Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / XIII – di Dario Pasero

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I Papi dell’altro mondo: buoni e cattivi nella Commedia dantesca. Seconda parte.

di Dario Pasero

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Il canto XIX dell’Inferno, dedicato al peccato di simonia, e specificamente alle figure dei papi colpevoli di questo peccato, è quello che ci riserva la maggior “concentrazione” di figure papali in un solo episodio.

Il peccato di simonia, purtroppo molto diffuso nel Medioevo, prende nome dalla figura di Simone Mago, presente in Atti, cap. 8, che fu maledetto da Pietro per aver tentato di comprare dagli Apostoli il dono di guarire imponendo le mani. Tale peccato consiste, quindi, nel fare mercato e compravendita dei beni spirituali della Chiesa.

Le anime dei simoniaci sono condannate ad essere infilate, a testa in giù, in profondi pozzi nei quali esse si accatastano. L’anima giunta per ultima, in ordine di tempo, resta conficcata con la testa nel pozzo (e perciò non può vedere nulla: situazione che bisogna tenere a mente per capire lo svolgimento dell’episodio), ma con le gambe al di fuori della bocca del pozzo stesso, avendo così le piante dei piedi percorse da fiamme che fanno sì che l’anima, a causa del dolore, agiti violentemente gli arti inferiori. Al sopraggiungere, al momento della sua morte, dell’anima dannata successiva, quella che fino a qual punto era stata l’ultima precipiterà nel pozzo a raggiungere le altre, lasciando la sua scomoda posizione (mezza dentro, mezza fuori del pozzo) all’anima che la sostituisce.

La scena che il Dante-poeta (da distinguere dal Dante-viaggiatore) ci presenta è la seguente. I due poeti (Virgilio e Dante) sono discesi lungo un burrone giungendo così nelle immediate vicinanze di uno dei pozzi di cui la bolgia (precisamente la terza delle Malebolge) è cosparsa. Tale pozzo, lo capiremo tra breve, è quello che ospita i Papi simoniaci (“che precedetter me simoneggiando”, dirà Niccolò III al v. 74) e l’anima che si trova con le gambe fuori del pozzo, sentendo l’arrivo di qualcuno che essa non può vedere, e quindi riconoscere, crede che tale presenza sia l’anima di chi la deve sostituire in quella scomoda posizione (“Se’ tu già costì,/ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?/ Di parecchi anni mi mentì lo scritto.// Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio/ per lo qual non temesti tòrre a ’nganno/ la bella donna, e poi di farne strazio?”; vv. 52-57), cioè il suo successore (come Papa e come simoniaco) Bonifacio VIII. Come ci viene fatto capire nel canto VI (profezia di Ciacco su Firenze) e detto esplicitamente nel X (profezia di Farinata), le anime infernali sono dotate di capacità profetiche, almeno riguardo ad avvenimenti ancora lontani nel tempo. In questa maniera Dante, in un episodio solo, riesce a condannare contemporaneamente per simonia ben tre pontefici: Niccolò III (Giovanni Gaetano Orsini, 1216-1280, papa dal 1277 al 1280), già morto e presente nella bolgia e dal quale il poeta apprende le notizie, Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, 1235-1303, regnante dal 1294 al 1303) ed il francese Clemente V (Bertrand de Got, 1264-1314, regnante dal 1305 al 1314), questi ultimi due ancora vivi nell’anno in cui Dante immagina avvenuto il suo viaggio oltremondano (1300) e pertanto non ancora “presentabili” concretamente nell’inferno.

L’episodio di Niccolò III, dunque, comprende in sé due momenti, diversi ma tra loro coerenti: la condanna dei suoi due successori (vv. 52-57 e 76-87) e la presentazione di se stesso da parte del dannato e della pena cui egli è sottoposto insieme ai suoi “colleghi” simoniaci (vv. 67-75); il tutto intervallato dalle battute pronunciate da Virgilio e da Dante.

Le parole che Niccolò rivolge a colui che egli crede Bonifacio sono durissime e non lasciano dubbi sia sulle colpe di Bonifacio stesso che sul giudizio che Dante dà di lui. In una sola terzina (vv. 55-57) Niccolò accusa il suo successore di non avere esitato (da notare il verbo “temere” seguito dall’infinito, col significato del latino timeo più infinito, cioè “esitare”, e non “temere”) a “sposare” la Chiesa (“la bella donna”) con l’inganno e poi di averla ridotta in rovina, placando così la sua sete di ricchezze. Dunque ingordo e mentitore. Alcuni commentatori, partendo dal termine “inganno” (v. 56), appoggiano la teoria secondo cui Dante, seguendo le accuse dei francescani spirituali, accuserebbe Bonifacio di aver indotto Celestino V alla rinuncia per poter accedere al soglio papale. C’è però da osservare che in altri passi (Pg XX e Pd XXVII) il testo dantesco sembrerebbe invece confermare come il poeta ritenesse legittima l’elezione di Bonifacio, condannando solamente l’uomo (e non il Papa) per i suoi peccati.

Per quanto riguarda la presentazione individuale del peccatore, egli dice a Dante di essere stato papa (“sappi ch’i’ fui vestito del gran manto”, v. 69) e di essere stato “veramente” figlio dell’orsa (v. 70), frase che va interpretata in questo modo: egli era appartenente alla famiglia romana degli Orsini, il cui stemma recava appunto un orso, ma la credulità popolare considerava questo animale come particolarmente affezionato (specialmente gli esemplari femmina) ai propri cuccioli. Ci troviamo quindi di fronte ad una metafora che spiega una delle colpe, oltre alla simonia, di questo papa, cioè il nepotismo, ossia la volontà di riservare ai propri parenti e discendenti cariche ed onori. Infatti, vero figlio dell’orsa, Niccolò III favorì a tal punto i suoi discendenti (“cupido sì per avanzar gli orsatti”, v. 71) che ciò lo portò, in un colpo solo, a intascare denaro (simonia, conseguente al nepotismo) e ad intascare se stesso (immagine quanto mai icastica) nel pozzo infernale (“che sù l’avere e qui me misi in borsa; v. 72). Segue poi il riferimento ai suoi predecessori simoniaci che si trovano sotto di lui nei meandri del pozzo. Questa indicazione si collega sia a ciò che precede (presenza da lui creduta di Bonifacio VIII) sia a ciò che segue, cioè la condanna anticipata di Bonifacio e di Clemente V.

Vediamo ora come, nell’inferno, la polemica di Dante con Bonifacio non sia finita con questo episodio e con la condanna “anticipata”, ma si aggiunga (c. XXVII, vv. 85-111) un ulteriore attacco, questa volta ad opera del consigliere di frode Guido da Montefeltro. Costui infatti, narrando a Dante e a Virgilio la sua disavventura che, contrariamente alle sue aspettative, lo ha portato dritto all’inferno, accusa senza mezzi termini il Papa, Bonifacio VIII, di essere la causa della sua dannazione. Infatti, in cambio del consiglio di frode che gli avrebbe permesso di prevalere sui suoi nemici Colonnesi nella guerra di Palestrina, Bonifacio lo assolse preventivamente, viste le sue incertezze a commettere un peccato di frode, dalla sua colpa, causandone però così la condanna eterna, dato che – come gli dirà il diavolo venuto a prenderlo al momento della morte ed a portarlo all’inferno – “ch’assolver non si può chi non si pente,/ né pentere e volere insieme puossi/ per la contradizion che nol consente” (vv.118sgg.). In altre parole: l’assoluzione da un peccato prevede, come condicio sine qua non, il pentimento (ed il proposito di non peccare più), pentimento che non può esserci prima di commettere il peccato stesso, poiché il commetterlo presuppone, a sua volta come condicio sine qua non, la volontà, ma la volontà di fare una cosa non può coesistere con il pentirsi di farla, dando luogo ad una contraddizione in re; ergo tale contraddizione non consente, e quindi rende nulla, o meglio impossibile ed inesistente, l’assoluzione. La figura di Bonifacio viene tratteggiata in pochi, durissimi, versi (vv. 85-93): “Lo principe d’i novi Farisei,/ avendo guerra presso a Laterano,/ e non con Saracin né con Giudei,/ ché ciascun suo nimico era cristiano,/ e nessun era stato a vincer Acri/ né mercatante in terra di Soldano;/ né sommo officio né ordini sacri/ guardò in sé, né in me quel capestro/ che solea fare i suoi cinti più macri”. Tali versi anticipano le parole di San Pietro in Pd. XXVII, vv. 49-51.

Un passo indietro. Abbiamo detto che Niccolò non vede chi è vicino al pozzo e gli sta parlando (vv. 46-48) e così, credendo che sia il suo successore, gli si rivolge chiamandolo per nome (Bonifazio) e indicando con chiarezza il suo peccato (vv. 55-57). Chiarito l’equivoco (Dante, su invito di Virgilio, dice all’anima come stanno veramente le cose), il peccatore si presenta, passando poi a parlare (lo abbiamo appena visto) degli altri simoniaci suoi antecessori. Dopo di ciò Niccolò anticipa a Dante cosa succederà tra non molti anni: egli sarà, sì, sostituito da Bonifacio (vv. 76-78), ma costui non rimarrà in questa scomoda posizione per molto tempo, e senz’altro molto tempo in meno di quanto starà Niccolò, in quanto sarà a sua volta sostituito (dopo poco più di 10 anni, contro i più di 20 di Niccolò) dal suo successore Clemente V. Di quest’ultimo, proveniente “di ver’ ponente” (v. 83), cioè dalla Francia, si elencano, senza mezzi termini, varie colpe: sarà “di più laida opra” (v. 82) e “un pastor sanza legge” (v. 83). Inoltre sarà assolutamente prono ai voleri del suo re (cioè Filippo il Bello di Francia), così come lo era stato il sommo sacerdote Giasone, di cui si legge nel libro biblico dei Maccabei, nei confronti del re seleucide di Siria Antioco IV Epifane: “Nuovo Iason sarà, di cui si legge/ ne’ Maccabei; e come a quel fu molle/ suo re, così fia lui chi Francia regge” (vv. 85-87).

Nella seconda parte del canto (vv. 90-135) il Poeta, prendendo spunto proprio dal peccato di simonia (e dalla presenza, reale o futura, di concrete figure papali), si lancia in un’invettiva, una delle più forti di tutto il poema, contro la “donazione di Costantino”, da lui considerata la causa della progressiva ricchezza e del continuo desiderio di aumentarla da parte della Chiesa, contro l’esempio di Gesù Cristo, in primis, nella scelta di Pietro, e poi di San Pietro e degli altri apostoli (vv. 90-96) nei confronti di Mattia, scelto per sostituire Giuda (Atti, cap. 1). Citare Costantino (vv. 115-117: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco patre!”) significa anche citare papa Silvestro I che, secondo la leggenda, avrebbe guarito l’imperatore Costantino dalla lebbra ricevendone in cambio, con anche lo spostamento della capitale dell’impero romano a Costantinopoli, il dominio sulla città di Roma e il possesso della località di Sutri, primo nucleo del futuro “patrimonium Petri”, cioè lo Stato pontificio ed il conseguente potere temporale del Pontefice. Silvestro I non è certamente ritenuto da Dante responsabile di alcunché: solo Costantino dovette capire la stoltezza del suo gesto, che comunque non è stato per lui motivo per non essere chiamato tra i beati del Paradiso dantesco (cfr. Pd XX, vv. 55-60: “L’altro che segue, con le leggi e meco,/ sotto buona intenzion che fé mal frutto,/ per cedere al pastor si fece greco;/ ora conosce come il mal dedutto/ dal suo bene operar non li è nocivo,/ avvenga che sia ’l mondo indi distrutto”). A proposito della figura di papa Silvestro I si può sottolineare l’uso che Dante fa della formula “primo ricco patre” (v. 117), in cui l’accento batte, amaramente, su “ricco”, a sottolineare che egli fu l’inizio (“primo”) della crisi della Chiesa divenuta ormai, a partire proprio da lui, “ricca”. Come fu poi accertato a partire dai lavori storico-filologici dell’umanista romano Lorenzo Valla (1407-1457), la donazione di Sutri avvenne non ad opera di Costantino, ma del re longobardo Liutprando nel 728. Dante, che credeva fermamente nella donazione da parte di Costantino, la critica, qui ed altrove (sia nella Commedia che in altri suoi testi), per motivi di tipo etico-politico, ma non certo per la sua non attendibilità storica.

Ritroviamo poi citata la figura di Bonifacio VIII – lo ricordiamo: da Dante ritenuto suo nemico acerrimo nonché causa del suo esilio – anche nel Purgatorio, e precisamente nel canto XX, nel corso della invettiva (vv. 43-96) pronunciata dal fondatore della dinastia regnante di Francia (Ugo Capeto) nei confronti dei suoi discendenti, tutti senza scampo segnati dalla colpa dell’avarizia. In questa feroce invettiva, in cui il Poeta non risparmia neanche l’uso di termini piuttosto forti, e precisamente ai vv. 85-90 (“Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,/ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,/ e nel vicario suo Cristo esser catto./ Veggiolo un’altra volta esser deriso;/ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,/ e tra vivi ladroni esser anciso”), l’attenzione si pone su re Filippo IV il Bello (1268-1314), di cui si ricorda l’impresa da lui compiuta ad Anagni, anche se per mezzo di suoi inviati (segnatamente Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna, la cui famiglia era una delle principali nemiche romane di papa Bonifacio VIII), quando appunto francesi e colonnesi, entrati nella città natale del Papa in cui egli si era rifugiato, non esitarono a catturarlo, malmenandolo e schernendolo (il famoso “schiaffo d’Anagni”: forse non una vera violenza fisica quanto morale), in conseguenza delle quali disavventure il Papa morì di lì a poche settimane.

Il vicario di Cristo, Bonifacio, viene paragonato a Cristo stesso: come in una seconda Passione Nostro Signore, nella persona del Papa, si trova a subire nuovamente la cattura (“esser catto”), la passione e la morte (la derisione, l’aceto, il fiele e la morte tra i ladroni). Hanno destato una certa meraviglia in alcuni commentatori queste parole di Dante: il suo nemico acerrimo, la causa del suo esilio, compianto per la sua sorte fino ad essere paragonato al Christus patiens? È evidente che questo episodio nulla toglie alla acrimonia che il Poeta nutre nei confronti del Pontefice: chi soffre, in questo episodio, non è Benedetto Caetani, l’uomo e re temporale causa della rovina di Dante, ma è il vicario stesso di Cristo (e Dante ce lo dice chiaramente al v. 87), anzi chi soffre non è il Papa come uomo ma, addirittura, Cristo stesso nella persona fisica del Suo vicario. Insomma: condanna politico-morale per l’uomo, ma partecipazione, pietà e commiserazione per il vicario di Cristo, per il quale, e solo per lui, Dante ha parole di rispetto. La persona del Papa è sempre uguale, non cambia nel suo ruolo di vicario di Cristo, anche se cambia, e spesso in male, l’uomo che la rappresenta. Anzi, in un contesto storico-civile e ad un livello poetico completamente diversi una riflessione simile, espressa ovviamente in tono ironico-popolaresco, ci è presentata anche dal poeta romanesco G. G. Belli, che al v. 11 del suo sonetto Er passa-mano dice: ma er papa, in quant’a Ppapa, è ssempre quello.

.

INFERNO XIX, vv. 51-117

[…]

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

per lo qual non temesti tòrre a ’nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?».

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,

per non intender ciò ch’è lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:

«Non son colui, non son colui che credi»;

e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: «Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,

che tu abbi però la ripa corsa,

sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l’orsa,

cupido sì per avanzar li orsatti,

che sù l’avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando

verrà colui ch’i’ credea che tu fossi

allor ch’i’ feci ’l subito dimando.

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi

e ch’i’ son stato così sottosopra,

ch’el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra

di ver’ ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.

Novo Iasón sarà, di cui si legge

ne’ Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, così fia lui chi Francia regge».

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,

ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:

«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non «Viemmi retro».

Né Pier né li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito

al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!».

[…]

INFERNO XXVII, vv. 79-120

[…]

Quando mi vidi giunto in quella parte

di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei;

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristiano,

e nessun era stato a vincer Acri

né mercatante in terra di Soldano;

né sommo officio né ordini sacri

guardò in sé, né in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro

d’entro Siratti a guerir de la lebbre;

così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre:

domandommi consiglio, e io tacetti

perché le sue parole parver ebbre.

E’ poi ridisse: «Tuo cuor non sospetti;

finor t’assolvo, e tu m’insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,

come tu sai; però son due le chiavi

che ’l mio antecessor non ebbe care».

Allor mi pinser li argomenti gravi

là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,

e dissi: «Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov’io mo cader deggio,

lunga promessa con l’attender corto

ti farà triunfar ne l’alto seggio».

Francesco venne poi com’io fu’ morto,

per me; ma un d’i neri cherubini

li disse: «Non portar: non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra’ miei meschini

perché diede ’l consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente».

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: «Forse

tu non pensavi ch’io loico fossi!».

[…]

PURGATORIO XX, vv. 85-96

 

[…]

 

Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,

e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

[…]

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