MODERNITA’ E MODERNISMO – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

Caro Professor Vassallo,

interessante il suo recente articolo “Gli opposti profili del Concilio Vaticano II”. Ella ha ricordato le acute e lungimiranti considerazioni che il Cardinale Siri fece nel 1970 circa un convegno teologico a Bruxelles, dove si presentava la teologia non come scienza della fede in fedeltà alla Tradizione, alla Scrittura ed al Magistero, ma come opinione rispecchiante la modernità che passa e che rompe con l’opinione di ieri in un linguaggio ambiguo, sgusciante e fluttuante che favorisce l’equivoco e la slealtà. Quanto tali considerazioni sono ancora attuali!

Ella mette in luce come il coraggioso e dotto Cardinale, strenuo difensore della Sacra Tradizione della Chiesa, accogliesse senza esitazioni le nuove dottrine del Concilio Vaticano II, senza vedere in esse, contrariamente all’opinione di molti a destra e a sinistra, alcuna rottura col passato. Dunque, un sano ammodernamento o, come diceva Papa Giovanni, un “aggiornamento”, ma per nulla modernismo. Moderni, sì; modernisti, no. Il modernismo è eresia; ammodernarsi, rinnovarsi, progredire, approfondire la conoscenza della verità è esigenza della vita, dovere morale, necessità dello spirito. La carità che non progredisce, diceva S.Agostino, non è carità.

Nella modernità occorre discernere, secondo il comando paolino: “provate tutto, tenete ciò che è buono”. La modernità non è un assoluto. Unico assoluto è il Vangelo. Quindi non si tratta di vagliare il Vangelo alla luce della modernità, come fanno i modernisti, ma di vagliare la modernità alla luce del vangelo: questo è il messaggio del Concilio. Mentre il Vangelo è pura verità, la modernità è un misto di vero e di falso, di buono e di cattivo, come tutte le cose umane. Né adoratori del presente né laudatores temporis acti, ma vedere il presente potenzialmente nel passato e il passato come preparazione del presente.

S. Pio XIn tal modo il concetto che il Card.Siri aveva della Tradizione – come Lei riferisce – era di per sé conciliabile con l’idea di progresso inteso come continuo approfondimento dei dati della Tradizione: “Con il termine tradizionale s’intende soltanto ciò che non respinge quanto viene offerto dalla Scrittura e dalla tradizione divina, secondo l’insegnamento magistrale della Chiesa, tenendo il già certo e non rifiutando l’ulteriore approfondimento. Insomma, tradizionale non significa vieto, pigro, immobile, barbogio, mummificato”. Il Magistero della Chiesa, dunque, nella visione di Siri, è come l’evangelico “scriba sapiente”, che dal suo tesoro “trae cose nuove e cose antiche”. La Tradizione della quale parla Siri non è altro che quella “Tradizione viva” della quale parla il Papa.

Siri quindi sapeva bene che ogni Concilio Ecumenico e quindi anche il Vaticano II non è che un testimone autorevole ed infallibile della Tradizione, che esso riprende, conferma e sviluppa, facendoci sempre meglio conoscere quelle verità divine ed immutabili che Cristo un giorno consegnò agli apostoli da trasmettere a tutto il mondo sino alla fine dei secoli.

Nel contempo, come ho già detto in altre occasioni, non ho difficoltà a riconoscere, insieme con altri studiosi, l’esistenza, nelle dottrine nuove del Concilio, di espressioni imprecise ed equivocabili, che si prestano ad un’interpretazione modernista, di fatto largamente adottata dagli stessi modernisti. Ciò è ben messo in luce, per esempio, da studiosi di vaglia, come il teologo Mons.Brunero Gherardini, il filosofo Paolo Pasqualucci e Roberto De Mattei da Lei citati, miei amici, anche se, mentre loro sembrano senz’altro accusare il Concilio di aver in qualche modo ceduto al modernismo e quindi rotto con la Tradizione, io ritengo che si tratti di farne una buona interpretazione, per la quale è possibile dimostrare la continuità di questi insegnamenti con la Tradizione precedente il Concilio stesso. E del resto, come diversamente potrebbe essere in una dottrina come quella conciliare che tratta di materie di fede o prossime alla fede? E’ vero che esso non ha proclamato nuovi dogmi; eppure le sue dottrine trattano pur sempre di temi o derivati dalla Rivelazione o connessi con la Rivelazione.

Ella poi collega la pubblicazione del mio libro su Rahner(1) all’uscita dei libri dei suddetti Autori, quasi a voler dire che io, con questa mia opera, li avrei favoriti nei loro interventi. Osservo che Lei da una parte mi fa troppo onore, ma dall’altra parte mi sento in dovere di precisare che, se è vero che trovo molta consonanza con loro nella denuncia che faccio del modernismo postconciliare, è altrettanto vero che io vedo l’attuale diffondersi di modernismo come effetto non di qualche avallo che ad esso possa venire dal Concilio, come ho detto sopra, quanto piuttosto di una sua falsa interpretazione non abbastanza confutata e repressa dell’autorità ecclesiastica. E’ vero tuttavia che si ha l’impressione che qualche dottrina del Concilio sia stata sfiorata in qualche modo, se non nei contenuti, quanto meno nel linguaggio, dall’alito pestifero del modernismo.

Pertanto mi avvicino a Mons.Gherardini nel chiedere al Papa che voglia emanare un documento nel quale egli dia l’esatta interpretazione delle nuove dottrine del Concilio, possibilmente in forma di canoni, dalla quale possa risultare con chiarezza e certezza sia il loro livello di autorità, sia la loro continuità con la Tradizione, pur nella novità degli sviluppi.

Inoltre condivido la proposta dell’arcivescovo Mons.Atanasio Schneider che il Santo Padre voglia pubblicare un elenco delle interpretazioni erronee delle nuove dottrine del Concilio, così da togliere ogni pretesto ai modernisti e da rassicurare i lefevriani circa i loro dubbi a proposito della continuità delle dottrine conciliari con quelle precedenti del Magistero della Chiesa.

Fr.Giovanni Cavalcoli,OP

Bologna, 22 giugno 2011

 

NOTE

[1] Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009.

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