Neocapitalismo, “sessualità” & deriva pandemica. O del disfacimento dell’uomo

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Non c’è resurrezione, nemmeno spirituale, senza l’internazionalismo dei vaccini. (J.M. Bergoglio, Pasqua 2021)

Assai sospetto, e dunque da considerare con estrema vigilanza, è l’intervento crescente che, di solito con pretesti filantropici, lo Stato esercita sull’organizzazione sanitaria. (E. Jünger, Trattato del Ribelle)

“La liberazione sessuale [che è una “frammentazione”] è la polverizzazione dell’amore in quanto processo totale della vita umano-femminile” (J. Camatte, http://www.nelvento.net/critica/disvelamento.pdf, p. 62). Tanta “sessualità”, poco amore; e tanta (troppa, soprattutto se “parlata”, “politicizzata” ovvero agita in forme patologiche) “sessualità”, sussunta senza residuo nel capitale, ha ultimamente trovato la sua eminente forma di elezione, sul piano sociale, nella teoria del cd. “gender”.

Quest’ultima costituisce una sorta di sottocultura distopica mal digerita, un assurdo precipitato di “studi” di origine statunitense (e di matrice remotamente gnostica, quindi molto connotato in senso “culturale”!) che mescola atomismo sociale e scissione individuale patologica, e che si sta imponendo nella società della “astenia” – prodotto di un’angoscia tanto “sottile” quanto sfuggente e pervasiva – e dell’acedia globale, in cui è proibita, con l’assenso delle masse anestetizzate, finanche una respirazione ordinaria, ma non l’accesso dei minori alla pornografia, che è, come l’”informazione” e tutte le ramificazioni del sistema, una forma di controllo politico-finanziario della società intimamente legata alla tecnologia (riproduzione e trasmissione diimmagini) e non diversa dal traffico di stupefacenti, in quanto il suo consumo, espressione di angoscia, è fondato sulla compulsione (E. Michael Jones, Libido Dominandi. Sexual Liberation and Political Control, South Bend [In] 2000, pp. 8-9) e volto alla disintegrazione di ogni individualità e vincolo comunitario.

La precarietà eretta a sistema di vita, nella “società gassosa” (R. Guénon) del “gender fluid” (due paradossi in un’espressione), che penetra nei recessi più intimi dell’anima tramite il consumo indotto di immagini onnipresenti, è sommamente funzionale al capitale ubiquo (si pensi agli sponsor del “gay pride”: mai vista una “minoranza oppressa” foraggiata dalle multinazionali!), che, nella melassa indistinta del “nuovo umanesimo”, genera l’”animale globale”, schiavo delle proprie passioni, automa mercificato e quindi totalmente asservito. “Sessualità” vs amore, dunque: è lo spettacolo, angosciante e raccapricciante, di cui siamo oggi spettatori (paganti): “essere contro la procreazione è come essere contro il lavoro; è voler essere spossessato della vita e dell’attività” (Camatte, op. cit., p. 62 [corsivo nostro]).

Il “movimento omosessuale”, che nasce in California come reazione antiborghese e non conforme – e ora è mediaticamente ridotto a un vittimistico reclamare “diritti” ultraborghesi! – riduce ultimamente il sesso, nella sua forma “mercificata” e già sottoposta a un degenerescente processo di separazione/avversione all’amore come “pienezza”; il neocapitalismo, che lo glorifica nella pubblicità, nel marketing, nel cinema, nella psicologia e nella cultura di massa, e più generalmente come ideologia funzionale al suo trionfo onnipervasivo (che coinciderà con la sua autodistruzione), costituisce un cannibalismo mimetico: in realtà, il “lavoro” del finanziere cosmopolita non è per natura difforme dai crimini del sessuomane (anzi,…), ma si potrebbe dire che i secondi sono la continuazione e la “sublimazione”, su di un altro piano, del primo.

Non a caso, la sodomia non costituisce una relazione paritaria: in essa si esercita un dominio che è in palese, apparente contrasto con la retorica dell’uguaglianza, di cui è la manifestazione “privata” che si copre col belletto scialbo e stantio delle vacue petitiones principii a uso dei polli in batteria. Una doppia verità, in cui la realtà ultima contraddice quanto declamato ai quattro venti? Certamente, una finzione da baccanale di periferia, l’ultimo artificio dell’inimicus homini, il cui ferale colpo da maestro incanta le masse ipnotizzate dai media mondialisti; ma, soprattutto, un gioco “esoterico” di parole e significati, in cui la “libertà” exoterica per le masse è in realtà il controllo “esoterico” di queste: la “razionalizzazione del caos”, allo stesso modo del “delirio calcolante” dell’”economia di mercato”, implica che la libertà percepita è schiavitù reale, e che chi controlla le passioni degli uomini ridotti a “macchine desideranti” controlla gli uomini stessi (“ordo ab chao”; E. Michael Jones, op. cit., p. 9).

La “liberazione sessuale” è “un processo interno al capitale” (ibidem, p. 61), a sua volta “grande realizzatore di possibili” che nega la vita (e anche la sofferenza, quindi: aborto, divorzio, eutanasia spacciati come “diritti” in particolare dai loro alfieri per eccellenza, i radicali, liberali col male ma totalitari contro il bene) attraverso la tecnica, cui la stessa scienza medica – dimentica del “primum non nocere”, e dunque non più tale – si è quasi totalmente asservita; e, aggiungiamo, porta alla scissione dell’individualizzazione assoluta (“l’inferno sono gli altri” di Sartre), alla “reificazione dell’altro” (ibidem, p. 62) e eventualmente alla alienazione, alla depressione/follia.

Si diviene ciò che si pensa (altro dalla natura e dalla ragione: una macchina, una “bestia”, un mostro, un atomo irrelato ed antisociale), per astrazione mediata dai processi immaginifici indotti dallo spropositato (e passivo) consumo del tubo catodico. È vero ciò che dice la TV, nonostante le patenti assurdità e contraddizioni. Anime tecnicamente alienate, profondamente divise in sé, atomi autocentrati e resi folli dall’isolamento che cosificano l’altro come “oggetto di piacere” (di violenza), sulla base di turbe riconosciute ufficialmente dalla psichiatria fino a qualche decennio fa; e che, allo stesso tempo, lavorano alla dissoluzione delle istituzioni classiche, politiche e morali, della civiltà occidentale: Stato, comunità (“corpi intermedi”), famiglia, persona, tutte fondate su di una gerarchia (“esterna” o “interna”) e su reti di relazioni ben definite.

Ecco, dunque, la radice psicoideologica della convergenza tra potentati apolidi (spesso di proprietà di figuri più che ambigui) e coventicole omosessualiste (perché gli omosessuali sì e i barboni no? Perché considerare solo il sesso/genere LGBT?): il dominio e la noia (non si lavora più come una volta!), che genera, sulla base della negazione dei sani vincoli comunitari, del carattere trascendente della vita e quindi della miserrima constatazione del suo abissale non senso, esperimenti di “ingegneria sociale” da un lato e brame, angosce, incubi ed allucinazioni dall’altro, oggi rubricate come “diritti civili” senza che alcuno scoppi in una fragorosa risata.

Si pensi anche, da questo punto di vista, alla “ristrutturazione globale” in itinere via ”covid” – su cui stranamente si concentra tutto l’apparato mediatico, “terapeutico” e di ricerca –, e a tutto ciò che sta dietro, e in radice, alla monca e repressiva “filosofia vaccinale”, che non è altro che il terrore storicamente ben risalente di morire, e quindi di vivere (di soffrire), cui si cerca di opporsi ostinatamente e “sacramentalmente” col siero sperimentale (per dabbenaggine, per paura, per moda, per una sorta di “possessione ideologica” o per attivazione dell’”archetipo” dell’elisir di lunga vita): in entrambi i casi, la libertà (e, ancor prima, il dovere) di dire la verità autoevidente – e di comportarsi di conseguenza, anche contro una “discriminazione” falsa, esagerata o percepita e/o strumentalizzata politicamente – è vietata, di fatto o per legge.

Tuttavia, il diritto si basa sull’oggettività dei fatti, non su “sensibilità” o su “ideazioni” irrazionali e comunque cangianti (oltre che spesso generate ad arte): pensare di essere un uomo nel corpo di una donna, o odiare, non costituiscono fattispecie giuridicamente rilevanti, perché troppo vaghe, soggettive e mutevoli; neppure l’amore lo è (il matrimonio si fonda sulla fedeltà tra i coniugi e sull’accudimento della prole – un terzo oggi spesso escluso! –, e la stessa idea di “matrimonio omosessuale”, fondato sull’avarizia borghese, sull’invidia proletaria e sulla ossimorica istituzionalizzazione del vizio, è una corbelleria anche da un punto di vista solo etimologico). Spiace ricordarlo, ma l’inversione dei fini del matrimonio, teorizzata a tavolino nel pestilenziale Vaticano II, ha favorito il processo irrefrenabile di cui stiamo discorrendo: forse gli omosessualisti, invece che schernirla, dovrebbero omaggiare la Chiesa… Chi disprezza compra?

Quando i prosaici interessi “crematistici” e il principio assolutizzato dell’utile narcisistico in salsa pansessualista – ciò che porta inevitabilmente alla depressione/possessione degli uomini sedicenti “liberi”, causata anche da una diuturna, frustrante rincorsa edonistica di una idea che non esiste, in terra: la “felicità” – si incontrano con la furia ideologica scissa dall’evidenza del reale, il prodotto da laboratorio che ne deriva per cortocircuito è letale: a maggior ragione quando il potere che frena è “in eclisse”. Vi è, peraltro, un nesso più profondo anche tra erranza esistenziale, ideologia politica e pedofilia. L’anarchico e omosessuale H. Bey, già collaboratore del bollettino della NAMBLA (North American Man/Boy Love Association) ed ermeneuta (in senso pedofilo) del poemetto sufi Contemplation of the Unbearded (tecnica sufi nota anche come Shahed Bazi, “Gioco del Testimone”), ha proposto per primo le “Zone Temporanee Autonome”, fondandole sulla rivisitazione delle “utopie pirata” (sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma è proprio così: questo è anche il titolo di un suo libro); d’altra parte, uno degli assassini del commissario Calabresi, G. Pietrostefani, insegna che la “guerra corsara” è una “forma estrema del libero commercio” (titolo di un libro pubblicato per Jaca Book, nel 2002). Una T.A.Z sarebbe “[…] una operazione di guerriglia che libera un’area (di tempo, di terra, di immaginazione) e poi si dissolve per riformarsi in altro dove, in un altro tempo […]” (H. Bey, T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome, Milano 2007, p. 15).

Queste zone, franche per definizione ma anch’esse “temporanee”, infestano oggi le nostre città ad es. con i cdd. centri sociali e, in misura forse minore, le scuole. In esse tutto è permesso, poiché tutto è mutevole; l’unica legge, praticamente, è il suo contrario: l’anomia, che risulta dalla negazione del peccato di origine (non è possibile risalire alle origini, perché ciò significherebbe abolire la storia. Un esito tutto sommato coerente, a partire dalla miasmatica premessa secondo cui l’uomo sarebbe una creatura del tutto autodeterminantesi (e quindi destinata all’autodistruzione), ma altrettanto interno al processo capitalista, che riproduce sul piano “spirituale” di un utilitarismo “antinomistico”. Il valore genera sempre un controvalore, che dipende costitutivamente da quello: senonché, mentre fino a qualche tempo fa esso era marginalizzato e tabuizzato (ed anche penalmente perseguito), oggi è celebrato come modello (ed anche legalizzato).

Il corpo (la natura delle cose) non ha più valore né senso: la “disforia di genere” sta lì a dimostrarlo, nel suo pervicace negare il sinolo di corpo e mente; e chi manifesta uno squilibrio inerente alla propria percezione del rapporto tra corpo e mente non va curato, ma assecondato e fatto oggetto di “transizione”, a spese dello Stato (cioè anche dei cittadini “normali”, che non hanno grilli per la testa e magari attendono mesi per un esame medico importante…).

I prodotti della fantasia umana – soggettivi per definizione, e spesso puramente immaginifici – sono sovrani sulla realtà (sul significato, sulla funzione e sulla destinazione) dei corpi. L’uomo è ridotto a merce (come valore “spirituale” invertito) sessualizzata: le donne dei paesi del “terzo mondo” affittano il loro utero per soddisfare i capricci di affluenti invertebrati del primo. “Il corpo è mio e lo gestisco io”: quello degli altri, pure, a patto di avere un pingue conto in banca.

La deriva “universalistica” e “mercificante” del femminismo occidentale è però fermamente contrastata da H. Bouteldja, intellettuale franco-algerina che afferma, nel suo intento di “decolonizzare l’antirazzismo” e di rifiutare il femminismo e l’omosessualità come fenomeni “virali” di importazione occidentale a partire da categorie dialettico-comunitarie: “Abbiamo una relazione conflittuale con il movimento Lgbt poiché tende a universalizzare le identità sessuali nate in Occidente in un contesto di persecuzione degli omosessuali per renderle identità politiche universali senza preoccuparsi della moltitudine di forme sessuali che sono state schiacciate nel passato coloniale e che continuano ad essere schiacciate”; inoltre, forse ancor più significativamente, “no, il mio corpo non mi appartiene. Nessuna autorità morale mi farà assumere la parola d’ordine delle femministe bianche. Appartiene alla mia famiglia, al mio clan, al mio quartiere, alla mia razza, all’Algeria, all’Islam. Appartengo alla mia storia e se Dio vorrà, apparterrò ai miei discendenti” (I bianchi, gli ebrei e noi, Roma 2017).

Nelle forme degenerescenti, anche solo da un punto di vista “logico”, della genderizzazione il capitale celebra, con la ritualità prosaica dell’inversione, tipica della fase terminale del kali yuga, l’orgia illimitata della produzione e del consumo e della spoliazione (morale, oltre che fisica) dell’altro sul piano della corporeità, con evidenti ricadute sull’ambito “animico”, familiare (la famiglia costituisce forse l’unico istituto a non essere ancora del tutto intaccato dalla logica capitalistica dell’”accumulazione di tempo”: ma si vuole che tutto sia famiglia per distruggere l’unica vera) e sociale. Le “messe in scena” rituali di “tensioni” metafisiche occidentali – actiones, “performances”, “ordine che produce ordine” –: Messa, processo, tragedia (Verità, Giustizia, Vita), si sono alchemicamente trasmutate nei cerimoniali macchinistici, totalitari e cangianti, della dissoluzione: non prima, ovviamente, che i tre riti siano stati destrutturati dall’interno, per usura storica e modernistica “lucida follia”, lasciando che all’ordine trascendente succedesse, dopo immane battaglia, il disordine infero che produce esponenzialmente angoscia.

Alla civiltà dell’intelletto è succeduta quella dei sentimenti (della volontà, del cuore); ora siamo ristretti fino al collo nel pantano della Kultur della menzogna, dell’anomia, del ventre, del subconscio, della “società dello spettacolo”, l’inferno in terra (cfr. i tre regni oltremondani): liberate certe forze tra l’indeterminato e l’infero, sarà ben difficile ricostringerle entro i fines in cui erano ordinariamente addomesticate, soprattutto dopo la recente stretta concentrica contro la natura e la verità, sull’immigrazione (porti spalancati per gli africani), sul “vaccino” (Draghi: bar chiusi per gli italiani, “chi non si vaccina muore”), sul gender (Zan) e sul “rito amazzonico” (Bergoglio, che oltre ad essere deista ed idolatra a suo stesso dire non è più vicario di Cristo, ha di fatto rivietato la Messa romana, negando per legge la Tradizione divina!).

Il tutto, paradossalmente, in nome dell’”accoglienza”, del bene comune, dell’”amore”, della tradizione: esplicitamente ma illegittimamente. E allora, quale avvenire per chi ha avuto la sventura di nascere da pochi lustri, se oggi si è stretti tra la virtuale “identità digitale” e la farneticante “identità di genere”, nella precarietà diffusa eretta a valore fondante del sistema?

La società occidentale è ormai regredita, col concorso determinante della tecnica, sul piano di un feroce primitivismo da salotto tribalista (cfr. la diffusione dei tatuaggi): la via della mano sinistra è adattata così ai beoti del capitalesimo. I piedi non mondati dal Sommo Sacerdote, a ogni istante ricrocifisso, violano capricciosamente i principi primi riconosciuti da ogni civiltà di ogni tempo: “oportet ut scandala eveniant, verumtamen…”.

L’”inclusione” è esclusione, la “transizione” è depersonalizzazione, desocializzazione e denazionalizzazione, l’”integrazione” è disintegrazione: la “civiltà occidentale”, Zivilisation della “grande parodia”, è divenuta, per inversione, un immenso laboratorio ove esperire i rituali della via della mano sinistra. Si è “tollerato” il male per poi scientificamente sdoganarlo e inocularlo nei corpi e nelle menti vacue delle masse: visto che il neoliberalismo è un pensiero in radice totalitario, oggi è addirittura proibito fare domande su certi temi. “Non accumulate tesori sulla terra”, diceva lo stesso che proferì questo terribile monito: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”. Passi o no in qualsiasi “bivacco di manipoli”, vi è l’esiziale, verosimile pericolo che il decreto Zan (e la messa amazzonica, e il “green pass”), che evidentemente è rimasto sordo a queste sante minacce, si sia irrimediabilmente insinuato nelle nostre coscienze.

(Ringrazio l’amico S. Borselli per la sua disponibilità a discutere alcuni temi che hanno costituito l’oggetto del presente articolo).

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1 commento su “Neocapitalismo, “sessualità” & deriva pandemica. O del disfacimento dell’uomo”

  1. Articolo monumentale, come quelli della sig.ra Frezza. Ho trovato questo sito solo un paio di giorni fa, quindi ho letto ancora poco dei suoi contenuti. Faccio i miei complimenti più sentiti per l’altissimo livello intellettuale. Seguirò il sito con continuità.
    Saluti

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