“Margherita Aldobrandeschi”, di Giancarlo Guidotti. Un libro interessante e ricco di fascino  –  di Giovanni Lugaresi

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Deh, quando tu sarai tornato al mondo/ e riposato de la lunga via,/ seguitò ‘l terzo spirito al secondo,/ ricordati di me, che son la Pia;/ Siena mi fé, disfecemi Maremma…”, con quel che segue, è uno dei passi più coinvolgenti non soltanto del Purgatorio (Quinto Canto) ma dell’intera Divina Commedia di Dante.

 di Giovanni Lugaresi

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zzzzclpgdttDeh, quando tu sarai tornato al mondo/ e riposato de la lunga via,/ seguitò ‘l terzo spirito al secondo,/ ricordati di me, che son la Pia;/ Siena mi fé, disfecemi Maremma…”, con quel che segue, è uno dei passi più coinvolgenti non soltanto del Purgatorio (Quinto Canto) ma dell’intera Divina Commedia di Dante.

Viene comunemente definito il canto di Pia de’ Tolomei, nobildonna senese fatta precipitare dal balcone di Castel di Pietra dal marito Nello dei Pannochieschi , podestà di Volterra e di Lucca, per essere libero di sposare Margherita Aldobrandeschi, a sua volta erede di Ildebrandino, conte di Sovana e Pitigliano, detto “il Rosso”.

Margherita non è entrata nel poema dantesco, ma qualcosa a che fare ce l’aveva, per così dire, per via di quel rapporto con Nello marito di Pia, “causa”, si disse a quei tempi, dell’innamoramento del Pannochieschi e del conseguente misfatto da lui ordito nei confronti della donna cantata da Dante.

Una figura femminile fra le non poche che ci presenta il Medioevo, ricca di un fascino derivante dalla posizione sociale e dalla responsabilità ricaduta sulle sue spalle dopo aver perso il padre ancora giovane, con tutti gli annessi e connessi, per così dire, di una situazione che vedeva non pochi decisi a strapparle la contea.

Di Margherita non si sa molto, ma a darci una immagine interessante e ricca di fascino in certi punti, ha provveduto uno studioso singolare: Giancarlo Guidotti, senese di origine, laurea in Lettere a Roma, ma a lungo bancario in quel di Padova. Se non che la vocazione al narrare, scoperta in tempi recenti, ha portato l’autore a immergersi nelle vicende, fra Medioevo e Rinascimento, con opere di godibilissima lettura, a incominciare dalla vera storia (che non ha niente a che fare ovviamente con Bettino Craxi) di “Ghino di Tacco detto il Falco”, per passare poi ad “Ezzelino il Tiranno”, “Petrarca”, “Il conte di Carmagnola” (per fare qualche esempio).

 E adesso è appunto la volta di “Margherita Aldobrandeschi” (Cleup; pagine 180; Euro 14,00): una vita romanzata ma su solide basi documentarie dal punto di vista storico, secondo peraltro lo stile di Guidotti. Il quale sa rendere in maniera esemplare i personaggi nel loro aspetto anche psicologico, oltre che fisico, e nel contesto del loro tempo, delle vicende caratterizzanti un’epoca di forti contrasti, di lotte per il potere, di forti sentimenti, di violenze fisiche e morali, di umiliazioni e di esaltanti affermazioni.

Lotte fra guelfi e ghibellini (la famiglia Aldrobrandeschi era guelfa), ma poi, e ancora, dissidi all’interno di una stessa fazione, sì da poter arguire come particolarismi e divisioni, egoismi ed egocentrismi del nostro oggi vengano da lontano. Soltanto che allora l’uso delle armi e dei veleni era nella… normalità, mentre oggi nella lotta politica si ricorre ad altri espedienti offensivi che rendono superfluo (quasi sempre) l’uso della violenza fisica e lo scorrere del sangue.

Ma emerge anche, dalle pagine di Guidotti riferiti alla protagonista, al suo tempo, e a quella società, come vivo fosse il senso della colpa. Un mondo cristiano, ma al quale il peccato non era certamente estraneo. Ma pure la consapevolezza del peccato medesimo!

Anche qui, volendo fare un raffronto che ci viene spontaneo con l’oggi, non sbaglieremmo sottolineando come latente sia il senso del peccato in una società peraltro in gran parte scristianizzata.

Tornando allo stile e alla vena narrativa di Guidotti, concluderemo con un apprezzamento alla capacità di costruire dialoghi, di tratteggiare (anche fisicamente) figure di personaggi con tocchi ora lievi, ora forti, a seconda del loro essere, del loro rappresentare, del loro agire. Senza contare le atmosfere d’ambiente che fanno compiere al lettore un viaggio a ritroso nel tempo, fino a quel 1255 (circa), anno di nascita della contessa Margherita Aldobrandeschi, della cui data (e luogo) di morte però nulla si sa: nel secondo decennio del 1300 (forse a Orvieto).

Notazione non trascurabile, da ultimo: la capacità di Guidotti di entrare in un groviglio di eventi, spesso confusi, e saperne tenere da maestro il filo conduttore, sì da consentire al lettore di non perdersi in labirinti difficilmente percorribili, sino, per così dire, all’uscita, cioè alla fine.

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