MA CHE MUSICA MAESTRO – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

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La giovane età di Gigliola Cinquetti

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“Lascia che io viva un amore romantico, nell’attesa che venga quel giorno, ma ora no”

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Nel 1964 Gigliola Cinquetti vinceva il Festival di Sanremo (in coppia con Patricia Carli) con la celeberrima “Non ho l’età per amarti”. Lo stesso anno, l’allora diciassettenne veronese consolidava il successo vincendo pure a Copenaghen, con lo stesso brano, l’Eurofestival e vendendo più di quattro milioni di dischi in tutto il mondo. La giovane cantante iniziava così una carriera prodigiosa che l’avrebbe portata a rivincere Sanremo, due anni dopo, con il pezzo “Dio come ti amo”, cantato in coppia con Domenico Modugno: “Nel cielo passano le nuvole che vanno verso il mare; sembrano fazzoletti bianchi che salutano il nostro amore. Dio come ti amo, mi vien da piangere”.

A vent’anni arrivava seconda al Disco per l’estate con la canzone critica e un po’ rivoluzionaria “La rosa nera”, in cui si denunciavano le distruzioni ambientali e le violenze per trasformare il mondo e le persone: “Hanno distrutto il nido ad una rondine, hanno gettato un sasso fin lassù. Hanno tagliato le ali a una farfalla e la farfalla non si muove più. Stanno cambiando il mondo, stanno uccidendo me. E tutto va, finché la terra non scoppierà”. Erano gli anni bollenti della contestazione giovanile, che esploderà nella rivoluzione dei costumi del 1968 e che la cantante interpreterà ne “La pioggia” al Festival di Sanremo del 1969: “Sul giornale ho letto che il tempo cambierà, le nuvole son nere in cielo e i pensieri lassù non voleranno più. Chissà perché? Io non cambio mai! Può cadere il mondo ma che importa a me?”.

La precoce Gigliola aveva intrapreso da anni lo studio della musica e del canto (dai nove ai tredici anni aveva studiato pianoforte) presso il Conservatorio di Verona, diplomandosi successivamente al Liceo Artistico, tanto da poter illustrare alcune copertine dei suoi dischi ed addirittura libri di favole per bambini. Molti però non sanno che vinse, prima del famoso Non ho l’età di Sanremo, anche il Festival di Castrocaro, nel 1963, con una canzone di Giorgio Gaber, “Le strade di notte”. Una enfant prodige, potremmo dire, un’artista a tutto tondo, tanto da dedicarsi poco più che ventenne persino agli sceneggiati TV e partecipando così come attrice a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, sotto la sapiente regia di Sandro Bolchi.

Gigliola Cinquetti ha rappresentato così, nell’immaginario tipico dell’italiano medio, la brava e bella ragazza dotata di parecchi talenti ma, allo stesso tempo, prudente e timorata. Icona della buona borghesia uscita dal dopoguerra, la Cinquetti ha proposto un’immagine “acqua e sapone” contro le aggressive e smaccate mode che sarebbero imperversate in quegli anni turbolenti. Per questo motivo negli anni ’70 intraprese quel filone un po’ folk che l’avrebbe portata a cantare le canzoni tradizionali come ad esempio “La Domenica andando alla Messa” o “La Bella Gigogin”. Si ritornava così ai temi dell’amore ma anche al ruolo autoritario dei genitori tipico di un’epoca pre-sessantottina: “La Domenica andando alla Messa accompagnata dai miei amatori, mi sorpresero i miei genitori, monachella mi fecero andar”.

A questo punto potremmo dire che la “reazionaria” Gigliola non si fosse allineata al nuovo corso degli eventi, preferendo alle frenetiche e infuocate piazze della rivolta le stradine di montagna, con i bei canti degli alpini. Nel 1972 infatti iniziò una lunga serie di interpretazioni canore di brani come “Quel mazzolin di fiori”, “La mula de Parenzo”, “Vinassa vinassa”, “Addio mia bella, addio”,  che tutte le famiglie cantavano allora nelle taverne e in compagnia, accanto ad un buon bicchiere di vino e in allegria. Cantando si impara con Gigliola Cinquetti ad andare comunque controcorrente, a sfidare le mode culturali e gli eccessivi bollori ideologici. Cantando si impara a coltivare dei buoni sentimenti e a difendere la propria integrità morale e le proprie convinzioni, sintetizzate emblematicamente nella frase iniziale: “Una rosa di sera non diventa mai nera”.

Parafrasando un’altra sua canzone, “Alle porte del sole”, con la quale vinse Canzonissima nel 1973, potremmo attestare che la ricerca delle novità passa frequentemente attraverso la chiarezza della semplicità: “Cercavo le strade più strane del mondo, invece da te si arrivava per chiari sentieri”.

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2 commenti su “MA CHE MUSICA MAESTRO – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan”

  1. Peccato che qualche anno fa, quindi in una età oltroché adulta, le senti uscir di bocca certi ragionamenti dal contenuto così sinistrorso che mi spoetizzarono talmente da rendermela veramente antipatica.

  2. Ai tempi del referendum sul divorzio, si sentì in dovere di dichiarare che lei non voleva votare per l’ abolizione, essendo ” una donna moderna”. Una bella delusione per chi la vedeva come in questo articolo: acqua e sapone, sani valori tradizionali. C’ è di peggio, neh? Ma pure.

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