NASCE IL “RELATIVISMO ETICO”: UNA CASA SENZA FONDAMENTI – di Mauro Faverzani

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di Mauro Faverzani

 

 

Il “Corriere della Sera” ci riprova. E compie un altro passo nella battaglia

culturale, da tempo avviata,astuta ed estrema ad un tempo. Con un obiettivo: smantellare il diritto naturale e sostituirvi il nulla, ovvero il relativismo etico.

Questa volta, il quotidiano milanese, indossati gli abiti dell’intellettuale chic, ha proposto nell’inserto “Letture” del 5 febbraio scorso un’intervista al professor Rémi Brague, docente universitario a Parigi e Monaco. A suo parere, vano sarebbe cercar le radici cristiane dell’Europa, poiché queste sarebbero “un’immagine strana”. In che senso, non lo spiega. Anzi, gli suscitano disappunto: “Perché considerarci come una pianta?”, si

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chiede. Contraddicendo sé stesso, quando -poche righe dopo- ammette: “Bisogna pur nascere da qualche parte”. Le radici, appunto… Ma Brague va oltre. Ed azzarda lo stravolgimento dell’etica. Il relativismo -afferma- “non è l’equivalenza dei valori, ma l’idea stessa di valore”. Non solo: potremmo amare soltanto “ciò che è bello”. E propone: “Bisognerebbe farla finita con i valori e riscoprire i beni”. Ma -bello e beni- definiti tali in base a che cosa, se privi di una scala valoriale purchessia, se privi di un “in sé” ultimativo? Brague specifica: beni “materiali, molto concreti”. Il che ancora una volta contraddice quanto da lui stesso dichiarato, il pensarci cioè “radicati in ciò che non si può afferrare”, ciò che “sfugge a ogni possesso”.

Allora, si decida: astratto Iperuranio o materialismo pratico? Alla fine, si capisce, a lui va tutto bene, purché confluisca nella parola d’ordine, sia pur variamente agghindata, quella di “relativismo”. E lo dimostra, definendo “nuovo al giorno d’oggi” il fatto che l’uomo “dipenda sempre più dalla sua libera decisione”. Ognuno faccia quel che gli pare, insomma. Per lui, non ci sono assoluti. Da qui, l’attacco finale: “La verità può essere imbarazzante, quando qualcuno pretenda di detenerla, di averla ricevuta da Dio, di imporla agli altri”.

Il professor Brague farebbe bene a rileggersi il discorso di Papa Benedetto XVI per il Congresso Internazionale sulla Legge Morale Naturale, promosso nel febbraio del 2007 dalla Pontificia Università Lateranense. Lì troverebbe tutte le risposte del caso. Scoprirebbe, ad esempio, come la lex naturalis sfugga solo a chi abbia “un concetto di natura non più metafisico, ma solamente empirico”, suscitando uno “smarrimento”, un “disorientamento, che rende precarie ed incerte le scelte della vita di ogni giorno”. Scoprirebbe come, in realtà, tale legge sia “scritta nel cuore dell’uomo” e sia quindi a tutti accessibilissima, avendo quale “primo e generalissimo principio quello di ‘fare il bene ed evitare il male’”, cioè una “verità, la cui evidenza si impone immediatamente a ciascuno”. Scoprirebbe come da qui discendano i Valori o principii, da cui promuovere “la maturazione della coscienza morale”: vita umana, verità, libertà condivisa, giustizia. Con applicazioni molto concrete, famiglia e società in primis. “La legge naturale è, in definitiva -spiega Benedetto XVI- il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica”. Di più: “La legge iscritta nella nostra natura è la vera garanzia offerta ad ognuno per poter vivere libero e rispettato nella propria dignità”. Parole, contro cui peraltro i concetti pindarici di Brague non pare possano proporre, né rappresentare alcuna valida alternativa. Probabilmente i ripetuti tentativi di relativismo etico posti in essere -per la verità, non solo dal “Corriere della Sera”- dovrebbero poter contare su altri, più solidi presupposti teoretici. Ammesso (e non concesso) che questi esistano…

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