Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / VII – di Dario Pasero

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Dante e la poesia – seconda parte

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di Dario Pasero

per leggere la prima parte, clicca qui

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Nelle due ultime cornici del Purgatorio, la VI (dei golosi) e la VII (dei lussuriosi), incontriamo, a brevissima distanza temporale l’uno dall’altro, due poeti che Dante conobbe (non personalmente, ma attraverso le loro opere), il secondo dei quali egli considerò – e per sua stessa ammissione – come modello.

Canto XXIV. È uno dei canti più famosi di tutto il Purgatorio in quanto in esso, cogliendo l’occasione dell’incontro col poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani (ca. 1220-1290), Dante ci dà sia la definizione che la spiegazione del termine “Stilnovo”, da lui stesso elaborato. In questa sesta cornice Dante ha incontrato e riconosciuto, solamente al suono della voce perché dall’aspetto è irriconoscibile per la sua magrezza, l’amico Forese Donati, anch’egli, per inciso, poeta, anche se di questa sua attività qui non si fa cenno. Egli, smagrito nel corpo per penitenza della sua colpa di gola, presenta a Dante alcune anime, proprio per la impossibilità di riconoscerle, tra le quali spicca – per l’interesse che Dante dimostra nei suoi confronti – proprio quella del poeta lucchese. Costui, vissuto come detto poco prima di Dante, fu poeta secondo lo “stile” dei siciliani, le cui opere fece conoscere in Toscana ed imitò, mutando tuttavia la lingua, dalla siciliana alla sua propria toscana. Dopo che Forese glielo ha presentato (“Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,/ Bonagiunta da Lucca…”; vv. 19sg.) insieme ad altre anime, Dante ci dice che la sua attenzione venne attratta proprio da quest’anima (“Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza/ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca”; vv. 34sg.), avviando poi con lui un dialogo, breve ma intenso, sull’argomento della poesia, dialogo che, seppure in pochi versi, tocca in pratica tutto lo svolgimento della poesia italiana del tempo, dai siciliani fino a Dante stesso. È proprio Dante, sollecitato da Bonagiunta, che gli chiede se egli sia davvero il poeta che ha rinnovato la poesia italiana del tempo (vv. 49-51), a darci due informazioni: prima, e indirettamente attraverso le parole del lucchese, l’interessante notizia di come Dante faccia iniziare la seconda e più importante fase della sua attività poetica con la canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore” (Vita nuova, XIX); poi, ed esplicitamente attraverso sempre le parole di Bonagiunta, la definizione di “Stilnovo” per la poesia sua e di quanti la pensino come lui. Dopo la risposta di Dante relativa al suo modo di fare poesia, è ancora Bonagiunta (ma non dimentichiamo che anche le parole del personaggio sono pensiero di Dante…) che chiosa affermando di comprendere finalmente il “nodo” (cioè la difficoltà, l’ostacolo) che trattenne tutti i poeti precedenti, lui stesso compreso, al di fuori del “dolce stil novo ch’i’ odo” (v. 57). È interessante altresì notare che Dante, sempre attraverso Bonagiunta, metta sullo stesso piano Bonagiunta stesso, Guittone ed il Notaro, cioè Jacopo da Lentini, mescolando così l’esperienza toscana a quella siciliana. Ciò parrebbe dimostrare che per Dante, che leggeva i siciliani resi in volgare toscano, le differenze tra le due esperienze fossero minime o comunque non così evidenti come appaiono a noi, che leggiamo i siciliani nella loro forma linguistica originale.

La differenza che Dante ci dà, relativamente al suo modo di fare poesia rispetto a quello dei suoi predecessori, consiste molto semplicemente nel seguire l’ispirazione poetica amorosa in modo “diretto” invece che lasciarsi guidare da dei modelli. Famosa è altresì la definizione che il poeta ci consegna di Amore: il dittatore del v. 59, cioè colui che ci “ditta” (v. 54) dentro, che ci ispira. Nulla che vedere dunque con l’uso moderno di “dittatore”, in chiave politica.

L’episodio termina in modo quasi brusco (“e, quasi contentato, si tacette”; v. 63), dopo averci fornito preziose indicazioni non solo su Dante e la sua esperienza poetica, ma anche su come leggere l’episodio successivo sulla poesia che troviamo appena due canti dopo questo.

Nel canto XXVI siamo saliti all’ultima delle 7 cornici del Purgatorio, quella dei lussuriosi, le anime dei quali, divise in due schiere, distinte cioè tra i lussuriosi secondo e contro natura, camminano lentamente nelle fiamme, simbolo di purificazione ma che richiamano anche l’immagine della “fiamma d’amore” (agnosco veteris vestigia flammae, dice Didone alla sorella Anna al v. 23 del canto IV dell’Eneide virgiliana). Tra le anime una in particolare parla con Dante spiegando i termini della loro punizione e poi, su richiesta del poeta, dichiara di non voler e poter ricordare i nomi di altre anime, rivelando quindi solamente il suo (vv. 88-93). Si tratta del bolognese Guido Guinizzelli (1230?-1276), ritenuto per molto tempo il “fondatore” dello Stilnovo, soprattutto per la sua canzone più famosa, “Al cor gentil rempaira sempre Amore”. In realtà Guinizelli più che “fondatore” (lo Stilnovo non fu una vera e propria scuola poetica e in più egli era bolognese, mentre i suoi prosecutori furono toscani) fu colui che diede il primo impulso a quella esperienza, a lui immediatamente successiva, che (lo abbiamo appena visto) fu Dante a definire “stilnovo”. Certamente, comunque, le parole di Dante, sia quelle che egli riferisce a noi lettori (ma da lui solo pensate) sia quelle che rivolge direttamente a Guido, sono di significativa evidenza e circostanziate per definire i rapporti culturali tra il “discepolo” (chiamiamolo così per comodità) Dante ed il “maestro” (idem c. s.) Guido.

Prima osservazione. Dante, tra sé e sé e quindi con noi lettori, chiama Guido tout court “padre”, padre di Dante stesso e di tutti quegli altri poeti che, come lui, “rime d’amor usar dolci e leggiadre” (v. 99): e attenzione all’aggettivo “dolci”, cioè “d’amore”, che è un chiaro riferimento al “dolce” stilnovo (c. XXIV, v. 57). Segue poi una breve sequenza in cui Dante rivela la sua gioia interiore per aver conosciuto il “maestro” e la sua dichiarazione, addirittura con un giuramento, di “disponibilità” a fare tutto ciò che Guido gli potrà chiedere (vv. 100-105). A questi versi seguono alcune parole di Guido che chiede a Dante il motivo di tale interesse nei suoi confronti. Ad esse Dante risponde con parole insieme chiare ed ambigue: chiare nel loro significato letterale, ma ambigue nel loro valore più profondo. Mi spiego. Dante dice: “E io a lui: «Li dolci detti vostri,/ che, quanto durerà l’uso moderno,/ faranno cari ancora i loro incostri» (vv. 112sgg.). Dicevamo che il significato letterale è quanto mai perspicuo: i vostri dolci (di nuovo…) versi, che, per quanto durerà l’esperienza poetica moderna, renderanno sempre caro l’inchiostro con cui sono scritti. Notiamo per inciso la doppia figura retorica dell’ultimo verso: la triplice allitterazione (cari/ancora/incostri) e la metonimia (“inchiostro” per “libri”). Ma ora la nostra attenzione si deve concentrare su tutto il v. 113 e sull’“incostri” del v. 114. Certamente la poesia di Guido durerà, ma per quanto durerà l’uso “moderno” e se noi ricordiamo le parole di Oderisi nel canto XI, quest’uso, come ogni fama artistica, è destinato a finire e ad essere superato da altri (“e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido”; c. XI, v. 99). Pertanto la poesia di Guido durerà, sì, ma avrà anch’essa una sua fine. Tutto ciò sembra essere confermato dall’uso della parola “inchiostro”, in quanto l’inchiostro è materiale comunque labile, anch’esso destinato a svaporare, a consumarsi, a sparire.

Non basta, ma anche i versi successivi, questa volta pronunciati da Guido, si mostrano passibili di una interpretazione molto chiara. Guido, infatti, riprende in qualche modo il tema della fama, e in particolare la fama che nasce dagli elogi non solo dei lettori ma anche di coloro che noi definiremmo “critici letterari”. Prendendo infatti spunto dalla presenza, poco più avanti a lui nella schiera, di un grande poeta provenzale, cioè Arnaut Daniel (trasportato in italiano come Arnaldo Daniello), Guido ne approfitta per celebrarlo attaccando contestualmente quanti invece gli preferiscono Giraut de Bornelh (“quel di Lemosì”; v. 120). Il nostro passo successivo è quello di generalizzare l’osservazione: Guido (rectius Dante) polemizza con quanti celebrano un poeta senza averlo magari mai letto, solo facendo procedere la sua fama di persona in persona (vv.121-123). Così si è fatto con Guittone d’Arezzo, celebrato solamente “di grido in grido” (v. 125), cioè diremmo noi “per sentito dire”, mentre ora, finalmente, è stata ristabilita la verità (“l’ha vinto il ver con più persone”, v. 126). La polemica con Guittone, opportunamente fatta pronunciare da Guido e non da Dante, riprende il discorso di Bonagiunta (vide supra; c. XXIV, v. 56), aggiungendo tuttavia, se vogliamo, un particolare ancor più ostile al poeta di Arezzo. Anche qui fermiamo la nostra attenzione su di un verso e, in esso, su di un termine specifico: “così fer molti antichi di Guittone” (v. 123: il corsivo è mio). Guittone d’Arezzo era nato nel 1235 e morto nel 1294, cioè solo sei anni prima del viaggio di Dante (1300) e all’incirca una quindicina (o poco più) di anni dalla data presumibile di redazione di questo passo: orbene, definire “antichi” gli estimatori di Guittone non può certo riferirsi ad una antichità cronologica, ma evidentemente ad una antichità di gusto e di estetica poetica. Si ribadisce, quindi, non solo la vanità della fama e la sua, talora, inconsistenza (fama più dettata da “voci” che non da conoscenza diretta), ma anche la totale contrapposizione tra i poeti a lui precedenti e Dante stesso. Aggiungiamo poi, per fare “buon peso”, che il giudizio che Dante dà nel de vugari eloquentia sui poeti toscani a lui precedenti, e soprattutto (guarda caso…) su Guittone, non è certo dei più lusinghieri. L’unico che si salvi è Guinizzelli, anche se, lo abbiamo visto, con qualche remora. Migliore di altri, ma destinato anch’egli all’oblio.

L’episodio si chiude con l’allontanarsi di Guido e la comparsa di Arnaut che, nel provenzale delle sue composizioni (segno che Dante conosceva molto bene, e nella lingua originale, la poesia trobadorica), si presenta, non parlando però di poesia, ma dei suoi errori passati (“la passada folor”, v. 143) e della buona speranza davanti a sé (“lo joi qu’esper, denan”; v. 144). L’unico aspetto “poetico” presente negli 8 versi in provenzale trobadorico è la clausola (un autentico senhal, visto che parliamo di trovatori) con cui egli si presenta: Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan (v. 142). È la stessa con cui egli parlava di sé nei suoi componimenti (cfr.

Vediamo dunque in questi tre episodi del Purgatorio una sorta di triade quasi dialettico-sillogistica: discorso generale sulla “fama”, ivi compresa anche quella poetica (c. XI), per passare quindi all’analisi della poesia vera e propria, in specie quella stilnovistica (c. XXIV), e concludere con l’idea della fama applicata in tutto e per tutto alla poesia, in particolare quella contemporanea a Dante (c. XXVI).

Con questo episodio termina ogni riferimento esplicito ai poeti ed alla poesia. Non solo, ma nel Paradiso la poesia lirica d’amore sparisce dall’orizzonte ideale ed intellettuale di Dante. Nel cielo degli spiriti sapienti (quello del Sole) le 24 luci che appaiono a Dante ed a Beatrice appartengono tutte alla schiera dei teologi, dei filosofi, dei grammatici, degli storici, ma invano si cercherebbe tra di esse un poeta.

Un accenno lo troviamo sì alla poesia, ma si tratta di poesia epico-didascalica, si parla del poema stesso di Dante, e se ne celebra la composizione. Questa certamente è un’opera destinata a durare, anche perché non si tratta di una “qualsiasi” poesia, d’amore o di polemica, ma è “’l poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra” (Pd., c. XXV, vv. 1sg.).

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PURGATORIO XXIV, vv. 34-63

[…]

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza

più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me aver contezza.

El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv’io là,ov’el sentia la piaga

de la giustizia che sì li pilucca.

«O anima», diss’io, «che par sì vaga

di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,

e te e me col tuo parlare appaga».

«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,

cominciò el, «che ti farà piacere

la mia città, come ch’om la riprenda.

Tu te n’andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».

E io a lui: «I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando».

«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo

che ’l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l’uno a l’altro stilo»;

e, quasi contentato, si tacette.

[…]

PURGATORIO XXVI, vv. 88-148

[…]

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo’ saper chi semo,

tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli; e già mi purgo

per ben dolermi prima ch’a lo stremo».

Quali ne la tristizia di Ligurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d’amore usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fiata rimirando lui,

né, per lo foco, in là più m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m’offersi pronto al suo servigio

con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,

per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,

che Leté nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

nel dire e nel guardar d’avermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l’uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno

col dito», e additò un spirto innanzi,

«fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinione

prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l’ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l’andare al chiostro

nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non è più nostro».

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch’al suo nome il mio disire

apparecchiava grazioso loco.

El cominciò liberamente a dire:

«Tan m’abellis vostre cortes deman,

qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

 

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

 

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

Poi s’ascose nel foco che li affina.

(2 – fine)

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1 commento su “Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / VII – di Dario Pasero”

  1. Luciano Pranzetti

    Che meraviglia questa parte finale in cui Arnaut Daniel termina con quel suo supplice invito: sovenha vos a temps de ma dolor! = ricordatevi a tempo opportuno del mio dolore. Eco altamente lirica di lei che, parimenti supplice e delicata chiede “Ricorditi di me che son la Pia. . .”. Vero, il XXIV del Purgatorio uno dei più espressivi e ricchi di interiorià. Grazie Dario.

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