

Ciò a proposito di una domestica nubile che, riuscita a far riconoscere il proprio figlioletto da un sarto, possibile padre autentico, rinuncia a diventarne la moglie, optando per l’interesse e per la libertà di amare.

“Tra i baci del sarto e le martellate dalla padrona, Isabella aveva scelto queste. Più redditizie.

“(…)

Sarò elegante come una regina.

“Le domestiche sono fatte per colorare, di domenica, le strade e le piazze (…) La maggior parte non tanto sembra che passeggino quanto che portino a passeggio i seni (…). Durante le tre ore di uscita, amano per tutta la settimana, intensamente, con foga (…). Tornano a casa con fiori, fili di paglia, maggiolini tra i capelli…”

Questo mondo naif era già demodé rispetto ai giorni in cui fu partorito. Che ora sia una parodia ancor più estranea all’attualità, non lo rende incomprensibile; così confezionato, ha i numeri per uscire dal quadro storico, come esce godibile dal Settecento, una commedia del Goldoni.

“Sino ad ora, nessuno s’è mai curato d’insegnare ai gatti ciò che è bene e ciò che è male, ed è una fortuna: avere in casa un gatto in preda a crisi di coscienza e torturato dai rimorsi per aver ucciso un topo, non dev’essere piacevole”.

“Bassano era un ladro. Ma non il solito ladro che ruba danaro, ferramenta, fili elettrici, orecchini. Rubava fiori alle piante, penne ai pavoni, e se ne ornava”.

“Sogno di Bassano era quello di rubare l’azzurro del cielo e di tingersi con esso le mani e il viso. Ma come si fa?mosca2

“Di notte si chinava silenziosamente sui pozzi e con un cucchiaio rubava i riflessi delle stelle: per rubare di colpo i riflessi delle stelle, bisogna avere la mano sicura, perché tremolano, sfuggono. E il contenuto di questi cucchiai versava in un secchiello che, pieno di riflessi di stelle, correva a nascondere in casa”.

L’intreccio delle storie dei diversi personaggi non può essere riassunto, anche perché ce ne sono di importanti cui non ho neppure accennato. Alla fine, sopravviene un’epidemia mortale, alla quale l’intera popolazione reagirà festosamente, preparata a trascorrere a miglior vita.

Occorre ridursi all’infanzia del proprio essere, staccando l’arida scorza del 2000 che ci ricopre, per darsi al fantasmagorico intrattenimento offerto dal Mosca, papà di Maurizio giornalista sportivo recentemente scomparso? Può darsi. Suggerisco di provare largendo la tanto decantata complicità, che non è condiscendenza, non dev’essere di dubbio colore, ma è una sorta d’incontro onesto e cordiale; e si potrà assurgere, credo, a una sorta di bella liberazione.

Consiglio anche di leggere, dello stesso autore, Il nuovo galateo (Rizzoli, 1980). Sorridendo, a volte, s’impara meglio; e dai galantuomini c’è sempre da imparare.

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