MONS. BUX E MONS. FELLAY – di P. Giovanni Cavalcoli, OP

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Sulla delicata e importante questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X abbiamo di recente pubblicato la lettera aperta di Mons. Nicola Bux al superiore della Fraternità San Pio X e la risposta di Mons. Williamson. Il dibattito era stato aperto da un articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Meglio che i lefevriani accettino l’accordo con Roma (per salvare Roma)”. Pubblichiamo ora un nuovo contributo, scritto da P. Giovanni Cavalcoli, OP, nella certezza che la questione sarà definita, per il bene della Chiesa, dall’autorità del Santo Padre.

PD

san pietro

 

Mons.Bux e Mons.Fellay

 

di P. Giovanni Cavalcoli, OP

 

Come è stato diffuso dai mass-media ed è stato pubblicato anche in questo sito, Mons.Nicola Bux, eminente liturgista e docente di teologia presso l’Istituto Ecumenico di Bari, ha recentemente indirizzato alla Fraternità S.Pio X nella persona del suo presule il Vescovo Mons. Fallay un appello nobile ed accorato, in nome della concordia, dell’obbedienza e della pace, a cessare dalla separazione da Roma e a tornare nella piena comunione con la Chiesa cattolica.

Una risposta a nome della Fraternità nella persona del Vescovo Williamson non si è a fatta attendere. In essa, con tono gentile ed anche con espressioni di stima nei confronti del Sommo Pontefice, si ribadisce tuttavia l’impossibilità da parte della Fraternità di riallacciare regolari rapporti con Roma, perché ancora una volta si insiste nella tesi secondo la quale le dottrine del Concilio sarebbero in contrasto con la verità di fede. La Fraternità intenderebbe conservare la retta fede, guastata dalle “tenebre” del Concilio. Da qui il rifiuto di riconciliarsi con Roma, che invece ha deviato dalla verità a seguito delle innovazioni conciliari.

Con simile risposta il Presule lefevriano non fa che ricordare a tutti e allo stesso Mons. Bux che la questione di fondo con Roma non è di carattere disciplinare, morale, canonico o pastorale e non è neppure la famosa questione della Messa Tridentina, attualmente liberalizzata, come è noto, dallo stesso Pontefice.

La questione di fondo è di carattere dottrinale, come a suo tempo ebbe a dichiarare il Papa stesso avvertendo la Fraternità che se voleva essere in piena comunione con la Chiesa, avrebbe dovuto accettare le dottrine del Concilio, evidentemente le dottrine nuove, ossia gli sviluppi della dottrina tradizionale e dei dogmi precedenti, giacchè per quanto riguarda la presenza nel Concilio di insegnamenti dogmatici già definiti dal precedente Magistero, i lefevriani non hanno alcuna difficoltà ad accettarli, atteso il senso che essi hanno della Tradizione e dell’immutabilità del dogma.

Mons. Williamson fa un’enunciazione di principio sulla quale non possiamo non essere tutti d’accordo: lunità e la concordia suppongono la comune accettazione della verità. Non possiamo accogliere l’invito ad unirci a chi vorrebbe fondare l’unità sulla falsità. Il problema sorge invece dal modo col quale Mons. Williamson applica questo principio. Egli infatti lo riferisce alla questione della riconciliazione con Roma e, supponendo che Roma a causa del Concilio sia uscita dal sentiero della verità, avverte Roma sulla base del suddetto principio male applicato, che la Fraternità non si sente di unirsi a Roma a meno che la Chiesa del Concilio e del postconcilio non si rimangi le dottrine del Concilio in quanto in contrasto con quelle della Tradizione.

Roma ha mutato là dove non doveva mutare; non ha conservato ciò che doveva conservare. Al Concilio i fedeli della Tradizione sono stati sconfitti dai modernisti (i cosiddetti “progressisti”). Questa sostanzialmente è l’accusa della Fraternità. La Fraternità viceversa a suo dire ha conservato per una speciale assistenza dello Spirito Santo la purezza e l’integrità della fede di sempre (cf. lo slogan della “Messa di sempre”). Dunque, secondo lei, se una riconciliazione potrà avvenire, essa deve fondarsi sul fatto che Roma recupera, alla luce della Tradizione, quella stessa Tradizione immutabile e divina che la Fraternità ha conservato onde salvare la Chiesa dalle tenebre del Vaticano II e riportarla alla luce della verità della Tradizione.

Osservo, d’altra parte, che l’attaccamento eccessivo ed unilaterale dei lefevriani alla Messa Tridentina dipende dalla loro incapacità di apprezzare la riforma conciliare vedendo in essa una profanazione della liturgia, mentre questa si dà certamente nell’interpretazione rahneriana della liturgia, ed inoltre dipende da una visione arretrata della dottrina cattolica, visione incapace di riconoscere nelle dottrine del Concilio un approfondimento ed un’esplicitazione della medesima dottrina cattolica.

E’ in sostanza mutatis mutandis lo stesso atteggiamento che assunse Lutero, benchè i lefevriani si dichiarino avversari di Lutero in nome del Concilio di Trento. Anche Lutero, ritenendosi illuminato dallo Spirito meglio del Papa, non faceva tanto una questione di comunione ecclesiale o di prassi cristiana o liturgia, quanto piuttosto della verità del Vangelo o, come egli diceva, della Parola di Dio. I lefevriani parlano di “Tradizione” e di dogma anzichè di “Scrittura”, ma il metodo e l’atteggiamento verso Roma sono uguali.

Vorrei quindi far notare garbatamente a Mons. Bux che per quanto importante e speriamo utile sia il suo appello, la questione di fondo per noi cattolici e per la stessa S.Sede, nelle sue trattative con i lefevriani, non può limitarsi ad un generico per quanto fervido e sincero invito all’unità, all’obbedienza e al ritorno, ma comporta la capacità della Commissione pontificia incaricata delle trattative di convincerli che col Concilio la Chiesa non è affatto uscita dal sentiero della verità, non è caduta nell’eresia, non ha tradito la Tradizione, ma al contrario ha confermato il dogma e la Tradizione ed anzi li ha meglio illustrati e li ha esplicitati in un linguaggio moderno, assumendo quanto di valido c’è nel pensiero moderno (pur condannandone gli errori) ed andando incontro alle necessità del nostro tempo, proprio in vista di una nuova espansione del cristianesimo nel mondo.

Occorre convincere la Fraternità (dovrebbe saperlo!) che custode supremo della Tradizione non è la medesima Fraternità, ma è il Sommo Pontefice nel suo insegnamento come pastore universale della Chiesa e mediante gli insegnamenti dei Concili, compreso il Vaticano II. A Pietro e solo a Pietro Cristo ha affidato la custodia e l’interpretazione definitiva del dato rivelato, le cui fonti sono la Tradizione e la Scrittura. Questa dovrebbe essere convinzione elementare di fede di ogni buon cattolico, per cui la pretesa di cogliere in fallo Roma su questo punto non ha senso o vuol dire semplicemente che non abbiamo capito che cosa Roma ci insegna.

Non dovrà dunque essere Roma a correggersi, ma questo dovere, da compiersi con umiltà e fiducia, spetta soltanto ai seguaci di Mons. Lefebvre, che devono convincersi che le dottrine del Concilio – per quanto forse possa sembrare qua e là – in realtà non rompono con la Tradizione ma sono in continuità, ed anzi, come ho detto, ne sono una spiegazione ed un’esplicitazione, tanto che sarebbe fuori della verità cattolica proprio chi si opponesse a quelle dottrine.

Tutto ciò vuol dire, purtroppo, che nella questione lefevriana non c’è in gioco tanto lo scisma, come spesso si crede, ma la questione è ancora più grave e radicale: questi fratelli sono caduti nell’eresia nel momento in cui accusano le dottrine del Concilio di essere eretiche. E’ vero che il Concilio non definisce nuovi dogmi ed è vero che eretico è soltanto chi si oppone ad un dogma definito. Ma eresia può esser anche accusare di eresia le dottrine di un Concilio, le quali, anche se non definite, tuttavia trattano materia di fede in quanto sviluppano dati della Rivelazione precedentemente definiti dalla Chiesa o contenuti nella Tradizione.

Il Papa e Mons. Williamson – su ciò essi sono certamente d’accordo – pongono la questione con chiarezza e franchezza nella sua impressionante radicalità: la questione è sostanzialmente dottrinale, c’è in gioco la verità di fede. Chi è che sbaglia in fatto di fede? La Chiesa del Concilio Vaticano II o la Fraternità S.Pio X? E’ questa che deve correggere Roma o sta a Roma correggere i lefevriani? Chi è il supremo custode ed interprete della Tradizione? Roma o Mons. Lefebvre?

Quanto poi alla questione sollevata da Mons. Williamson circa il famoso messaggio di Fatima relativo alla conversione della Russia, non pare essere più di attualità, giacchè da anni ormai il regime sovietico, grazie a Dio, ha cessato di esistere. Questo certamente non vuol dire che il problema comunista non continui ad esistere. Basti pensare alla Cina e ad altri paesi del mondo, compresa la nostra stessa Italia. E ciò non significa assolutamente che la situazione internazionale della Chiesa e del mondo possano lasciarci tranquilli, come credono alcuni ingenui buonisti irresponsabili e privi di discernimento, numerosi nelle fila dei modernisti.

Non si può non apprezzare la devozione mariana del Vescovo lefevriano. Tuttavia dobbiamo ricordare che il messaggio di Fatima, per quanto riconosciuto dalla Chiesa e capace di attirare le folle da quasi un secolo con immensi frutti di bene, resta pur sempre una “rivelazione privata”, circa la quale la Chiesa ha sempre la facoltà e il diritto di giudicare e modificare. Soltanto la “rivelazione pubblica”, ossia il Vangelo, è un dato che la Chiesa non può assolutamente mutare o relativizzare.

Se pertanto i Papi non si sono attenuti esattamente a quanto era richiesto nel messaggio di Suor Lucia per ottenere la conversione della Russia, non dobbiamo turbarci o scandalizzarci, quasicchè i Papi – come dicono alcuni troppo attaccati a Fatima – abbiano “disobbedito alla Madonna”. Infatti Maria SS.ma, Madre di Cristo, del quale il Papa è Vicario in terra, Ella per prima, per quanto messaggera celeste, sottomette i suoi messaggi al discernimento del Sommo Pontefice al quale Ella stessa in certo modo è sottomessa come prima figlia della Chiesa.

Per questo bisogna dire che Maria certamente è Regina della Pace e Madre di Riconciliazione, come appare per esempio in modo evidente a Medjugorje; ma questi vitali valori possono realizzarsi solo nella piena obbedienza alla sana dottrina – non importa se antica o moderna – che ci viene insegnata dalla Santa Madre Chiesa di ogni tempo, compreso l’oggi, anzi si potrebbe dire soprattutto di oggi, perché è nell’oggi della Tradizione che la sacra Tradizione si presenta con la sua massima attuale esplicitazione.

Mons. Williamson ha ragione dunque nel ricordare la situazione di grave pericolo – una “terza guerra mondiale”? – nella quale viviamo e i gravi problemi che esistono all’interno della Chiesa. Ma la questione è sempre la stessa: come premunirci? Come rimediare? Ritornando alla situazione dottrinale di prima del Concilio, quasi fossimo usciti dal retto sentiero? Cancellando come eresie i progressi dottrinali del Concilio infetti di modernismo (di illuminismo, liberalismo, antropocentrismo, secolarismo, indifferentismo, ecc. ecc.)? O non piuttosto interpretando giustamente e con i buoni teologi le dottrine del Concilio in fedeltà alle indicazioni di Roma? Non sarà questa la via per la salvezza della Chiesa e del mondo di oggi?

 

Bologna, 24 marzo 2012

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