MATRIMONIO E CONVIVENZA. DIRITTI PRESUNTI ED EGOISMI REALI. PROSEGUE LA RIFLESSIONE DELLA CATTOLICA BAMBINA SU UN "SEGNO DEI TEMPI" – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

vedi anche il precedente articolo MATRIMONIO E CONVIVENZA. RIFLESSIONE DI UNA CATTOLICA BAMBINA SU UN “SEGNO DEI TEMPI”


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La conversazione che di recente ho intrattenuto con i miei due giovani amici che rifiutano il matrimonio in favore della libera convivenza mi ha molto colpito, perché ha offerto a me, “cattolica bambina” molti spunti di riflessione, soprattutto per poter valutare i “segni dei tempi” alla luce del Vangelo..

I “fidanzati” in questione sono accaniti sostenitori del riconoscimento delle coppie di fatto da parte dell’ordinamento giuridico e, dato che si apprestano a entrare in quel novero, sperano che sia loro riconosciuto il diritto alla pensione, agli assegni familiari, all’eredità esattamente come se fossero regolarmente sposati e alle elezioni politiche sono pronti a votare per lo schieramento che darà loro maggiori garanzie in proposito.

Questo progetto – anche se non è stato del tutto accantonato – sembra si sia un po’ appannato in Italia negli ultimi tempi, forse perché le ali più radicali della cultura moderna hanno alzato il tiro, a livello internazionale, verso un obiettivo ancora più temerario: il matrimonio tra omosessuali. Ma la conversazione con i due ragazzi, che sapevano di avere nella loro interlocutrice una strenua oppositrice di entrambi i progetti, è stata davvero rivelatrice.

“Se chiedete il riconoscimento di quelli che voi considerate  diritti civili, perché allora non vi sposate, magari civilmente?”

-“Suvvia, Carla, te lo abbiamo detto! Perché non crediamo nel matrimonio e negli obblighi che esso comporta!”

– “Ma non vi sembra che la vostra pretesa di riconoscimento dei diritti ma non dei doveri sia umanamente riduttiva, egoistica e indegna di stima? Perché allora non pretendete anche di essere mantenuti dalla collettività senza lavorare?”

– “Il tuo paragone non calza, perché il lavoro è alla base della sopravvivenza mondiale,e perfino S. Paolo dice che chi non vuole lavorare non deve neppure mangiare. E, dopotutto, in ogni azione della vita non cerchiamo tutti di ricavare il massimo dei vantaggi e il minimo degli inconvenienti? Finché il nostro legame dura è giusto che lo Stato ci aiuti. Proprio perché siamo cittadini come tutti gli altri, che lavorano e pagano le tasse, lo Stato deve rispettare e assecondare la nostra posizione ideologica e non è compito suo giudicare se essa è egoistica o no, perché si tratta di un problema di foro interno. Il mondo non è più come lo presentate voi  cattolici preconciliari. Anche il Card. Martini disse che la Chiesa è indietro di duecento anni!”

Mi sono sentita cascare le braccia all’ emergere dei veri puncta dolentia del problema. I due giovani sono lucidissimi: non solo lo Stato deve legittimare il desiderio del cittadino, ma deve farlo anche con la benedizione della Chiesa! Nel XXI secolo il desiderio sta diventando un diritto. Con la risorsa del denaro pubblico – e quindi anche col denaro dei cattolici – si ha diritto ad abortire, se non si vuole un figlio; si ha diritto ad avere figli sani, anche se si debbono sacrificare alcuni embrioni, indiscutibilmente anche loro esseri umani (“tanto non capiscono niente e neanche si vedono a occhio nudo!”); si ha diritto al suicidio assistito, se non si vuole più vivere; si ha diritto ai vantaggi sociali e giuridici del matrimonio, cioè il massimo risultato, senza averne gli inconvenienti e cioè con il minimo sforzo. Anche gli omosessuali vogliono sposarsi tra di loro e I cattolici sono accusati di omofobia e addirittura di crudeltà, se sostengono con forza che il matrimonio tra omosessuali è un’autentica aberrazione antropologica. Nel nostro mondo narcisista devono essere soddisfatti tutti i nostri desideri, tutti i nostri piaceri e forse la prossima generazione pretenderà il diritto di veder soddisfatta, socialmente e politicamente, ogni esigenza, ogni elementare desiderio per sentirsi umanamente realizzata, e tutto ciò anche con l’avallo di illustri personalità cattoliche. Ma è stupefacente constatare che quando si obietta che le coppie di fatto possono ottenere i medesimi risultati usufruendo delle norme privatistiche previste dal Codice Civile, gli interessati oppongono le tasse da pagare per donazioni e testamenti, a dimostrazione di quanto la loro posizione sia meramente ideologica e opportunistica.

Dire che in quelle pretese è in gioco il concetto stesso di famiglia, che verrebbe svuotata di senso, non ha significato per loro. Sostenere che la famiglia non è solo il luogo degli affetti, ma si regge su un patto di stabilità professato dai coniugi e garantito dalla legge, è un discorso privo di significato. Gridare che non c’è nulla di confessionale in queste affermazioni, ma solo ragionevolezza e umano buon senso è interpretato come integralismo cattolico. Il buonismo relativista ha invaso il sentire comune e purtroppo anche molti cattolici si stanno adagiando, se non proprio nell’approvazione di queste assurdità, per lo meno in una sorta di rassegnato indifferentismo e nell’accettazione della mondiale mainstream. “Che volete: il mondo sta andando così e non possiamo farci niente!…”

Ma a questo punto mille domande si affollano alla mia mente: il “desiderio” umano può trasformarsi in diritto? Non è questa, una pretesa infantile che riceve continue smentite nella vita reale? Ho il “diritto” di vedere soddisfatte tutte le mie aspirazioni di vita, comunque vadano le cose? Ho, per esempio, il “diritto” di restare eternamente giovane con l’aiuto incondizionato della chirurgia estetica pagata dallo Stato? Ho il “diritto”, poniamo, di conseguire una laurea senza il sacrificio quotidiano di uno studio intenso e approfondito? Questa era appunto una delle assurde pretese della ribellione sessantottina che, nelle università italiane degli anni ’70, pretendeva (anche con l’intimidazione) l’assegnazione del “18 politico” a una massa di pseudo studenti più impegnati a gridare slogan nei cortei che a studiare, e le conseguenze sociali sono state viste nei decenni successivi, soprattutto nella scuola e nel mondo dell’educazione in genere.

Da “cattolica bambina“, lascio ai filosofi del diritto la risposta a questi interrogativi, ma ho il sospetto (sperando, però, di essere smentita da qualcuno di loro) che, in questo momento storico, neppure essi abbiano una risposta. Tuttavia so per certo che almeno due millenni di civiltà giuridica occidentale ci hanno insegnato che non possono esistere diritti senza speculari doveri e invece, negli ultimi 50 anni, le “nuove realtà” – accolte entusiasticamente come “interessanti trasformazioni” da sociologi[1] e intellettuali di varie tendenze (e purtroppo anche da alcuni teologi) che negano trattarsi di preoccupanti derive antropologiche – sembrano aver rimescolato le carte in tavola.

Se quei filosofi del diritto mi rispondessero affermativamente, come potrebbero lo Stato e la collettività garantire e soddisfare tutti quei nuovi diritti? Con quali risorse materiali, con quali argomentazioni giuridiche e morali? Non sarebbe più logico e politicamente sensato destinare quelle risorse al sostegno delle vere famiglie, quelle per le quali è già difficile allevare più di un figlio? Dietro queste pretese non si intravede, in filigrana, il mito di Faust? Tutti conoscono il patto diabolico che il “Dottore” dovette stipulare per poter godere per sempre di amore, potere e gioventù, salvo prendere coscienza solo alla fine dell’errore commesso.

Anche volendo riflettere in un’ottica “laica”, mi domando se in un lasso di tempo così breve possano verificarsi, senza conseguenze traumatiche di cui ignoriamo ancora la portata, mutamenti antropologici che contraddicono millenni di diritto naturale. Ma evidentemente per i laicisti questo è l’ultimo dei problemi, perché essi negano addirittura (contro ogni evidenza) l’esistenza di un diritto naturale! E’ uno dei tanti segni dell’affievolimento della fede, che però ha una conseguenza: se essa svanisce, si crea un nuovo tipo di morale che poi diventa moralismo.

Infatti il mondo moderno ha inventato un nuovo tipo di morale decisamente schizofrenico: gli ideologizzati nipotini di Robespierre alzano ghigliottine mediatiche, ma sventolano le loro amate bandiere arcobaleno; condannano le guerre, il razzismo e l’antisemitismo, stando però bene attenti a non offendere i musulmani, di cui hanno paura[2] (per i cristiani trucidati in tanti paesi islamici, invece, non vale la pena di agitarsi tanto);  condannano senza appello chi fuma, chi non rispetta la natura, chi inquina l’ambiente e, per il rispetto dovuto agli animali – che non devono essere uccisi neppure per nutrirsi – propongono con forza il vegetarianesimo. Tutte cose di per sé rispettabilissime, naturalmente,  ma non sono in aperto contrasto dialettico con il sostegno, da parte di quegli stessi ideologi, dell’aborto, dell’eutanasia e dello scardinamento della famiglia?

 



[1] Tra i quali Franco Ferrarotti che, constatando la progressiva sparizione della famiglia tradizionale,  la giudica “una reazione contro la religione di chiesa”. Talk show RAI Uno mattina, 20.12.2012.

[2] Come ha dimostrato la preside che si è ben guardata dal condannare l’éxploit dello studente islamico che auspicava lo sterminio di tutti gli ebrei. Fonte: BastaBugie n. 282 del 1°.2.2013.

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