MA CHE MUSICA MAESTRO – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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La piazza grande di Lucio Dalla

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“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento…”

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Nel 1986 Lucio Dalla (1943-2012) incideva un doppio album dal vivo (DallAmeriCaruso), dal quale spiccava con notevole successo la canzone “Caruso”, resa famosa in tante versioni con lingue ed interpreti diversi. Il brano descriveva gli ultimi giorni di vita del celebre tenore napoletano Enrico Caruso (1873-1921) ed il pezzo era nato proprio a Sorrento, quando Dalla soggiornò nella medesima stanza di Caruso. Una canzone nata dal “cuore napoletano” dello stesso cantautore bolognese, il quale ha sempre riconosciuto una forte influenza dalla canzone melodica napoletana, com’egli stesso ebbe a dire: “Sono dodici anni che studio tre ore alla settimana il napoletano, perché se ci fosse una puntura intramuscolare con dentro il napoletano io me la farei, per poter parlare e ragionare come loro.

Tra le tante passioni musicali di Dalla c’era stata quella originaria del jazz, attraverso gli strumenti del sassofono e del clarinetto, che l’avevano fatto apprezzare  sin dai primi anni ’60, iniziando a frequentare musicisti come il trombettista jazz statunitense Chet Baker, ma anche in formazioni come i Flippers, in cui suonava al fianco di Franco Bracardi al piano, Massimo Catalano alla tromba e dove iniziava inimitabilmente a riprodurre con la voce, con gli originali gorgheggi scat, quegli strumenti musicali che tanto amava. Agli inizi degli anni ’70 si faceva conoscere al grande pubblico del Festival di Sanremo con la celeberrima “4/3/1943”, che riportava la sua data di nascita, essendo stato censurato quello che avrebbe dovuto essere il titolo originale della canzone, “Gesù bambino”. Il brano raccontava la storia di una ragazza madre con un figlio avuto da un ignoto soldato alleato, sulla falsariga della precedente e splendida canzone napoletana del 1944: “Tammurriata nera” dei grandi Nicolardi e E.A. Mario. Nel 1972 saliva sul palcoscenico dell’Ariston di Sanremo cantando “Piazza grande”, altro successo che consolidò la sua fama: “Una famiglia vera e propria non ce l’ho e la mia casa è piazza grande, a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho. Composta con l’amico Ron (Rosalino Cellamare), la canzone inneggiava contro gli ideali borghesi della casa, della famiglia (“la mia casa è Piazza Grande”) e contro quelli che, a quei tempi di rivoluzione post sessantottina, chiamavano i “signori del cielo” (“Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è”) ed anche contro “i signori della terra” (“Quando ho fame, di mercanti qui non ce n’è”).

A metà anni settanta, Lucio Dalla iniziava una collaborazione, atta a consolidare un’immagine fascinosa ed estroversa di sinistra, con il poeta bolognese Roberto Roversi, ex partigiano e direttore di Lotta Continua, che aveva fondato nel 1955 la rivista Officina con Pier Paolo Pasolini. L’egemone cultura di sinistra aveva portato anche Dalla a cantare nel 1975 al Festival del proletariato giovanile, manifestazione promossa dalla rivista “Re nudo” a Milano. Nel 1977, con il brano: “Com’è profondo il mare”, Dalla rivelava in modo inequivocabile la sua filosofia di vita, la sua visione del mondo contro il potere ed i poteri: “Siamo noi, siamo in tanti…l’uomo innalzò per un attimo il povero a un ruolo difficile da mantenere, poi lo lasciò cadere, a piangere e a urlare, solo in mezzo al mare. L’appello finale a difesa della libertà di pensiero, anche se intensamente suggestiva, giocata fra le onde con la metafora del pesce, non considerava affatto i limiti della natura umana ferita dal peccato originale, tanto che  la profondità esistenziale del mare senza Dio non poteva tutelare la libertà del pesce. Le parole finali della canzone: “Il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare; così stanno uccidendo il mare…” non facevano riflettere sull’oggettività del male ma sulle conseguenze delle reti e delle lenze del pensiero di altri uomini. In un brano meno noto del 1990, in una canzone emblematica sin dal titolo, “Comunista”, Lucio Dalla così diceva: “Canto l’uomo che è morto, non il Dio che è risorto. Canto l’uomo infangato, non il Dio che è lavato. Canto la rabbia e l’amore, canto l’uomo respinto, non l’uomo vincitore. In un altro pezzo: “Cosa sarà, il cantautore bolognese si chiedeva, senza tuttavia trovare adeguata risposta trascendente, cosa faceva crescere gli alberi, cosa faceva muovere il vento e così via: “Cosa sarà che ti porta a comprare di tutto, anche se non hai bisogno di niente; cosa sarà questo strano coraggio o paura che ci prende e ci porta ad ascoltare la notte che scende.

Un sentimento di religiosità cristiana confluito nel clima anti autoritario dell’epoca traspariva in altri suoi brani, come nell’ipotetico “Se io fossi un angelo” del 1985: “Non starei mai nelle processioni, nelle scatole dei presepi…sarei un buon angelo, parlerei con Dio, gli ubbidirei amandolo a modo mio…ma poi l’inferno cos’è, a parte il caldo che fa, non è poi diverso da qui. Nella canzone “Vita” del 1988, in duetto con Gianni Morandi, Dalla riprendeva il tema degli angeli: “Anche gli angeli capita, a volte sai, si sporcano…siamo angeli con le rughe un po’ feroci sugli zigomi, forse un po’ più stanchi ma più liberi, urgenti di un amore che raggiunge chi lo vuole respirare. Nella precedente celeberrima canzone “L’anno che verrà” del 1979, nella lettera al caro amico, Dalla aveva indicato tutte le suggestioni libertarie ed utopistiche che si facevano beffe della morale umana e cristiana: “Si farà l’amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età….

Potremmo infine sintetizzare il pensiero di Dalla attraverso poche ultime righe di un’altra sua canzone, “Il fiume e la città”, dove tutto rimane sospeso, senza risposta: “Guardo l’acqua, guardo in me, tutto corre, tutto va, ma dove va?.

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2 commenti su “MA CHE MUSICA MAESTRO – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Tutto vero, ma mi suscita interrogativi e commozione la canzone “Sul mondo” dove dopo un inizio in cui invoca la Madonnina, dice: “Vado a incontrare la vita” (quale vita intendeva?); e dove inoltre riconosce di essere ‘sporco”. Ho letto da qualche parte che Dalla andò diverse volte a confessarsi da P.Pio il quale puntualmente lo rimandava senza assolverlo; ciononostante, vi tornò spesso. Allora mi piace pensare che nel profondo del suo cuore il Santo di Pietrelcina abbia lasciato un segno per la sua salvezza. In fondo le vie del Signore sono infinite.

    1. Ci sarebbe da chiedersi perchè P. Pio lo rimandava senza assolverlo. Forse perchè non recitava l’atto di dolore? Forse perchè non si pentiva? Forse perchè non si convertiva? (Propongo col vostro -ora si dà del tu a Dio- santo aiuto propongo di non offendervi-ti mai più etc.). Forse! Si è vero, allora le vie del Signore sono infinite.

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