Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / XV – di Dario Pasero

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Abbiamo accennato, la volta scorsa, al ruolo fondamentale che nel pensiero politico dantesco giocano Roma ed il suo Impero, tanto quello – pur pagano – delle origini augustee quanto quello cristiano a far capo da Carlo Magno e, segnatamente, quello dei tempi di Dante stesso.

Occupiamoci, ora, di un’altra questione specifica riguardante l’Impero: la necessità, storica e politica, voluta da Dio, che la sua sede fosse, ab aeterno, Roma. Stabilita questa necessità – se Dio infatti avesse voluto diversamente, Roma non sarebbe stata la dominatrice del mondo antico e la fondatrice dell’Impero universale –, Dante si scaglia nel suo poema contro alcune figure di Imperatori che, pur meritorie per altri motivi, hanno però messo in subordine questo ruolo, centrale e fondamentale, di Roma intesa materialmente come città-sede della corte imperiale.

Una di queste figure è certamente quella di Costantino, figura di imperatore sicuramente positiva, tanto da trovarsi in Paradiso tra i beati del cielo di Giove, cioè proprio i giusti governanti.

L’imperatore Costantino (non stiamo ora a ricordare tutti i suoi meriti nei confronti del Cristianesimo, proprio lui che cristiano non fu – nonostante l’esempio di sua madre Sant’Elena – se non poco prima di morire, quando si fece battezzare) agli occhi di Dante ha un solo demerito, che tuttavia non gli nocque (a confronto di tutti i suoi meriti) nel permettergli di conquistare la beatitudine eterna, cioè quello di avere spostato la capitale imperiale da Roma a Bisanzio/Costantinopoli, così da lasciare la sede romana unicamente e totalmente al Papa (“per cedere al pastor si fece greco”, Par. XX, v. 57).

Di Costantino Dante parla in modo abbastanza diffuso in due passi del suo poema: nel canto XIX dell’Inferno (vv. 115-117) e nel XX (vv. 55-60) del Paradiso.

Nel primo dei due passi ci troviamo nella bolgia dei simoniaci e, specificamente, nei pressi del pozzo che contiene le anime dei pontefici che si sono macchiati di tale gravissimo peccato. Il poeta – lo abbiamo già visto in un altro nostro intervento – ha appena finito di parlare con papa Niccolò III Orsini (citando peraltro anche i due pontefici, simoniaci ma ancora vivi, Bonifacio VIII e Clemente V); e la conclusione del suo discorso, che ha toccato, data la natura del peccato di simonia, il tema delle ricchezze, sfocia in una invettiva rivolta nei confronti di Costantino. In realtà, poiché Dante sa che, come bisogna distinguere il peccatore dal peccato, così bisogna separare l’intenzione che ha mosso una persona a compiere un’azione dal risultato scaturito da questa azione stessa, l’invettiva non è tanto rivolta contro Costantino, il cui nome è comunque in pieno rilievo aprendo il verso 115, quanto contro l’azione, e le sue conseguenze, da lui portata a compimento, cioè la donazione di Roma al Papa. Inoltre, poiché, secondo quanto Dante ha letto, la donazione sarebbe avvenuta in seguito alla conversione dell’imperatore al cristianesimo, avvenuta come conseguenza della sua guarigione dalla lebbra operata da Papa Silvestro, fonte (“matre”; v. 115) di ogni male futuro per la Chiesa non fu certo la conversione di Costantino (una cosa buona non può produrre effetti negativi), ma il suo frutto, cioè il dono (“dote”; v. 116), che portò Papa Silvestro ad essere il primo pontefice (“patre”; v. 117: notiamo la rima “matre/patre”, particolarmente icastica) “ricco”, aggettivo che acquista un particolare valore dall’essere in posizione predicativa (e non attributiva) rispetto a “patre”. Inoltre il verbo usato da Dante (“prese”; v. 117) vale certamente “ricevette”, ma dobbiamo notare che esso comunque ha una particolare forza, suscitando in noi l’idea dell’“afferrare, quasi con forza”, e tanto più proprio perché possiamo immaginare che in realtà Silvestro non abbia operato alcuna forzatura per ricevere Roma da Costantino.

Il secondo passo dedicato esplicitamente a Costantino, quello cioè del Paradiso, ci porta nel cielo di Giove (il 6° nell’ordine concentrico dei cieli e dei pianeti), quello in cui a Dante e a Beatrice appaiono le anime dei principi giusti, riunite a formare l’immagine dell’aquila, simbolo di Dio e dell’Impero, e quindi della giustizia divina che opera in terra avendo come strumento l’Impero romano e cristiano. Talmente Dante è convinto che sulla terra l’aquila rappresenti la giustizia che questo cielo è l’unico in cui nessuna anima parla singolarmente, ma la voce che si rivolge a Dante è quella dell’aquila, voce che risulta dalla mescolanza perfetta ed in pieno equilibrio delle voci di tutte le anime presenti nel cielo. Proprio per questo motivo nessuna singola anima ha una posizione particolare di rilievo, ma le sei che vengono presentate, e che costituiscono, una, la pupilla, e le altre cinque l’arcata sopraciliare dell’aquila, hanno tutte il medesimo trattamento, datoo che la loro presentazione segue uno schema per tutte uguale e costruito con lo stesso numero di versi. La pupilla è costituita dall’anima di Re Davide, mentre le cinque dell’arco sono, nell’ordine, Traiano, Ezechia re di Giuda, Costantino, Guglielmo II il Buono di Altavilla re di Sicilia, e infine l’eroe troiano Rifeo, che è collocato da Dante in Paradiso fondandosi sulle notizie che di lui dà Virgilio in Eneide II (iustissimus… in Teucris, et servantissimus aequi). Il fatto che Costantino sia in terza posizione è già un elemento evidente di elogio: si trova infatti nel punto centrale dell’arcata sopraciliare, e quindi in posizione di rispetto di fronte agli altri quattro. Poi di lui Dante ci dice appunto che la sua beatitudine non è mai stata in discussione, non solo per quanto di buono ha fatto in vita (e che Dante sottintende), ma anche perché l’unica sua azione politica che in qualche modo avrebbe potuto nuocergli (la donazione di Roma al Papa) non gli è stata imputata a colpa, in quanto compiuta in perfetta buona fede e, diremmo noi, con tutte le buone intenzioni. Infatti Costantino viene definito come il governante che, per offrire tutto ciò che era possibile al Papa (“per cedere al pastor”; v. 57), stabilì la sua nuova capitale in oriente (Bisanzio/Costantinopoli) lasciando così campo libero a Roma al Papa. Nelle nuova capitale egli trasportò le leggi (cioè il governo) e l’aquila stessa (cioè l’auctoritas imperiale): Il tutto, come si diceva, in perfetta buona fede, che però col passare del tempo determinò una situazione negativa: “sotto buona intenzion che fé mal frutto” (v. 56). Nella seconda delle due terzine dedicate a Costantino (così come due terzine sono assegnate anche alle altre anime), seguendo uno schema comune ripetuto secondo cui il Poeta mette a confronto la vita umana del personaggio con l’attuale vita di beatitudine in Paradiso, Dante ci dichiara che ora veramente l’anima comprende nella sua totalità il vero valore delle azioni giuste compiute in terra. Costantino, pertanto, ora veramente capisce che la sua donazione, pur essendo stata la causa della rovina del mondo (“avvegna che sia ’l mondo indi distrutto”; v. 60), tuttavia non ha pregiudicato la sua beatitudine, proprio perché fatta con le migliori intenzioni.

È appena il caso di notare come la donazione di Costantino non sia mai avvenuta e che l’imperatore spostò la capitale in oriente per tutt’altri motivi che per favorire la persona del Papa.

Intanto, come già detto in altra occasione, quella che è conosciuta come “donazione di Costantino” in realtà è stata fatta dal re longobardo Liutprando nel 728, ma la curia papale del tempo elaborò un documento (ovviamente falso) che assegnava a Costantino tale donazione.

Dante, per motivi filologici e più ampiamente culturali, non poteva immaginare che la donazione fosse un falso, come poi dimostrerà, con argomenti linguistici e storici, l’umanista romano Lorenzo Valla (1407-1457) nel suo postumo (1517) De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, e quindi egli la considera come storicamente avvenuta [A proposito dell’argomento della falsa donazione può essere interessante la lettura del romanzo storico L’ordalia di I. A. Chiusano]. Ciò non toglie, però, che il Nostro la critichi, a tal punto da ritenerla non valida, con argomenti filosofici e giuridici, scrivendo di essa in alcune sue opere in prosa quali il Convivio e, soprattutto, il De Monarchia.

Vediamo dunque quali sono gli argomenti cui Dante ricorre per contestare la validità giuridica e politica della donazione. L’argomentazione è molto semplice e parte dalla relazione che si instaura tra i nomi e le cose. L’impero è, per sua stessa definizione, universale; esso deve, quindi, per necessità, comprendere tutto il mondo. A questo punto se qualcuno, sia pure l’imperatore, staccasse anche una sola parte di esso per darla ad un altro, sia pure il Papa, l’Impero, per necessità, non sarebbe più universale, poiché gli mancherebbe una parte, per quanto piccola. Ma siccome non può essere che l’Impero non sia universale, consequitur ut come da esso non si possa staccare nessuna parte; ergo la donazione, che avrebbe reso l’Impero non più universale, non può sussistere: è in-valida, anzi non è neppure mai avvenuta, legalmente e giuridicamente.

A tutto ciò si aggiunga che, per Dante, altra conditio sine qua non per l’Impero è quella di avere sede a Roma, conditio che verrebbe meno in caso di donazione dell’Urbe ad altri.

Il fatto tuttavia che ai tempi di Dante l’Imperatore, divenuto ormai a tutti gli effetti romano-tedesco, non risieda più a Roma non inficia l’esistenza dell’Impero stesso, ma è comunque una situazione non accettabile sia dal punto di vista politico che da quello storico. Proprio la necessità della sede imperiale a Roma porta Dante ad un’altra serie di considerazioni che trovano spazio in un episodio famosissimo del Purgatorio, cioè il canto VI, quello che ci presenta la figura del trovatore mantovano Sordello da Goito.

Dopo la presentazione di questo personaggio, infatti, Dante, vedendo i saluti festosi che intercorrono tra lui e Virgilio, poiché essi, pur non conoscendosi, si fanno festa solamente al sapere di essere conterranei, ci propone la famosa invettiva all’Italia, che spesso viene falsamente definita “invettiva di Sordello”. Falsamente perché essa si trova, sì, nel canto di cui un protagonista è il trovatore di Goito, ma ci viene proposta da Dante come una sua riflessione interiore, amara, svoltasi nel tempo in cui si salutano abbracciandosi i due poeti mantovani.

Di questa invettiva, in cui Dante non risparmia né i Comuni né gli ecclesiastici ed il Papa, riservando, al fondo di essa, anche uno spazio specifico alla sua odiosamata città di Firenze, di questa invettiva – dicevo – a noi ora interessano i versi che vanno dal 97 al 117, in cui protagonisti, negativi, sono due figure di Imperatori contro cui il Poeta si scaglia proprio perché, oltre ad altre eventuali colpe, essi non risiedono più a Roma, e neppure pensano di scendere in Italia e di recarsi nella Città Eterna.

I due Imperatori, padre e figlio, sono l’attuale regnante Alberto I d’Austria (1248-1308, imperatore dal 1298) e suo padre Rodolfo I d’Asburgo (1218-1291; imperatore dal 1273), che Dante colloca tra i principi negligenti della valletta nel canto VII (vv. 91-96) del Purgatorio (“che… fa sembianti d’aver negletto ciò che far dovea,/ […] Rodolfo imperador fu, che potea/ sanar le piaghe c’hanno Italia morta; vv. 91sg. e 94sg.).

La colpa principale di entrambi è quella di avere trascurato l’Italia (“il giardin dell’imperio”; v. 105), rifiutando di occupare la sede loro propria, cioè Roma: “Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,/ per cupidigia di costà (scil.: la Germania) distretti,/ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto” (vv. 103sgg.). compito dell’Imperatore (nella fattispecie: Alberto) è quello di scendere in Italia, paragonata (come già in precedenza nell’invettiva) ad un cavallo inselvatichito, per riportarvi la pace e la giustizia. La necessità che egli scenda in Italia è rafforzata, retoricamente, dalla anafora (ripetizione) dell’imperativo “vieni” come incipit dei vv. 106, 109, 112, 115, scandendo in questo modo quattro terzine tra loro analoghe. Alberto deve “venire” per capire le lotte intestine familiari delle città di Verona (“O Romeo, perché sei tu Romeo?” dirà un “barbaro non privo d’ingegno”…) ed Orvieto (1a terzina), per vedere come le famiglie gentilizie ghibelline siano senza difesa, così come il suo feudo di Santa Fiora sul monte Amiata (2a terzina), per rendersi conto di come Roma (metaforicamente indicata come la sposa, abbandonata, di Cesare, l’imperatore) sia in rovina e desolata (3a terzina), e infine per capire la situazione di odio presente in Italia (4a terzina). In questi ultimi versi (115-117) il Poeta, ricorrendo anche al sarcasmo (“la gente quanto s’ama!”; v. 115) ricorda all’Imperatore che risiedere a Roma e, soprattutto, riportare e poi mantenere la giustizia nel mondo (segnatamente in Italia) sia un dovere sacro cui l’Imperatore ora sta disattendendo a tal punto che il suo buon nome (fama) è ormai diventata cosa di cui egli deve vergognarsi (“e se nulla di noi pietà ti move,/ a vergognar ti vien de la tua fama”; vv. 116sg.).

Come contraccambio per questo comportamento esecrando l’Imperatore riceverà, secondo Dante, una terribile punizione da Dio (vv. 100sgg.): sarà un “giusto giudicio” che sarà “novo ed aperto”, cioè una punizione straordinaria ed evidente, esemplare e meritata, che ricadrà non solo sull’Imperatore, ma sulla sua famiglia (“sovra ’l tuo sangue”), così da spaventare anche il suo successore, che sarà Arrigo VII, il quale scenderà (lui sì) in Italia. Ma quale è questa punizione? Secondo alcuni commentatori la morte violenta, ad opera del nipote Giovanni duca di Svevia, dello stesso imperatore Alberto, morto come detto nel 1308, oppure la morte prematura del suo figliolo Rodolfo, avvenuta nel 1307.

Unica figura positiva di Imperatore “tedesco” è quella di Arrigo VII di Lussemburgo (1275-1313, re di Germania dal 1308 ed imperatore dal 1312), di cui si parla nel canto XXX, vv. 133-148 del Paradiso (e se ne fanno cenni, espressi o simbolici in altri passi del poema). Viene infatti citato, se lo si vuole identificare col “veltro”, in Inf. I, vv. 100sgg. e, se lo si vuole indicare col DVX, in Purg. XXXIII, vv. 37sgg. Di lui parla anche Cacciaguida, il trisavolo di Dante, in Par. XVII, v. 82 (“Ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni”, citando l’inganno da lui subito ad opera del Papa Clemente V).

Per tornare al canto XXX del Paradiso, Beatrice, ormai nell’Empireo, mostra a Dante la “candida (o mistica) rosa”, cioè l’insieme di tutte le anime beate che risiedono con Dio. In questa “rosa” c’è però un seggio vuoto: è quello già destinato ad accogliere l’anima di Arrigo VII dopo la sua morte, che avverrà nel 1313, a Buonconvento, nei pressi di Siena.

Di lui si dice che farà ciò che non hanno fatto i suoi predecessori, cioè scenderà in Italia per darle sistemazione e, come spera Dante, giustizia, così che il nostro esule possa rientrare in patria (“ch’a drizzare Italia/ verrà in prima ch’ella sia disposta”; vv. 137sg.). Tuttavia l’Italia non sarà ancora pronta ad accettare la sua opera (v. 138), anzi essa lo caccerà via da sé, comportandosi come fa il bambino capriccioso che, pur affamato, caccia via la balia. Una parte cospicua del fallimento dell’impresa di Arrigo l’avrà anche il pontefice Clemente V (il “guasco”, cioè guascone, del canto XVII della stessa Cantica), il quale, comportandosi in modo ambiguo e contraddittorio (palese e coverto”; v. 143), non condividerà le stesse intenzioni dell’Imperatore. Clemente, tuttavia, non sarà tollerato da Dio per molto tempo, nella sua carica: morirà infatti poco dopo Arrigo (nel 1314) e sarà mandato da Dio nell’Inferno, e precisamente nella bolgia dei simoniaci, dove il suo arrivo farà scendere il suo predecessore Bonifacio VIII più in basso nel pozzo (vv. 145-148).

Tutta positiva l’immagine di Arrigo VII, dunque? Per Dante, sì; peccato però che noi sappiamo che la sua discesa in Italia avesse come fine non tanto il ristabilire l’autorità imperiale, e la giustizia, sulla Penisola, quanto il desiderio di ufficializzare, attraverso la vendita dei diritti imperiali, la cui acquisizione era ormai avvenuta de facto da parte dei Comuni e dei vari signori, la situazione politico-amministrativa dell’Italia. Va da sé che questa operazione, oltre ad ufficializzare una situazione ormai sedimentata ufficiosamente, avrebbe anche portato una bella quantità di pecunia (che, si sa, poiché non olet, non guasta mai) nelle casse imperiali.

 

 

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1 commento su “Nostra maggior Musa (Riflessioni “minime” sulla Commedia dantesca) / XV – di Dario Pasero”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Non so dirle, gentile Prof. Pasero, quanto apprezzi i suoi articoli su Dante e la Divina Commedia! Posso solo dirle che spero che lei li raccolga presto in un volume e assicurarle che io sarò la prima ad acquistarlo.

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