MARCO DORIA E IL MALORE DELLA GENOVA BENE – di Piero Vassallo

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di Piero Vassallo

 

genova

 

I comunisti erano contrari alla religione (al proposito cfr. il saggio di Karl Marx sulla questione ebraica). Negli anni della rivoluzione russa, infatti, i marxisti sterminavano i cristiani, abbattevano chiese e moschee e  affiggevano manifesti pesantemente blasfemi.

Nel 1941 Stalin, sotto la minaccia dell’esercito tedesco, ha fatto appello (strumentale) alla Russia religiosa, mentre la persecuzione dei credenti continuava imperterrita.

Il cattocomunismo, dunque, è una chimera elaborata dagli strateghi del Cremlino e nutrita dalla imperdonabile stupidità dei teologi modernizzanti. Ultimamente è diventato un incentivo al deragliamento del clero nella trasgressione: il parroco che accompagna le ragazze di vita ad abortire e/o coltiva la canapa indiana nel giardinetto della canonica.

Nella penosa, umiliante attualità genovese ecco il prof. Marco Doria, aristocratico crepuscolare, quasi in uscita da un romanzo obituario di Thomas Mann. Un comunista fittizio e avventizio.  Un esponente dello chic decadente.

Doria è un “pesce” nuotante nella triste palude della Genova bene, la città degli empiamente pii. Referenti del Doria sono le damazze festanti sulla scena dei fallimenti e delle corna di famiglia e i preti deragliati e/o vinosi.

Le persone estranee al nobile salotto rifiutano di credere che Doria rappresenti gli (ormai ex) metallurgici e i portuali.

La deprimente figura del professor Doria, infatti, non rappresenta il sostegno della classe operaia ma il falso ecumenismo, che giustifica l’immigrazione clandestina e  promuove l’apertura di moschee, rinunciando a porre la questione della reciprocità.

Il programma del professor Doria non ha origine nelle fabbriche ma nella senescente sacrestia del cardinale buonista Carlo Maria Martini.

Dal dichiarato, furente disprezzo verso gli italiani refrattari al falso ecumenismo e all’avventizia teologia, il cardinale Martini ha estratto e dedotto il piano di un’invasione purificante, ossia un’immigrazione funzionale all’abbattimento della nostra (da lui disprezzata) identità.

Questo strisciante pensiero è condiviso dai rampolli della Genova crepuscolare, sedicente bene, un  gruppuscolo inteso alla devastazione del bene comune.

Ora l’idea di aprire l’Occidente all’invasione dei non cristiani ha una non lontana ascendenza nella sgangherata teologia di Karl Rahner sedicente gesuita e padre mancato, dal momento che la sua concubina non gli diede discendenti.

Rahner elaborò un teologia eterodossa, secondo cui Cristo si era incarnato in ogni uomo. Secondo Rahner, dunque, ogni uomo, lo sapesse o no, lo volesse o no, era cristiano. Di qui la sgangherata tesi intorno ai cristiani anonimi – i cristiani non cristiani! e il devastante ecumenismo in circolazione negli agitati corridoi del Concilio Vaticano II.

Alimento della teologia rahneriana e dalle fantasticherie di Roger Garaudy intorno all’espoir de l’islam fu la confusione teologica tra moderati (le persone riflessive) e modernisti (gli aderenti alle mode). In breve: la curiosa tendenza al fraintendimento politico e al galoppante sincretismo fu suggerito dalla sequela d’una filologia del cabaret.

Detto questo si può rammentare il giudizio sull’islam formulato dall’autentico moderato, San Tommaso d’Aquino nel Liber De Veritate: “Coloro i quali introdussero partiti basati su dottrine erronee, procedettero per una via contraria a quella seguita dal magistero divino, come è evidente in Maometto, il quale attirò i popoli con la promessa di piaceri carnali, alla cui bramosia istiga la sensibilità inferiore. Egli dette precetti conformi alle promesse, accondiscendendo alla voluttà carnale; ai quali precetti è ovvio che si obbedisca da uomini carnali. Né produsse documenti di verità, se non quelli che facilmente possono essere conosciuti da ognuno mediocremente sapiente, per naturale ingegno; che anzi le verità che insegnò, le mescolò con molte favole e falsissime dottrine. Non usò segni, fatti soprannaturalmente, coi quali, solo, si rende testimonianza alla divina ispirazione, mentre l’operazione visibile, che non può essere se non divina, mostra il dottore di verità, come spiritualmente ispirato, ma disse di essere mandato i potenza di armi: segni questi che non mancano anche ai ladroni e ai tiranni. Né, da principio, gli credettero uomini sapienti nelle cose di Dio, esperimentati nelle cosa divine e umane, bensì uomini bestiali del deserto, affatto ignoranti di ogni divina dottrina, per mezzo dei quali, con la violenza delle armi, costrinse gli altri alla sua legge. Nessun oracolo dei precedenti profeti, rappresentanti autentici del Magistero divino, gli rende testimonianza, che anzi deprava quasi tutti i documenti del Vecchio e del Nuovo Testamento, con favoloso racconto, come è evidente a chi dia una scorsa al Korano; perciò con astuto consiglio non lasciò leggere ai suoi seguaci i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento affinché, per mezzo loro, non fosse accusato di falsità. Così è evidente che coloro, i quali prestano fede alle sue parole, credono con  leggerezza – leviter credunt”.

Alla fine degli anni Cinquanta, un eminente studioso dell’Islam, il padre domenicano Théry, pubblicò, firmandolo con lo pseudonimo Hanna Zacharias, un saggio, “Vrai Mohammed et faux Coran ”, che ha dimostrato, senza lasciare ombra di dubbio, la derivazione del fatalismo a sfondo pessimistico, che sta alla base della teologia dell’incolto Maometto, dalle elucubrazioni eterodosse di eretici e talmudisti, animati da una fanatica avversione al Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento.

L’odio islamico nei confronti degli infedeli, ha infatti origine dalle dottrine ereticali, che contemplavano l’irriducibile opposizione dei veri spirituali (pneumatici, nel linguaggio gnostico) e gli infedeli, animali parlanti da asservire alla punitiva autorità islamica.

Nel 1983 un illustre studioso dell’islam, il professore dell’università di Perugia Pio Filippani Ronconi, dimostrò, in una memorabile conferenza tenuta nella sede genovese del club Zonta, che i maomettani non possono essere assimilati. Essi possono stare fra gli infedeli che incautamente li ospitano solo in figura di candidati all’instaurazione della tirannia coranica.

Ci chiediamo allora: su quale fondamento il professor Doria costruisce il suo progetto di Genova città aperta in tutte le direzioni dell’immigrazione? E quale utilità egli pensa abbia l’immigrazione in una città in devastante crisi demografica (la popolazione genovese è calata del 30% negli ultimi decenni) e in galoppante declino economico quale è Genova?

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