“L’uomo che fu giovedì”. Storia di un incubo e di un risveglio, brusco e gradito  –  di Fabio Trevisan

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Con “L’uomo che fu Giovedì” prosegue la collana chestertoniana di Lindau, che ha pubblicato numerose opere del grande saggista, romanziere, giornalista originario di Beaconsfield. Prima di accingersi alla lettura di questo appassionante romanzo, che contiene elementi tali da reputarsi persino un ottimo giallo, consiglio di considerare tre aspetti spesso sottovalutati: il primo, e non è un paradosso, è il sottotitolo; il secondo è la dedica iniziale ed il terzo è il 1908, anno di pubblicazione del romanzo. A chi chiedeva a Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) quale fosse il significato del romanzo e soprattutto chi si celasse sotto la mole gigantesca di Domenica, il grande scrittore londinese rinviava al sottotitolo: “A nightmare”, un incubo. Chesterton aveva attraversato nel corso della sua giovinezza un periodo travagliato, che l’aveva quasi portato sull’orlo del baratro della disperazione e dell’annichilimento.

di Fabio Trevisan

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zzumlnd1La storia di un incubo

Che non si trattasse di un incubo derivato da indigestione o da abbondanti libagioni era attestato dalla dedica all’amico Edmund Clerihew Bentley (1875-1956), nella quale parlava della malattia spirituale e del malore intellettuale che li aveva attanagliati in una morsa quasi letale: “Una nube pesava sulla mente degli uomini, una nube malaticcia sull’anima, quando eravamo giovani tutti e due…Se pure deboli e sciocchi non così eravamo, non così: quando quel nero Baal bloccava i cieli, non aveva inni da noi. Bimbi eravamo, e i nostri fortini di sabbia erano deboli al pari di noi…Vedemmo la Cittadella dell’Anima soccorsa che già barcollava…Ora fra noi, per grazia di Dio, questa verità possiamo dirla: c’è una forza nella radice che affonda, c’è del buono nell’invecchiare. Abbiamo trovato finalmente le cose comuni, le nozze ed un credo: ed ora io posso scriverne tranquillamente, e tranquillamente puoi leggere tu”. Quel ripetuto avverbio – tranquillamente – faceva da paradossale sfondo a questa storia di un incubo vissuto e raccontato nel romanzo da Chesterton ben prima del 1922, anno del suo ingresso ufficiale nella Chiesa Cattolica Romana (come lui stesso amava definire). Terzo e non ultimo aspetto rimarchevole è quel 1908, che vide la pubblicazione congiunta dell’Uomo che fu Giovedì e di quel celebre saggio, Ortodossia, capolavoro di sana e ragionevole dottrina cattolica. Si trattava quindi di un romanzo talmente avvincente da prestarsi a riduzioni cinematografiche e ad adattamenti teatrali, da menzionarsi, uno su tutti, quello operato dalla cognata (sposa del fratello Cecil, morto sul fronte della prima guerra mondiale) Ada Elizabeth Jones con Ralph Neale nel 1926, tradotto e portato in scena in Italia dall’amico musicologo e attore Gianluca Zappa, che ne ha curato l’edizione per Gribaudi.

I due poeti

Il romanzo inizia in un sobborgo di Londra, Saffron Park, in cui i due personaggi (Lucian Gregory e Gabriel Syme), che si contenderanno il posto di “Giovedì” nel Consiglio Anarchico dei Sette Giorni, si confronteranno sulla difesa dell’autentica poesia, per Lucian rappresentata dall’albero, per Gabriel dal lampione di ferro: “Eccolo qui il suo famoso ordine: questo lampione di ferro, secco, brutto e sterile; ed ecco l’anarchia, ricca, viva e feconda”. “E tuttavia – rispondeva Gabriel – lei vede l’albero alla luce del lampione. Chissà quando potrà vedere il lampione alla luce dell’albero?”. Per Chesterton, maestro dell’uso del paradosso, era indispensabile il confronto serrato tra due forti identità, tra due visioni del mondo e quindi tra due elementi (il ferro e il legno) che rimandavano rispettivamente all’ordine e all’anarchia, riflesso cui si specchiavano le posizioni diametralmente opposte dei due poeti. Nella dedica all’amico Edmund, di cui si faceva menzione, Chesterton sottolineava di aver ritrovato le cose comuni, le nozze e un credo, appartenute, secondo me, nel romanzo ad un personaggio femminile, Rosamund, sorella di quel combattivo Lucian  dai capelli rossi, che ritroviamo infatti descritta all’inizio ed alla fine del romanzo con poche ma suggestive parole: “Là vide la sorella di Gregory, la ragazza dalle chiome d’oro rosso, che recideva lillà prima di colazione, con la sua inconsapevole gravità di fanciulla”. L’uscita dall’angoscioso incubo viene quindi rappresentata nell’alone misterioso e dolce di una presenza femminile, che fa da contraltare agli accesi, frementi e frequenti duelli (non solo verbali) maschili.

I giorni della creazione

Nell’Uomo che fu Giovedì Chesterton fa esplicitamente menzione alle Sacre Scritture, in particolare al libro della Genesi, dove si rivela il disegno di Dio Creatore. Sul piano del combattimento metafisico (che sappiamo costituire per Chesterton un banco di prova essenziale, basti pensare al quasi coevo La sfera e la croce) egli intravedeva la lotta inevitabile tra il bene e il male, che simboleggiava in quegli uomini che incarnavano i giorni della creazione e che inseguivano un terrificante e misterioso Domenica. Era la ricerca di un senso alla lotta, alla spiegazione della sofferenza e del male, come si evince dagli incalzanti interrogativi: “Se eri fin dal principio nostro padre e nostro amico, perché mai sei stato anche il nostro più grande nemico?”. La risposta di Domenica alludeva a Gesù nell’orto del Getsemani: “Chi può bere al calice a cui ho bevuto io?”. Il romanzo poliziesco e filosofico non era solamente composto da affanni, duelli serrati e ricerche angosciose di significati ma c’erano disseminate dosi massicce di sano e cristiano umorismo, come ad esempio nell’esilarante descrizione della vestizione degli uomini che rappresentavano i giorni della creazione: “Su quella proda, in una specie di semicerchio sorgevano sette grandi seggi: i troni dei Sette Giorni…La semplicità di Martedì era accortamente simboleggiata da un vestito che rappresentava la separazione delle acque…A Sabato, ultimo giorno della creazione, era invece toccato un vestimento coperto d’animali araldici rosso e oro e un cimiero con una figura umana rampante”.

zzchstrtnI paradossi di Domenica

Chesterton è sempre fuggito, come lo stesso personaggio di Domenica, da ogni tentativo riduttivo di spiegazione univoca e pertanto la figura di Domenica va letta nei suoi umoristici e balzani paradossi: “Un enorme elefante grigio passava a terribile andatura di corsa, con la proboscide rigidamente tesa come il bompresso di una nave, lanciando un barrito che sembrava la tromba del giudizio finale. Sul dorso dell’animale urlante e sobbalzante sedeva il presidente Domenica, placido come un sultano”. Questo personaggio così grasso e così leggero, proprio come una mongolfiera sulla quale salì, rappresentava come la forza creatrice suprema si manifestasse nella leggerezza. Tutti i giorni della creazione, da Lunedì a Sabato, stavano dinanzi ai paradossi equivoci di Domenica, che li invitava a non sottrarsi dai propri specifici talenti: “Volete sapere che cosa sono io? Bull (Sabato), tu sei uno scienziato, fruga intorno alle radici di questo albero; Syme (Giovedì), tu sei un poeta: fruga in quelle nuvole mattutine. Ma io vi dico che avrete scoperto la verità fin sull’ultimo albero e fin sulla nube più alta, prima di scoprire la verità su di me. Voi capirete il mare, e io sarò ancora un enigma; saprete che cosa sono le stelle, e non saprete che cosa sono io”.

I simboli della fede e del valore umano

Nell’Uomo che fu Giovedì si trovano disseminati innumerevoli simboli della fede e del valore umano, ad iniziare dalla tesserina azzurra dei filosofi poliziotti, con su scritto: “L’ultima crociata”. Anche nel confronto tra i sentimenti del cristiano e dell’anarchico, come nello scontro iniziale tra i due poeti, compaiono due elementi-simbolo, la dinamite e l’incenso: “La dinamite è un simbolo perfetto per noi anarchici, come l’incenso delle preghiere dei cristiani. Si dilata, scoppia e si espande, e per questo solo distrugge…Il cervello dell’uomo è una bomba. Il cervello dell’uomo deve espandersi, se vuole mandare a pezzi l’universo!”. Come nel successivo romanzo di maggior successo, Manalive, ad un certo punto compare la lanterna cristiana: “Vedete questa lanterna? Vedete la croce che v’è scolpita sopra e la fiamma che è dentro? Non voi l’avete fatta, non voi l’avete accesa. Uomini migliori di voi, uomini che sapevano credere e obbedire alimentarono la leggenda del fuoco. Voi (riferito agli anarchici) distruggerete il mondo, distruggerete l’umanità; ma questa vecchia lanterna cristiana non la distruggerete”. Nel romanzo vengono pure affermati principi dell’ordine naturale e cristiano: “Si può concedere ai matematici che quattro è due volte due; ma due non è due volte uno: due è duemila volte uno. Per questo, nonostante centinaia di svantaggi, il mondo tornerà sempre alla monogamia”.

Un brusco risveglio

Fortunatamente gli incubi finiscono e la consolante realtà provoca un brusco e gradito risveglio: è questo il senso profondo del romanzo, quello degli uomini che cercano di risolvere il mistero, impenetrabile, della vita. Nonostante le molte peripezie e traversie nel rincorrere la verità, l’uomo che fu Giovedì ha un sentimento di gratitudine per l’ineffabile Domenica: “Io ti sono grato non solo per il vino e l’ospitalità di questa sera, ma anche per tante corse e tante fughe, per tanta libertà di correre e di lottare. E tuttavia vorrei sapere. Il mio cuore e l’anima mia sono calmi e felici, qui, come questo vecchio giardino, ma la mia ragione grida e protesta. Io vorrei sapere”. Il fu Giovedì non ha per nulla le caratteristiche di un altro famoso fu, quel Mattia Pascal proposto da Luigi Pirandello. Il brusco e salutare risveglio di colui che nell’incubo chestertoniano è stato l’uomo che fu Giovedì è un sollievo di una persona che non ha mai abbandonato la propria identità, che non ha mai desistito dalla lotta, che non si è mai sottratto dal coraggio di affermare il suo essere, senza preoccuparsi delle apparenze. Ha assunto un travestimento ma non per celare la sostanziale identità di un uomo in cerca della verità e che quindi crede positivamente in essa. Ha celato il suo pensiero esagerandolo grottescamente, e questo è il lato paradossale ed umoristico, per poter affermare pienamente il suo essere, la sua volontà, la sua ragione nell’inseguire e catturare il presunto nemico. “Non si può amare una cosa – affermava Chesterton in un altro suo saggio – se non si desidera combattere per essa”. L’uomo che fu Giovedì, il poeta cristiano e filosofo poliziotto Gabriel Syme, poteva sussurrare all’orecchio di ogni uomo vivo la voglia di lottare, il desiderio di comprendere, anche con una veste allegorica e surreale e suscitare magari le risa di un pubblico poco attento: “Per quanto buffoni in vesti variopinte, rumorosi e assurdi, allorché tacevano tutte le campane, i nostri sonagli (anche qui ritorna un parallelismo con il Berretto a sonagli di Pirandello) s’udivano tinnire”.

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1 commento su ““L’uomo che fu giovedì”. Storia di un incubo e di un risveglio, brusco e gradito  –  di Fabio Trevisan”

  1. Eccezionale, come sempre, Fabio Trevisan, a penetrare e a far comprendere e apprezzare la grande personalità di G.K. Chesterton.

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