Memorie di un’epoca – Enzo Tortora: i giudici lo uccisero due volte – di Luciano Garibaldi

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Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano

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20 – sabato 31 ottobre 2015

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ENZO TORTORA: I GIUDICI LO UCCISERO DUE VOLTE

Dopo la sua assoluzione con formula piena, che lo risarciva dell’ingiusta carcerazione subìta da innocente, uno dei suoi calunniatori, Gianni Melluso, in una intervista lo definì «mercante di morte». Ne seguì una denuncia per calunnia presentata dalla figlia di Tortora, Silvia. Ebbene, il procedimento fu archiviato con la seguente, allucinante formula: «L’assoluzione di Tortora rappresenta soltanto la verità processuale e non anche la verità reale sul fatto storicamente verificatosi».

di Luciano Garibaldi

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zzzztrtrrsttIn suo nome gli italiani andarono alle urne nel 1986. Il referendum, voluto dai Radicali, prevedeva la condanna dei giudici che, per incapacità o malafede, rovinano una persona. Esso fu vinto, anzi stravinto, con l’80 per cento dei voti. L’uomo in nome del quale gl’italiani avevano votato in massa era Enzo Tortora. Ma i risultati del referendum furono immediatamente vanificati grazie alla beffa della «legge Vassalli» (l’allora ministro della Giustizia, un socialista), autentica presa in giro degli italiani che avevano detto «sì» al referendum.

Gli italiani volevano, sic et simpliciter, che un giudice responsabile d’aver rovinato la vita d’un innocente per incapacità, disonestà, superficialità, pagasse di tasca propria. Ebbene, Vassalli, facendo finta di non aver capito ciò che voleva il popolo, preparò una legge che prevedeva la condanna esclusivamente di quei magistrati che avessero agito «con dolo o colpa grave»: due cose praticamente impossibili da dimostrare, anche perché un magistrato che agisse con dolo sarebbe un delinquente peggiore di qualsiasi delinquente, persino del peggiore dei mafiosi, mentre, purtroppo, per rovinare una persona, basta un imbecille pieno di sé. Ed è l’imbecille pieno di sé che la gente non tollerava nella funzione di giudice, è l’imbecille pieno di sé che la gente chiedeva a gran voce fosse privato dell’arma terribile della toga. Purtroppo, grazie ai cavilli di quella legge, nessun magistrato, nemmeno il più macroscopicamente imbecille e in malafede, paga oggi nulla per il suo comportamento.

Enzo Tortora morì a causa di alcuni magistrati di questa stoffa, oltreché per colpa della quasi totalità dei giornalisti italiani, schieratasi fin dal primo momento contro colui che era un loro collega. Eppure, chi è stato suo amico ed estimatore, come chi scrive queste note, sa che Enzo non si tirava mai indietro se c’era da battersi per una causa di giustizia. Per esempio, all’epoca del suo arresto, stava per metter mano ad un’indagine giornalistica sul linciaggio morale prima, e sull’assassinio poi, del commissario Luigi Calabresi, massacrato a Milano nel 1972 da fanatici dell’ultrasinistra. La persecuzione giudiziaria di cui cadde vittima lo distolse da questa ricerca, che toccherà poi al sottoscritto, dopo la sua morte, portare a termine.

Tutto ciò aiuta a capire quanto crudele sia stato, per lui, dover soccombere di fronte ad un’operazione di somma ingiustizia, somma proprio perché mascherata da giustizia e attuata da coloro che della giustizia avrebbero dovuto essere i custodi, anzi i sacerdoti: cioè i magistrati.

Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983, mentre era all’apice del successo televisivo: la sua trasmissione del venerdì sera su Rai Due, «Portobello», vantava 28 milioni di telespettatori, un’audience mai più raggiunta da nessuno showman nel nostro Paese. Il suo arresto avvenne nel quadro del cosiddetto «maxiprocesso» alla camorra, un «maxiprocesso» nel quale furono tuttavia coinvolte soltanto alcune centinaia di figure di secondo piano, mentre i veri capi della malavita napoletana restavano al sicuro, e francamente non si è mai capito perché. Occorre premettere che Tortora, genovese ma di origini napoletane, detestava la camorra e in genere la malavita, e più volte ne aveva fatto oggetto di duri attacchi televisivi. Il suo coinvolgimento nella grande retata fu pertanto il risultato di un complotto nato nelle carceri ad opera di incalliti delinquenti come il pluriassassino Giovanni Pandico e il killer Pasquale Barra (aveva strangolato il boss Francis Turatello, squarciandogli poi il petto e mangiandogli il cuore), decisi a farla pagare cara a quel rappresentante del perbenismo borghese così severo nei loro confronti, ammesso che avessero agito di loro iniziativa e non imbeccati da qualcuno.

La cosa più incredibile è che le accuse lanciate contro Tortora e raccolte a verbale prima dai carabinieri e poi dalla Procura di Napoli, iniziarono nel marzo 1983, sicché la magistratura ebbe tutto il tempo per verificarle. Ma nessuna indagine bancaria fu fatta sui conti di Enzo, né il suo telefono fu posto sotto controllo, né egli venne mai pedinato. Al colonnello dei carabinieri Roberto Conforti e al procuratore di Napoli Francesco Cedrangolo bastarono quelle accuse basate sul nulla, che chiunque poteva inventare, per decidere di rovinare un galantuomo come Tortora. Il dottor Cedrangolo ricevette da chi scrive un accorato rapporto che lo metteva in guardia contro il terribile errore giudiziario che si stava commettendo: un rapporto  che gli feci pervenire attraverso sua nuora, la mia amica e collega, oggi scomparsa, Francamaria Trapani, e al quale il procuratore non si degnò neppure di rispondere.

Dal momento dell’arresto, reso clamoroso dalla triste immagine televisiva di Tortora trascinato via dai carabinieri in manette, mandata in onda ben dieci volte dai telegiornali di quella TV di Stato al successo della quale Enzo aveva pure collaborato in maniera tanto determinante, l’operato degli inquirenti fu mirato, anziché a cercare prove e riscontri alle accuse, a raccogliere le più inverosimili chiamate di correo, inventate da paranoici, mitomani, criminali come Gianni Melluso, calunniatori di professione, ricercatori di occasioni autopubblicitarie come un pittore fallito di cui non ricordo il nome e che, sperando in una intervista con tanto di foto, venne a trovarmi nel mio ufficio di caporedattore al settimanale “Gente”, dal quale lo cacciai fuori a calci.

Bastava che uno di tali individui, dall’interno di un carcere, o dall’anonimato della sua squallida vita quotidiana, si presentasse agli uomini del colonnello Conforti e ai sostituti del dottor Cedrangolo, perché le sue parole venissero prese come oro colato, pur prive del benché minimo straccio di prova, e il personaggio in questione ottenesse immediatamente un trattamento di favore. Ormai quei Pm erano accecati dallo spasmodico sforzo di tenere in piedi la loro inchiesta, che sarebbe miseramente franata qualora si fosse scoperto il marchiano errore compiuto con Tortora. Si arrivò a contestare al famoso presentatore un numero di telefono trovato sull’agendina di un camorrista: senonché quel numero corrispondeva a un certo Enzo Tortòna. Tortòna, e non Tortora. E comunque, sarebbe bastato comporlo sulla tastiera telefonica, per capire che il famoso giornalista non c’entrava nulla. Ma, per non correre il rischio, quei magistrati indegni (come li definirà poi la sentenza d’appello) attesero ben otto mesi prima di decidersi a fare quella telefonata.

Uno scempio simile della giustizia e del diritto non sarebbe potuto avvenire senza la complicità di quasi tutti i giornalisti italiani, colpevolisti fin dall’inizio o per beceraggine, come l’editore e (per vile piaggeria) il direttore del settimanale del quale ero allora capo redattore, e dal quale rassegnai, sdegnato, le dimissioni, o semplicemente perché, in un’epoca in cui trionfava il sovversivismo di sinistra di marca radical-chic, Tortora, vecchio liberale, rigido conservatore di destra, stava antipatico a quei miserabili. I quali, alla notizia della condanna a 10 anni, arrivarono all’onta di brindare a champagne.

Né si può dimenticare la responsabilità morale dei liberali «ufficiali», da Zanone (l’affossatore del PLI: sua la frase suicida «Il PLI è un partito che si colloca a sinistra della DC») fino a Malagodi, suoi compagni di partito (Tortora era iscritto al PLI dall’immediato dopoguerra), che non mossero un dito per difenderlo, lasciandone l’incombenza a Marco Pannella e perdendo così un’occasione storica, non meno che quella, gravissima e inconcepibile, dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ch’ebbe a dichiarare: «Tortora si è difeso male», forse non dimentico di una trasmissione di Antenna Tre in cui Enzo, assieme a me, gli aveva rinfacciato una sua proverbiale battuta: «Le Brigate rosse sono nere». Miserie ch’ebbero il risultato di far risaltare il grande merito di Francesco Cossiga, il quale, salito al Quirinale nel 1985, convocò Enzo Tortora, nella sua veste formale di presidente del Partito Radicale, indifferente alla sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, trattandolo con un tale calore umano e una tale simpatia da non lasciare dubbi sul messaggio che aveva inteso lanciare a tutta l’opinione pubblica.

Tortora era uscito dal carcere il 17 gennaio 1984, profondamente piegato nello spirito e nel fisico. L’unico a porgergli una mano fu Marco Pannella, che gli offrì una candidatura alle imminenti elezioni del Parlamento europeo. Fu un successo travolgente. Tortora fu eletto con oltre 500.000 preferenze. Caso unico nella storia d’Italia del secondo dopoguerra. Un Pm napoletano, il dottor Diego Marmo, dichiarò: «E’ stato eletto con i voti della camorra», non tenendo conto del fatto che quelle preferenze il neo deputato le aveva ricevute al Nord.

Il processo ebbe inizio il 14 febbraio 1985 e andò avanti sette mesi, in un clima di autentico sopruso giudiziario nei confronti di Tortora. Tutte le eccezioni dei suoi difensori erano sistematicamente respinte. Neppure le tardive ritrattazioni dei pentiti, indotti a smentire ciò che avevano affermato in sede istruttoria perché mai abbastanza soddisfatti del trattamento di favore riservato ai calunniatori, furono prese in considerazione. Tortora «doveva» essere condannato. E fu condannato a 10 anni di reclusione, con una sentenza, emessa il 17 settembre 1985, nella quale Enzo veniva definito «un cinico mercante di morte».

Spogliatosi, come aveva solennemente promesso, dell’immunità parlamentare, con le dimissioni rassegnate a Strasburgo, Tortora fu rinchiuso agli arresti domiciliari. Ebbe finalmente giustizia nel settembre dell’anno seguente, il 1986, con la sentenza della Corte d’Appello di Napoli, che lo proscioglieva da qualsiasi accusa con la formula più ampia, e cioè «per non aver commesso il fatto». Sentenza poi confermata in Cassazione. Nel 1987 tornò in TV con «Portobello», ma ormai non era più il brillante e polemico «anchorman» di un tempo. Un velo di amarezza, un sorriso triste gli segnavano il volto.

Il cancro lo aggredì mentre stava lanciando «Giallo», la sua nuova trasmissione. Morì il 18 maggio 1988, all’età di 60 anni. Volle essere cremato, e volle che, assieme alle sue ceneri, fosse chiusa nell’urna una copia della «Storia della colonna infame» di Alessandro Manzoni. Non soltanto nessuno dei magistrati che lo perseguitarono, ma neppure i suoi calunniatori hanno pagato. Malgrado si tratti di rapinatori o pluriassassini, sono tutti in libertà.

Alcuni anni dopo la sua morte, la sua memoria fu ancora insozzata da una sentenza della magistratura. Gianni Melluso, in una intervista, lo aveva definito «mercante di morte». Ne era seguita una denuncia per calunnia presentata dalla figlia di Tortora. Ebbene, il procedimento fu archiviato il 14 ottobre 1990 dal giudice istruttore di Napoli. Secondo il decreto di archiviazione, «l’assoluzione di Tortora rappresenta soltanto la verità processuale e non anche la verità reale sul fatto storicamente verificatosi».

Richiamandosi a questa sentenza, mai appellata per totale e purtroppo comprensibile sfiducia nell’Ordine giudiziario, un qualsiasi azzeccagarbugli che vesta la toga del giudice è di fatto autorizzato a gettare fango sulla memoria di Enzo Tortora.

11 commenti su “Memorie di un’epoca – Enzo Tortora: i giudici lo uccisero due volte – di Luciano Garibaldi”

  1. Sono di nuovo colma dell’orrore, del disgusto, dell’indignazione che provai
    quando accadde questa vicenda.
    Non mi era molto simpatico Tortora perché mi sembrava che esibisse troppo
    la sua enorme cultura.
    Quindi non ero prevenuta per simpatia verso di lui su quanto accadde.
    Ma quando avvennero quei fatti, io insieme alla mia famiglia inorridimmo, e
    non abbiamo MAI dimenticato:

    – la mattina presto Tortora AMMANETTATO ripreso da diverse telecamere
    mentre usciva fra i carabinieri!!!!

    1. Noi dicemmo subito:
      – “Da chi sono stati informati di quanto doveva accadere???”
      – “Chi aveva voluto che l’avvenimento fosse visto da tutti i TG?”

      Ogni volta che sono accadute le innumerevoli INGIUSTIZIE italiane, abbiamo
      ricordato il carissimo Enzo Tortora volutamente torturato nel corpo e nello
      spirito.
      E cosa dire del suo contegno dignitosissimo?
      Quando vedo la figlia al TG, mi ritorna in mente SEMPRE il suo babbo.
      E provo SEMPRE lo stesso disgusto..!!!
      Stasera pregherò per lui e per la figlia.
      E anche per lei, gentile Luciano Garibaldi per questo commemorativo
      terribilmente commovente articolo.
      GRAZIE!!
      Il Signore la benedica!

  2. Enzo Tortora fu in primo luogo una vittima della barbara legge sui pentiti.
    Perché venne varata siffatta mostruosità giuridica? Correvano gli anni del terrorismo e DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, che avevano messo già alla berlina lo Stato e l’Unità Nazionale, non sapendo fronteggiare l’eversione, sottoscrissero un patto con i terroristi. Le suddette nullità politiche partitocratiche, per garantirsi le poltrone promisero ai terroristi – che non avevano alcun progetto – l’impunità. Infatti, quando i terroristi venivano arrestati, si “pentivano” tradendo i propri compagni e farsi quindi pochi anni di carcere indipendentemente dalle vittime causate.
    I propagandisti di DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI sostennero – e sostengono – la balla di aver vinto il terrorismo quando, in realtà, ci fu solo un armistizio che mise fine allo Stato.
    La barbara legge sui pentiti venne estesa a mafiosi e camorristi con il risultato che, il crimine, oggi è vivo e vegeto.
    Tortora fu tirato in ballo proprio dal…

  3. “Tortora, vecchio liberale, rigido conservatore di destra, stava antipatico a quei miserabili. I quali, alla notizia della condanna a 10 anni, arrivarono all’onta di brindare a champagne”. Quella vicenda era nauseante già allora. Si capiva bene che era una montatura, ma addirittura apprendere tanta cattiveria ostentata dai colleghi fa venire i brividi. Non mi meraviglio: ne ho conosciuti di esseri squallidi e miserabili così, a cominciare dai banchi del liceo. Che tristezza….

  4. Federico Fontanini

    Bene ha fatto, Gent. Garibaldi, a ricordare una grave ingiustizia – delle non poche – commesse dalla magistratura. E giusta la memoria di un uomo che seppe rispondere con dignità. Non nascondo la commozione nel leggere l’articolo anche se non avevo particolari simpatie per il noto e bravo conduttore televisivo.

  5. Raffaele Vargetto

    Vorrei domandare al dott. Garibaldi se non possa essere fondato il sospetto che Tortora sia stato incastrato da una trama per impedirgli – siamo ancora nel 1983 – di fare luce su un’altra vicenda dolorosa, quella di Calabresi, un’altra vittima dell’ingiustizia e dell’odio: vicenda che poi, cinque anni dopo, troverà uno sbocco con il pentimento vero di uno dei partecipanti all’agguato contro il commissario.

  6. Caro Dottor Garibaldi,
    visto che la barbara legge sui “pentiti” ha procurato molte vittime, perché non fa conoscere ai lettori di Riscossa Cristiana la drammatica ed incredibile vicenda che vide per protagonista il Generale Amos Spiazzi di Corte Regia, patriota perseguitato a vita scomparso il 4 novembre di tre anni fa?

  7. Perché, stimatissimo Garibaldi, non compie lì’opera sino in fondo rendendo pubblici, per la edificazione di chi, ancora giovane all’epoca non ricorda appieno gli avvenimenti, i nomi e i cognomi dei responsabili?. I giornalisti, i direttori delle testate giustizialiste, i politici, gli investigatori, i Pubblici Ministeri (quelli che rientrano in quella tal categoria che ella magistralmente ha evocato) i giudici dei tribunali, ecc.ecc.? E non sarebbe male, in particolare per gli appartenenti alla magistratura (accuratamente scritta con lettera minuscola) la carriera raggiunta. Sarebbe, io credo, altamente istruttivo.Ma non temano i magistrati. Giorno verrà in cui la vergognosa legge Vassalli verrà cassata ed al suo posto verrà approvata una legge che metterà al loro posto gli “imbecilli pieni di sé”.

  8. Luciano Garibaldi

    Ringrazio di cuore – con ritardo di cui mi scuso – tutti i lettori di RISCOSSA CRISTIANA che hanno espresso apprezzamento per il mio ricordo di Enzo Tortora. Le loro frasi, i loro giudizi, le loro speranze dimostrano che esiste – eccome, se esiste! – un’Italia migliore. Grazie anche per il suggerimento su Amos Spiazzi. Cercherò di provvedere.

  9. Purtroppo nell’articolo si è dimenticato di ricordare come, utilizzando il clamore attorno alla figura di Tortora, alcuni camorristi vennero assolti nel silenzio della stampa, così chiassosa quando si trattava di distruggere un “borghese” come Tortora. Non tutti i giornalisti lo abbandonarono. In quei giorni conobbi per caso Piero Angela, che mi raccontò il suo dolore e la sua rabbia per la persecuzione scatenata contro Tortora. A Cossiga non mancava certo il coraggio e poi nutriva un malcelato disprezzo per la casta dei magistrati. Quindi difese apertamente Tortora. Ma nel mondo dei politici di professione era un caso isolato, visto con sospetto dall’opinione dominante.

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