MA CHE MUSICA MAESTRO – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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Il povero Martin e Pinco Panco.

“Quando Martin vedete solo per la città, forse voi penserete dove girando va, solo senza una meta”

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Quando si ascoltano le cosiddette canzonette di una volta, come ad esempio la Casetta in Canada, interpretata da Gino Latilla (1924-2011) e da Carla Boni (1925-2009) nel lontano 1957, si ripetono i classici refrain, dimenticando il significato più importante della canzone, ovvero la storia del povero Martin e del crudele Pinco Panco. Quel ritornello grazioso, che molti italiani hanno canticchiato: “Aveva una casetta piccolina in Canada, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà e tutte le ragazze che passavano di là dicevano che bella la casetta in Canada”, trascura un particolare interessante: il possessore della casetta, il poveretto Martin, continuava incessantemente a costruire ed a ripartire dalle fondamenta, nonostante che Pinco Panco, metafora dell’oppressore, la incendiasse e distruggesse altrettanto incessantemente.

Una canzone apparentemente innocua, che voleva denunciare ironicamente le motivazioni di tanta cattiveria umana che, nel demolire la casetta carina, distruggeva il focolare domestico: “Pinco Panco l’incendiò e a piedi poveretto, senza casa lui restò”. Un’altra apparente innocente canzone, “Evviva la torre di Pisa”, interpretata da Gennaro Latilla  (in arte Gino) invitava a resistere, come la torre di Pisa, alla tentazione della caduta, allo scoraggiamento dovuto al peccato, divenuto metafora della forza di gravità: “Cade la mela, cade la pera, cade la pioggia dal cielo, cade un magnifico vaso, mi cade sul naso dal decimo piano”. Proprio allora, dopo aver ricevuto un colpo quasi mortale, si ha il famoso e felice ritornello: “Evviva la torre di Pisa che pende, che pende ma sempre sta su”. Ci si dimentica che l’invito a cantarlo si ha dopo aver ricevuto uno stimolante vaso sul naso che, a parte la comica rima, ha un valore benefico e liberatorio. Ed è proprio con un atteggiamento positivo, tipico dell’agere contra cristiano, che viene suggellato il giusto spirito nel mondo: “Con un dolce sorriso mi misi a cantar: Evviva la torre di Pisa…”. Canzoni d’altri tempi, come quel “Vecchio scarpone”, che ancora Latilla e Giorgio Consolini presentarono al Festival di Sanremo del 1953: “Vecchio scarpone quanto tempo è passato, quante canzoni sul tuo passo ho cantato…”. In una soffitta polverosa, quel vecchio scarpone era stato dimenticato tra le ragnatele e le suppellettili della casa: “Lassù su un ripostiglio polveroso”. Lassù, come fosse davvero lontano e inutilizzabile; lassù, dimenticato da tutti. Ora quel vecchio scarpone testimoniava la vita più cara e nella canzone si dirà essere un caro amico della gioventù. Ascoltando e canticchiando questi vecchi motivetti si impara a non farsi gabbare banalmente dai ritornelli, a non irridere superficialmente a queste canzoni, che ammoniscono invece intelligentemente sulle condizioni drammatiche che umanamente e moralmente stiamo vivendo.

Il povero Martin infatti potrebbe essere l’uomo comune, uno di noi, che sperimenta sempre e ovunque l’iniquità del potere, politico e finanziario. La torre di Pisa che sembra cadere ma che sta sempre su potrebbe essere la forza della legge naturale che combatte contro l’impietosa tendenza al male che la vorrebbe definitivamente abbattere. Questa inclinazione al male, dovuta alla ferita del peccato originale, è controbilanciata dal bene e dalla grazia che abbisogna tuttavia del nostro coraggio, della nostra volontà, dei nostri talenti. Anche la memoria del vecchio scarpone non è soltanto un momento passeggero, un esile legame affettivo, ma è l’urgenza di riscoprire gli antichi valori della tradizione, i sani principi legati alla sua storia ed alla nostra storia.

Riscopriamo quindi il valore di queste vecchie canzoni e soprattutto non lasciamoci irretire dall’apparente ovvietà: spesso l’ovvio, anche nelle canzoni apparentemente banali, è portatore di inaudite sorprese, di autentiche paradossali novità!

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