Marco Antonio, il triumviro che contese l’Impero a Ottaviano

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La nuova biografia di Marco Antonio di Giovannella Cresci Marrone ha un titolo eloquente: Marco Antonio. La vita “inimitabile” del triumviro che contese l’Impero a Ottaviano (Salerno Editrice, 300 pp., 22 euro).

Per fissare l’immagine negativa di Marco Antonio fu determinante la sconfitta ad Azio, nel 31 a. C., contro Ottaviano, e la conseguente damnatio memoriae: il provvedimento venne anzi varato per la prima volta proprio per il triumviro d’Oriente, e sarebbe stato applicato anche nei decenni successivi, per molti personaggi sgraditi. Così accadde ad Antonio: la sua morte per suicidio, il 1 agosto del 30 a. C., fu l’epilogo di una parabola politica esaltante, conclusa però da una devastante sconfitta militare. 

Cassio Dione (XLVIII, 41, 7) non è tenero con il triumviro d’Oriente ad Azio; scrive infatti: “Marco Antonio dimostrò chiaramente di non comportarsi né da capo né da uomo e di non essere in grado di agire razionalmente, ma – come qualcuno disse scherzosamente che l’anima di un innamorato vive in un corpo altrui – si fece trascinare da quella donna (scil. Cleopatra), come se fosse unito a lei e si muovesse con lei. Infatti, appena vide allontanarsi la sua nave, dimentico di tutto, tradendo e abbandonando coloro che combattevano e morivano per lui, si trasferì su una quinquereme, accompagnato soltanto dal siro Alessa e da Scellio, e seguì colei che l’aveva già rovinato e avrebbe finito di rovinarlo“.

La smodatezza nei piaceri – vino e sesso -, la propensione per i gesti teatrali, di grande effetto, la curiosità entusiastica per l’Oriente furono la rovina di Marco Antonio. Nello scontro con Ottaviano, che, prima ancora che militare, fu scontro ideologico, fra l’Occidente – sobrio, frugale, custode del mos maiorum –  e l’Oriente, associato alla ricca mollezza e alla debosciatezza, si replicava quello scontro ideologico fra Occidente e Oriente, all’insegna del quale gli storici antichi, Erodoto in primis, hanno codifcato la storia delle Guerre Persiane. Non giovò nemmeno ad Antonio il fatto che, come era invalso ormai da decenni, ognuno dei contendenti per la supremazia, in quei difficili decenni di contrasti intestini, si affidasse alla protezione di una divinità particolare, finendo per identificarsi con essa, come fecero Silla con Fortuna e Pompeo con Nettuno; e, appunto, Ottaviano si identificò con Apollo, mentre Marco Antonio con Dioniso. La cosa, decisamente, gli si ritorse contro. L’associazione con questo dio venne messa in relazione con la sua propensione per l’ubriachezza, che gli restò appiccicata addosso come uno stigma soprattutto a partire dal terrificante ritratto che Cicerone dà del personaggio nella II Filippica. Qui Marco Antonio è infatti presentato come un ubriacone che si presenta nella Curia vomitando pezzi di cibo della sera prima (amplificazione, questa, di uno sfortunato accadimento reale, all’indomani di un banchetto nuziale).

Del resto, Antonio avrebbe anche scritto un pamphlet in favore dell’ubriachezza, opera andata perduta nel naufragio dei suoi scritti. Questa propensione per i piaceri della vita e per una esuberanza ben diversa dal freddo calcolo di Ottaviano si rivelò ben presto nella vita di Marco Antonio, sin dai suoi primi anni di giovane di buona famiglia, ma travolto dal naufragio delle sostanze paterne. L’operato di Marco Antonio padre, infatti, non si dimostrò all’altezza delle aspettative che il Senato riponeva in loui, e il suo comando militare nel Mediterraneo si concluse con un insuccesso. Da qui l’epiteto “Cretese” con cui venne bollato, tutt’altro che onorifico, ma, piuttosto, beffardo: di solito l’imperator, il generale vittorioso, portava un soprannome che ricordava le sue vittorie e il suo trionfo (pensiamo a Publio Cornelio Scipione l’Africano). Marco Antonio padre, invece, aveva veleggiato contro i Cretesi, racconta un aneddoto (Floro I, 42), portando con sé più catene che armi, sperando di poter fare un ricco bottino di prigionieri: ebbene, con quelle stesse catene i Cretesi immobilizzarono i romani che finirono in larga parte catturati. Marco Antonio, nato nel gennaio dell’83, dovette rimanere orfano di padre nel 71.

E questo da un lato non fu un gran male, visto che Marco Antonio padre viene bollato da Sallustio (Storie III, 65) come “uomo venuto al mondo per perdere denaro”; ma se nell’Orco non poteva più perdere soldi, certo i suoi debiti restarono sulle spalle della famiglia, tanto che Cicerone si compiace di dire (Flippiche II, 18, 44) che, quando ancora indossava la toga tipica dei bambini, il futuro triumviro era già in fallimento. La famiglie del resto venne ben temprata dai marosi attraverso i quali passò la res Romana nel I sec. a. C.: per esempio, al tempo della congiura di Catilina, lo zio, Gaio Antonio Ibrida, eletto console con Cicerone, venne inviato contro i catilinari in Etruria, mentre a Roma Cicerone arrestava i congiurati, fra i quali spiccava il pretore Lentulo Sura, lo zio di Antonio: una autentica tragedia familiare, non poi così rara, però, in quei decenni sanguinosi, e da cui i caratteri uscivano temprati.  

Riesce persino sbalorditivo pensare come un giovane che non aveva dalla sua nulla se non un nome prestigioso, ma ultimamente appannato, e scarse disponibilità economiche, sia riuscito a emergere sino alle vette toccate da Antonio: si pensi, per esempio, al fatto che per lungo tempo egli non possedette nemmeno una sua dimora in Roma. Ricordiamo infatti che una ricca domus di rappresentanza, in cui ricevere le clientele, esibendo le imagines, i busti con i ritratti degli antenati a testimoniare la lunga tradizione familiare, era uno dei prerequisiti fondamentali per avviare una prospera carriera politica a Roma. Antonio invece non ebbe una dimora degna di questo nome sino a quando, dopo Farsalo, non occupò la famosa “casa rostrata”, che era appartenuta a Pompeo, nel quartiere delle Carene. 

Il suo apprendistato al potere avvenne sia in Roma che sui campi di battaglia: al seguito di Cesare in Gallia, infatti, prese parte alle prove più dure, e non fu mai alieno dall’esercitare il comando anche ricorrendo a punizioni esemplari, come la decimazione. Eppure, il suo carattere aperto, impetuoso, capace di grandi slanci (così come impetuosa era la sua eloquenza, di marca strettamente asiana) gli procurò spesso apprezzamenti anche nelle file dei nemici: memorabile fu il caso di un sostenitore dei Cesaricidi che, dopo la loro sconfitta a Filippi (42 a. C.), venendo condotto a morte, davanti a Ottaviano si profuse in insulti e in maledizioni, mentre omaggiò Marco Antonio, che pure era uno dei leader dello schieramento nemico, con parole di apprezzamento e chiamandolo con il titolo onorifico di imperator.

Dopo Filippi, il tentativo di composizione di un accordo fra Ottaviano e Antonio fu affidato non solo alla spartizione delle aree di influenza (avendo il primo scelto l’Occidente e il secondo l’Oriente), ma anche a un matrimonio che, come sempre accadeva nella tradizione gentilizia romana, doveva cementare l’unione fra due famiglie o due potentati: la bella e virtuosa sorella di Ottaviano, Ottavia, veniva data in moglie ad Antonio, ripetendo quanto accaduto nel decennio precedente, quando Giulia, la sola figlia di Cesare, venne data in moglie a Pompeo. Ma come quell’accordo, fragile, si spezzò dopo la morte di Giulia, così anche il matrimonio, e, insieme, la fragile alleanza, fra i due triumviri, dovevano durare assai poco. Inizialmente, Marco Antonio condusse la moglie con sé in Grecia, con accoglienze trionfali. Ma ben presto prevalsero altre logiche, e riprese forza il legame con Cleopatra. Da notare che le due bambine nate dall’unione con Ottavia, Antonia Maggiore e Antonia Minore, saranno cresciute, dopo Azio, da Ottavia, con dedizione encomiabile, e insieme a loro cresceranno, accolti da Ottaviano, anche gli altri figli di Marco Antonio: Iullo Antonio, in primis, che morirà nel 2 a. C. in seguito allo scandalo in cui venne coinvolto con la figlia di Augusto, Giulia Maggiore; e poi i due gemelli che Antonio ebbe da Cleopatra, significativamente chiamati Alessandro Helios e Cleopatra Selene. E se del primo si perdono presto le tracce (secondo gli storici, sarebbe morto in giovane età, e comunque dopo il 29 egli non viene più menzionato), alla seconda venne riservato un futuro regale, in quanto designata a moglie di Giuba II (anch’egli educato a Roma sotto la supervisione di Augusto) e regina di Mauritania.

Lo stile di vita di Antonio compagno – e succube, come malignarono le fonti a lui ostili- di Cleopatra era quanto di più lontano si potesse immaginare rispetto alla tradizione romana:la coppia regale, infatti, aveva dato vita a un tiaso, detto dei “viventi inimitabili”, in cui avvenivano sbrigliatezze che poco avevano a che fare con il mos maiorum, di cui, al contrario, Ottaviano si mostrava pubblicamente, coadiuvato dalla consorte Livia, geloso custode. Nel tiaso, invece, si celebrava apertamente la gioia di vivere, ed esplicita era la ricerca della felicità e dell’appagamento, anche momentaneo: emblematico il fatto che, durante un banchetto, un personaggio di rilievo come il governatore Lucio Munazio Planco si esibisse, nudo, interamente dipinto di blu, in una danza che voleva essere allusiva del dio marino Glauco (Velleio II, 83, 1-2; qui p.154). 

Antonio si mostrò in aperta rottura con le tradizioni consolidate anche per le sue frequentazioni accanite di mini, attori, ballerini, per la sua passione per il teatro in generale (passione che si rivelava anche nei suoi atteggiamenti, sempre magniloquenti e definiti da gesti a effetto): in questo egli si opponeva apertamente all’uso dei governatori di terre neo-acquisite, che preferivano rivolgersi, come mediatori con le popolazioni locali, a filosofi, retori, intellettuali. 

L’elemento più curioso, una vera e propria vendetta della storia, se guardiamo a quanto accadde dopo la morte di Antonio, è il fatto che lo sconfitto di Azio ebbe una numerosa discendenza, destinata a rimpolpare ampiamente l’albero genealogico della dinastia Giulio-Claudia. Ottaviano, infatti, ebbe una sola figlia, Giulia, destinata a una fine miseranda, e le sue scelte in ordine alla successione si scontrarono contro un’autentica moria dei suoi discendenti: prima il nipote Marcello, figlio di primo letto di Ottavia e sposo di Giulia, morto non ancora ventenne senza lasciare eredi; poi Gaio e Lucio Cesare, nipoti diretti di Augusto in quanto figli di Giulia, data in sposa, dopo la prima vedovanza, a Marco Vispanio Agrippa. In questa tormentata vicenda dinastica, acquisirono straordinaria importanza le due Antonie, figlie di Marco Antonio e Ottavia, insieme a Druso, secondogenito di Livia, l’onnipresente e onnipotente moglie di Augusto, e del suo primo marito, Tiberio Claudio Nerone. E così possiamo dire che il sangue dello sconfitto Marco Antonio scorreva a fiumi nell’albero genealogico di Augusto, che pure non amava menzoionare l’antico rivale. Tra i successori di Augusto, però, riscontriamo atteggiamenti diversi: Caligola, per esempio, odiava Augusto, e, invece, si vantava di discendere da Marco Antonio. Però, colui che forse meglio raccolse l’eredità morale di Marco Antonio fra i componenti della casata Giulio-Claudia fu Nerone: anch’egli, infatti, non rifuggiva dagli eccessi, amava mescolarsi al popolo (proprio come Antonio faceva con Cleopatra nelle notti alessandrine), era affascinato dall’esotismo e dalla ritualità dei magi.

La storia, si sa, la scrivono i vincitori: esemplare, come dimostra questa biografia, è la sorte toccata a Marco Antonio, un nome che per noi, ormai, vale quasi unicamente come sinonimo di “bell’imbusto” dall’aria prestante e, sottintenso, un po’ volgare; tanto possono, per recuperare il titolo di un saggio di Massimo Fini dedicato a Nerone, “duemila anni di calunnie”.

                                                                                                                   

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