MATRIMONIO E CONVIVENZA. RIFLESSIONE DI UNA CATTOLICA BAMBINA SU UN “SEGNO DEI TEMPI” – di Carla D’Agostino Ungaretti

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di Carla D’Agostino Ungaretti

 

 

inmConosco una giovane coppia, entrambi figli di cari amici di vecchia data, che ha deciso di andare a convivere escludendo a priori il matrimonio anche in un futuro più o meno prossimo.

Data la confidenza che mi lega a questi due giovani, che praticamente ho visto nascere e appartenenti a famiglie di antica e solida tradizione cattolica, ho instaurato con loro un’interessante riflessione su questa decisione palesemente in  contrasto con l’insegnamento e l’esempio ricevuti dai rispettivi genitori. In un primo momento i risultati della discussione, condotta sempre in termini molto pacati ed  affettuosi, sono stati stupefacenti per me, “cattolica bambina” forse ancora un po’ ingenua ma poi, riflettendoci meglio, ho dovuto riconoscere che sbagliavo a stupirmi  perché la loro scelta di vita è stata adottata in perfetta sintonia con il clima morale e sociale che stiamo vivendo e che ha influenzato anche molti che si professano cattolici, come i due giovani in questione. E non nego di aver provato allora un certo scoraggiamento.

Questi due ragazzi, al pari di moltissimi loro coetanei, hanno ricevuto un’educazione cattolica – e posso tranquillamente affermare, in proposito, che i loro genitori hanno fatto del loro meglio per dare loro un esempio e una testimonianza – sono entrambi laureati e hanno la fortuna di avere un lavoro; sicuramente si amano, i loro caratteri sono compatibili ed essi condividono gusti e interessi. E allora? Che cosa ispira in loro una simile paura del matrimonio da indurli a rifiutare decisamente, non solo il Sacramento, ma anche la semplice cerimonia civile?

Ho usato il termine “paura” e non ho sbagliato, perché di autentica “paura” si tratta: del timore, cioè, di sentirsi in futuro intrappolati in legami dati per scontati come eterni e indissolubili, anche se – scegliendo il matrimonio civile e ragionando in termini ”laici”– essi avrebbero pur sempre la scappatoia del divorzio.

A ben guardare, infatti, perché stupirsi di una simile paura? Il mondo moderno, liberalizzando i costumi sessuali e addirittura incoraggiando i rapporti prematrimoniali, è riuscito a svilire, a umiliare, a svalutare e – mi si consenta la parola – anche a sporcare il più bel dono che Dio abbia fatto all’umanità: l’amore tra l’uomo e la donna, quell’esaltante, misterioso, inestricabile, meraviglioso coinvolgimento di mente, spirito, cuore e sensi che, quando ci innamoriamo, ci sembra eterno e ci fa sentire padroni di un mondo più bello e più buono. Quando poi questo sentimento, così totalizzante, è elevato alla dignità di Sacramento ed è aperto alla procreazione, ci fa veramente sentire chiamati a collaborare con Dio,  Creatore del genere umano.

Oggi, invece, nell’atmosfera di precarietà che respiriamo, tutto sembra congiurare contro quella sensazione di eternità che per millenni ha fatto parte del patrimonio morale e spirituale della nostra civiltà, che è stata sempre esaltata da poeti e artisti in ogni tempo, in ogni paese e in ogni cultura e che dovrebbe costituire per tutti noi una ragione di vita. Mi torna in mente – a questo proposito – la vicenda, ammantata di una musica straordinaria, di Maddalena di Coigny nell’”Andrea Chénier” di Umberto Giordano.  Nel periodo tenebroso della rivoluzione francese Maddalena, fanciulla aristocratica che aveva perso tutto e rischiava ogni giorno di morire sulla ghigliottina, aveva incontrato l’Amore, quel “dio” che le aveva detto “Vivi ancora!”, restituendole il desiderio di vivere e di sperare. Ma anche se la vita e la speranza saranno per lei di breve durata, quell’epoca crudele, sfavorevole a lei e al suo amato, non riuscirà a distruggere il loro legame che si rivelerà “forte come la morte“, come aveva ben intuito l’autore del Cantico dei Cantici.

Nulla di tutto ciò, oggigiorno. Il relativismo moderno, distruggendo il romanticismo, è riuscito anche ad insinuarsi nel modo di concepire l’amore. I miei giovani amici sono sicuri di amarsi ora, ma non se la sentono di giurarsi amore e fedeltà eterni, impegnandosi in questo senso, davanti a Dio o al Sindaco. Perciò intendono scavalcare anche la cerimonia civile, produttrice anch’essa di obblighi sia morali che giuridici. Come si possono accettare degli obblighi se non si è sicuri che il legame affettivo, che ora esiste, esisterà anche fra dieci o vent’anni? Chi può ipotecare il futuro? Allora è meglio carpere diem e limitarsi a convivere, mettendo anche al mondo dei figli (perché no?) senza scommettere o illudersi troppo sulla durata della relazione. Non sono disposti a costruire il loro legame giorno per giorno, conoscendosi sempre meglio e adattandosi ogni giorno reciprocamente l’uno all’altro confidando nell’aiuto di Dio effuso dalla Grazia Santificante del Sacramento, o meglio: sarebbero anche disposti a farlo, ma in una prospettiva puramente contingente e umana, che non tiene conto di riferimenti spirituali e trascendenti e comunque stando sempre ben attenti a non farsi cogliere impreparati da un eventuale fallimento.“Se andrà bene, saremo felici e invecchieremo insieme, altrimenti ci diremo addio senza rimpianti e senza troppe difficoltà”.

Come dicevo poc’anzi, una simile lucidità di pensiero mi ha lasciato inizialmente interdetta: come può esistere – anche fra cattolici – una possibilità di comprensione e di aiuto reciproci in presenza di dichiarazioni programmatiche esistenziali così nette? Però ho dovuto anche riconoscere, in queste intenzioni, una logica che potrebbe essere considerata rispettabile, anche se perversa e inaccettabile da orecchie cattoliche. Intendiamoci: i matrimoni infelici purtroppo sono sempre esistiti, come sono sempre esistite le separazioni coniugali, ma una volta anche i non cattolici – per i quali il matrimonio non era vissuto come un sacramento – si avvicinavano ad esso consapevoli di fare una scelta di vita che li impegnava fino alla morte e una eventuale separazione era vissuta come un fallimento personale. Oggi invece il fallimento di un matrimonio viene presentato come una porta aperta a un nuovo incontro e a un nuovo legame. Sembra anzi che negli Stati Uniti, paese sempre all’avanguardia nel bene come nel male, sia molto di moda festeggiare il divorzio con un party di significato uguale e contrario a quello della festa di nozze. Da “cattolica bambina“, io non so proprio se ridere o piangere.

D’altro canto, e a ben guardare, è anche vero che oggi la scelta del Matrimonio Sacramentale  – quando non è motivata da un desiderio di immagine o per accontentare i genitori (purtroppo si verifica anche questo) – è una scelta più vera, più di sostanza, motivata veramente dalla fede. Ma le giovani generazioni hanno un’idea di quello che significa avere fede in Cristo? Quella fede che sostiene la vita e dà significato a ogni atto, anche il più (apparentemente) banale? Non credo: penso piuttosto, e con dolore, che la generazione alla quale anche io appartengo abbia spesso fallito nell’educazione di chi è venuto dopo di essa, anche se in buona fede.

I miei giovani amici sembrano avere le idee molto chiare. Il loro rifiuto del matrimonio non dipende da difficoltà esterne di tipo sociale, come potrebbe essere la mancanza di lavoro e quindi di sicurezza economica, ma è di tipo culturale, basato sulla debolezza del loro progetto di vita della quale essi non sembrano rendersi conto, o alla quale non sembrano attribuire importanza. Si direbbe che essi stessi diffidino del loro sentimento, ritenendolo troppo fragile per edificarvi sopra qualcosa che possa durare tutta la vita e la debolezza del loro progetto li porta a un ripiegamento sul presente; in questa prospettiva essi agiscono solo per rispondere ai propri immediati bisogni e non si rendono conto che, in questo modo, si lasciano schiavizzare  da quei bisogni medesimi. D’altronde, i casi di fallimenti matrimoniali che purtroppo abbiamo tutti sotto gli occhi rendono spiegabile la loro “paura” del futuro che li induce a cercare di eliminare il rischio di imprevisti.

So bene che questi giovani rappresentano un po’ la punta estrema di un trend comune nel nostro tempo e che non tutti la pensano come loro: anzi, la maggior parte dei loro coetanei non disprezza affatto il matrimonio, ma considera la convivenza come il trampolino di lancio verso la futura regolarizzazione del loro rapporto. Però è un dato di fatto che oggi ci si sposa sempre meno, come ci rivela la recentissima ricerca dell’ISTAT secondo la quale continua ad aumentare il numero di bambini nati fuori dal matrimonio. Insomma, sembra proprio che se una volta amarsi era un buon motivo per sposarsi, oggi si ritiene inutile farlo proprio perché ci si ama. I miei giovani amici incarnano alla perfezione l’ideale post-moderno del vivere “fluttuando” in questa società “liquida” senza intralci, senza impegni definitivi, senza legami di sorta. Con un bagaglio leggero si può passare da un’esperienza a un’altra in cerca di gratificazioni istantanee. Di questo passo ci si può aspettare che fra qualche generazione il matrimonio, come istituto disciplinato dal diritto civile, sarà morto e sepolto; sopravviverà solo il Sacramento tra cattolici sorretti da un genuino e autentico sentimento di fede.

Nella discussione avevo riservato per ultimo un argomento che mi sembrava decisivo nel tentativo di risvegliare la “coscienza cattolica” dei due fidanzati, ma in realtà esso ha rivelato un altro punctum dolens, perché ha trovato i due giovani perfettamente agguerriti:

-“Ma voi, ragazzi, avete ricevuto un’educazione cattolica. Non vi rendete conto che il vostro progetto è contrario all’insegnamento della Chiesa? Tutto questo non conta più niente per voi?”. La risposta è stata stupefacente.

“Suvvia, Carla! Perfino la Chiesa oggi è diventata indulgente! Non hai letto cosa ha scritto il Cardinale … , il Vescovo di … ? Perfino le suore americane protestano contro l’integralismo cattolico! E chiedono che si riconosca la dignità delle convivenze gay perché anche quello è amore! E se la riconoscono ai gay, perché dovrebbero negare quella dignità a noi,  che gay non siamo di certo?”

Che dire? La logica è ineccepibile, ma come è potuto avvenire che, in meno di 50 anni,  si sia verificato un capovolgimento esistenziale e antropologico di una simile portata? Esagero se, da “cattolica bambina”, penso con tristezza che il “nemico” è perfettamente riuscito a seminare la zizzania nel campo del Padrone favorendo la formazione di un simile equivoco dottrinario anche tra persone consacrate? Gesù ci ha esortato a interpretare i segni dei tempi “giudicando da noi stessi ciò che è giusto” (Lc 12,57) e allora io vedo, nella zizzania seminata dal “nemico”, il peccato di superbia che pervade oggi l’umanità e che contagia anche il mondo cattolico. Se il semplice desiderio diventa un diritto da realizzare ad ogni costo e riceve anche l’avallo più o meno sommesso di chi dovrebbe custodire la verità ed educare ad essa,  vuol dire che l’uomo si sente simile a Dio e, nella sua autoreferenzialità, Gli lancia (voglio sperare inconsapevolmente) il grido di Lucifero: Non serviam!

Ma la discussione non è finita qui. Subito dopo la conversazione ha preso un altro indirizzo, altrettanto meritevole di riflessione, ma di esso parlerò un’altra volta.

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