L’UOMO “ADULTO” E LA FALSA LUCE DELL’ILLUMINISMO – di Clemente Sparaco

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di Clemente Sparaco

 

 

L’uomo adulto dell’Illuminismo

L’illuminismo – scriveva Kant nella sua Risposta alla domandaChe cos’è l’illuminismo?” pubblicata sulla “Berlinische Monattschrift” nel 1784 è l’uscita dell’uomo dalla sua età minore, che egli deve a se stesso. L’età minore è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. E questa minorità la si deve a sé medesimi se la causa di essa risiede nella mancanza non d’intelligenza, bensì della decisione e del coraggio di servirsene senza la guida di un altro”.

fkIn questa Risposta, che è una sorta di manifesto programmatico dell’Illuminismo, Kant non esprimeva solo la fede assoluta nella ragione umana, affermandone il ruolo centrale nella storia e rispetto alla natura, quale promotrice di progresso conoscitivo, civile e morale, ma disegnava anche una visione dell’uomo tipica. In tale visione l’indipendenza e l’autodeterminazione assurgevano a valori fondanti.

L’uomo adulto, l’uomo che si è lasciato alle spalle la condizione di minorità, non è, per Kant, più nella condizione di soggiacere all’autorità, perché si è emancipato interiormente, avendo superato ogni sentimento di dipendenza verso qualcuno o qualcosa. Adulto è, infatti, chi non ha più bisogno di tutori, perché ha in sé stesso la capacità di agire e pensare. Pertanto, l’uomo deve ricercare solo in sé la ragione delle sue scelte, prima ancora che del suo pensiero. Deve, ancora, porre da sé gli atti che hanno un valore, in modo che a lui solo vada riferito il metro categoriale che li determina.

Non a caso, perciò, il filosofo parla di uscita dallo stato di minorità.

In senso figurato, ciò significa uscita da ogni condizione di soggezione ad autorità o a dogmi acriticamente assunti. In senso letterale, ciò significa il rifiuto di instaurare un modello umano che fermi la condizione dell’uomo a quella del suo stadio infantile, in cui egli è appunto un minore, che dipende da altri, perché è bisognoso di cure e di attenzioni. Ciò che è proprio dell’uomo, afferma in sostanza Kant, è la capacità di autodeterminarsi, di bastare pienamente a sé, di non avere bisogno.

Ora, quello che colpisce è che la minorità intellettuale (l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro) è frettolosamente assimilata alla minorità spirituale. In questo si nasconde il fraintendimento totale (qui davvero abbiamo un’incapacità!) del significato della piccolezza evangelica e la sua conseguente svalorizzazione. L’essere come bambini, il rimanere dentro come bambini, non indica, infatti, nell’accezione evangelica una situazione di minorità, ma una superiore qualità che consiste nel mantenere quella capacità propria dei bambini di stupirsi, di meravigliarsi, di vedere sotto una luce nuova le cose e la vita. Capacità di provare stupore si accompagna, ancora, a purezza di cuore, misericordia dell’anima, tenerezza sublime che apre alla carità (si pensi alla povertà spirituale dei minimi, dei frati minori francescani o alla piccola via di Santa Teresa di Lisieux).

In nome di una presunta maturità e di una falsa autosufficienza l’Illuminismo perde, quindi, l’infanzia e la sua purezza, lo stupore e la tenerezza, l’ingenuità e la misericordia. Rinnega la piccolezza spirituale e la misericordia del cuore, innalzando l’autosufficienza sulla dipendenza, la presunzione saccente sull’umiltà, l’incontinenza sulla continenza, la ragione gridata sulla testimonianza silenziosa.


La falsa luce dell’Illuminismo

Possiamo approcciare il problema anche da un altro punto di vista.

L’Illuminismo ha la presunzione di incarnare il lume della ragione. Esso prende in prestito l’immagine giovannea della luce vera che illumina ogni uomo (Gv. 1, 9) per accreditare le aspirazioni demiurgiche dell’uomo e i suoi progetti di trasformazione del mondo. Dimentica le fragilità e le miserie e dice, in sostanza, all’uomo che egli può farcela da solo, può darsi la salvezza da sé e realizzare in terra quello che un tempo era indicato come il Regno di Dio.

In tale contesto, la coscienza dell’uomo si presenta come fonte di conoscenza morale, supremo ed inappellabile tribunale che stabilisce cosa sia bene e cosa sia male. Leggi e i doveri sono, quindi, pensati come mere espressioni della coscienza autonoma dell’uomo e della sua attività deliberatrice. “La volontà – afferma Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere considerata autolegislatrice, e solo a questo patto sottostà alla legge”. Proprio perché la volontà è autolegislatrice, ogni autorità (culturale, morale o politica), che non sia passata al suo vaglio per divenire oggetto di consapevole e libera accettazione, è percepita come vincolo esterno. Costituisce un ostacolo alla libera affermazione ed espressione di sé. Comporta una diminuzione di libertà, in quanto rappresenta un’infedeltà e un tradimento verso la propria coscienza.

Siamo alla proclamazione del dogma laico dell’autonomia morale. Essa significa, in prima istanza, la volontà di sganciarsi da ogni forma di dipendenza, affermando una verità morale che pare ineccepibile, quella che “nessuno ha diritto di dirmi come devo agire”. In seconda istanza, implica una tensione fra il bene dell’individuo e quello della collettività, fra l’io e gli altri.

Infatti, a livello morale e in linea di principio, oltre la propria coscienza non c’è altro. La coscienza è il luogo spirituale in cui si appartiene a se stessi.  Nulla che la misuri, nulla che la limiti e neanche nulla che, in qualche modo, la disciplini. Ciò implica la costituzione di una morale fondata e basata sull’io proprio, assolutizzato e sottratto ad ogni forma di influenza esterna.

In realtà, così procedendo, si commettono grossi errori. Innanzitutto, non si tiene conto che la coscienza morale presuppone una dimensione comunitaria, prima familiare e poi sociale, un noi, in cui è racchiusa la saggezza di intere generazioni. Se è vero, quindi, che la coscienza non è prodotta dall’esterno ed appartiene in modo caratterizzante all’individuo, è vero anche che necessita di sviluppo, di formazione e di esercizio. L’uomo è sì un essere che possiede un organo di interiore conoscenza del bene e del male, ma per maturare ha bisogno dell’aiuto degli altri. L’errore grande sta, anche qui, nell’aver pensato l’individuo in modo astratto, sciolto da ogni relazione costitutiva con gli altri, come irretito in un egoismo senza vie di uscita.

Più manifestamente la tensione fra il bene per sé e il bene per gli altri si evidenzia in Rousseau, che scrive nel suo Emilio: “La sola passione naturale dell’uomo è l’amore di sé …, ed è in sé stesso o in rapporto a noi, una cosa buona e utile e, siccome non ha riguardo agli altri alcun rapporto necessario con essi, è naturalmente indifferente; diventa buono o cattivo solo nelle applicazioni che se ne fanno e nelle relazioni in cui esso viene posto”. Proclamato l’amore di sé come unica passione naturale, l’autore dell’Emilio dichiara come non necessari tutti i rapporti che ci legherebbero ad altri. La relazione con gli altri si aggiunge, quindi, come epifenomeno del tutto secondario dell’amore di sé, in modo da non scalfire l’autarchia della coscienza. Ciò vuol dire che, di principio, l’individuo basta a sé stesso e che nella sua coscienza ha già quanto gli basta per essere moralmente completo. Pertanto, può coltivare l’indifferenza più resistente verso qualsiasi insegnamento o contributo esterno alla sua crescita sul piano umano e civile.

La proclamazione dell’autarchia della coscienza si accompagna, conseguentemente, alla negazione di ogni relazione con gli altri come esiziale alla propria identità. Più radicalmente si accompagna alla rescissione della relazione che lega l’uomo a Dio. Laddove è solo con sé stesso, l’uomo non incontra più il suo Dio. Non sente una voce che lo richiama e non ritrova una norma morale che è scritta nel suo cuore di carne. Non vede più la relazione d’amore come vocazione fondante, strutturante, che dà peso al suo essere, ma al contrario proclama l’amore di sé come sua origine e destinazione.

La coscienza autarchica moralmente ingenera, alla fine, una sapienza non mitigata dall’amore e una falsa libertà destinata a generare una stretta soffocante sulle coscienze. Se ne ha un riscontro nei risvolti autoritari e violenti della Rivoluzione francese, che hanno precorso le violenze fatte in nome dell’ideologia nel XX secolo.


Al di là delle affermazioni universalistiche, l’uomo adulto dell’Illuminismo non ha, in definitiva, saputo mostrare la misericordia sublime che hanno i piccoli e i semplici di cuore. Le affermazioni di principio dei diritti dell’uomo si sono accompagnate al disprezzo dei diritti dei diversi, di quelli che sembravano opporsi al progresso della civiltà. I principi astratti della ragione si sono tradotti in pratiche totalitarie, terroristiche e violente e sotto le loro insegne si sono soppressi uomini concreti, in carne ed ossa. L’intolleranza e la violenza si sono rivelati inevitabili compagne della presunzione e della falsa virtù.

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