“Novità” di Papa Bergoglio o “nihil sub sole novum”? – di Patrizia Fermani

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di Patrizia Fermani

 

Papa Francesco rienta in VaticanoMolte voci continuano a richiamare l’attenzione sulla “novità” di Jorge Mario Bergoglio. E lo fanno sempre più spesso da opposti punti di vista. C’è un nuovo che viene guardato con entusiasmo, con soddisfazione o con compiacimento; e un altro visto con perplessità, con allarme, con incredulità mitigata dalla speranza o con sgomento e sconforto. Ora la polemica – che di questo ormai si tratta – assume una forma inedita perchè va a riecheggiare quasi, con le dovute proporzioni, le antiche dispute sulle eresie. Da un lato anche elementi esteriori del tutto personali o parole e fatti del Vescovo di Roma che si manifestano al di fuori dello spazio dell’ufficialità, vengono letti – e non potrebbe essere diversamente – per i contenuti ideali che esprimono e soprattutto per quelli dottrinali che vi sono implicati. Il nuovo, da questo punto di vista, viene individuato nel modo irrituale di intendere il ruolo papale che, a dispetto della sua istituzione divina, sembra perdere la funzione di custodire la verità unica e immodificabile della fede, nonostante ogni sfida del secolo.

Dall’altro c’è un grande pubblico soddisfatto di poter leggere quel ruolo con le categorie di uso corrente, e che si sente appagato di un messaggio volutamente elementare, adattabile ad interpretazioni individuali e orientato a compiacere le aspettative più disparate con contenuti oscillanti, capace per questo di catturare l’interesse di chi aspira ad un riconoscimento a buon mercato delle proprie inclinazioni. Non importa se a queste viene piegata la legge eterna attraverso un’idea flessibile del dettato cristiano.

Queste visioni contrapposte sono ben espresse nel numero di mercoledì del Foglio, dove alla esposizione fortemente critica degli editorialisti di prima pagina fa da contraltare l’articolo apologetico di Andrea Monda. Vale la pena di valutare in cosa consista la “novità” esemplare di cui in entrambi i casi si parla e se veramente di novità si tratta.

Il nuovo messo in evidenza dai primi autori è la contraddizione continua e mediaticamente pilotata della dottrina della Chiesa ad opera di chi quella dottrina dovrebbe custodire e tramandare, mentre il secondo guarda con soddisfazione al fatto che j.m.b. si sia fatto finalmente esecutore di quel Concilio al quale, non avendo partecipato a differenza dei suoi predecessori – che per avervi partecipato attivamente, si sentirono in dovere di smarcarsene – può dare finalmente felice applicazione. Il ragionamento risulta di suo piuttosto stravagante. Anzitutto perchè, come è detto, sembrerebbe che i predecessori non abbiano dato corso alle disposizioni conciliari per una sorta di ritrosia a propagandare una propria creatura, quasi avvertendo un interesse privato in atti di ufficio. Laddove è noto a chiunque abbia una conoscenza anche superficiale delle vicende conciliari e del pensiero dei due Papi, che essi presero ben presto coscienza della deriva generata dalle ambiguità e dalle forzature dei testi, nonché dall’uso distorto che i manipolatori di allora e quelli successivi andavano operando. Significativa per tutte la uscita di Ratzinger dalla redazione della rivista Concilium e la sua fondazione di Communio con quel De Lubac che annota nelle proprie memorie e in un saggio rimasto pressochè sconosciuto “Autres Paradoxes” mai tradotto in Italia, tutto il disagio di chi avendo ottimisticamente pensato il Concilio come strumento capace di fronteggiare più consapevolmente la evoluzione del pensiero contemporaneo, era costretto ad ammettere che proprio di quest’ultimo era diventato la cassa di risonanza. Il tentativo da parte di Benedetto XVI di ricondurre l’applicazione dei testi conciliari ad una lettura che non contraddicesse la Tradizione della Chiesa cattolica, implica la coscienza delle derive cui essi avevano aperto le porte, e lo sforzo estremo di mantenere nelle mani dell’autorità magisteriale quel compito di interpretazione autentica della quale essa di fatto era stata espropriata.

Il Concilio invece, al netto della interpretazione voluta da Benedetto XVI, è stato realizzato eccome. E che i suoi frutti non siano stati buoni come invece tanti vanno ancora propagandando, immemori del famoso “fumo di Satana” ben individuato proprio da un Papa del Concilio, sta nel fatto che da allora tutti i centri di insegnamento cattolico e di formazione religiosa lo hanno recepito immediatamente e diligentemente nello spirito impresso ad esso da quanti ne avevano fatto uno strumento di secolarizzazione indotta per via ecclesiastica. A cominciare da questi centri di formazione si è sostituita la esecrata “dottrina” cattolica, con psicologia e scienze sociali, filosofia esistenzialista e demagogia politica, uno sguardo al marxismo e uno al protestantesimo, con il vezzo culturale di ordinanza della esegesi letteraria dei testi sacri, a scapito di quella teologica. Nello scempio della liturgia e nella negazione della autorità papale. Il dovere della obbedienza al Papa lo si è soddisfatto con la formula di stile inserita nella Messa, mentre è stato esplicitamente contraddetto nello insegnamento ufficiale e nella pratica in tutti i gradi degli uffici ecclesiastici, anche oltre gli esempi di vera e propria rivolta, come nel caso della “Humanae Vitae”, o della voluta ignoranza delle grandi encicliche volte a riportare in asse un pensiero cristiano che si era andato dissolvendo nei luoghi comuni di una morale civile usa e getta.

Ora però l’obbedienza al Papa è diventato il sussiegoso richiamo con cui i disobbedienti di qualche decennio riprendono aspramente quanti si permettono di individuare la disobbedienza alla dottrina cattolica e alle sue verità immutabili proprio in chi quelle verità sarebbe tenuto ad insegnare.

Insomma il lato più curioso, anche se poco avvertito, di questa vicenda, è che Bergoglio viene percepito come portatore di un annuncio “nuovo”, dove la novità consiste nella attesa “apertura” al mondo, cioè alla assoluzione preventiva dei peccati, oltrechè nella assunzione di modalità che non solo volutamente contraddicono alla Tradizione, ma anche alla comune ragione. Operazione di certo ancora inedita per un Pontefice, perchè tutti i predecessori, pur con sfumature diverse e qualche incrinatura di metodo, si sono ben guardati dal fare, sapendo tutti di dovere predicare solo l’obbedienza a Dio e di dover essere all’altezza di un compito superiore.

Ma a dispetto del loro insegnamento, la maggior parte del clero aveva già portato la Chiesa fuori dall’ortodossia cattolica sul piano inclinato di un progressivo e spesso intenzionale avvicinamento al protestantesimo e in vista della laicizzazione. E a forza di pensare che bisognava soprattutto intercettare le pretese del mondo per trovare il modo di soddisfarle, senza più alzare la testa oltre questo angusto orizzonte, ha sentito sempre più come un ostacolo il Magistero petrino che rimaneva saldo sulla retta dottrina . E su questa lunghezza d’onda si è proprio sintonizzato quel cattolicesimo che può riconoscersi ora finalmente anche nel pensiero papale.

Il nuovo di Bergoglio è il vecchio di quella chiesa che ha rinunciato da decenni ad essere maestra di fede e di vita cristiana, se non nella misura minima di una solidarietà sociale assistenziale, timorosa di esporsi sulle questioni che possano compromettere i buoni rapporti con l’ideologia dominante ovunque vittoriosa, e sulla quale ha accordato ansiosamente i propri toni.

Di certo se vogliamo vendere un prodotto dobbiamo prima sapere cosa vuole il mercato. Ma che il mercato volesse quello che gli viene ora promesso lo si sapeva già, anche perchè il mercato nero era da molto tempo fiorente a dispetto delle parole belle e inascoltate di Pietro.

Anche la tecnica comunicativa sembra quella già collaudata proprio da quei testi conciliari che si possono leggere su un doppio registro e abilitano il doppio binario interpretativo. La retorica studiatamente elementare di Bergoglio, che offre a stretto giro di posta versioni contraddittorie dello stesso oggetto, ha anch’essa l’innegabile vantaggio di soddisfare contemporaneamente bacini disparati di utenza.

Resta da verificare quanto questo metodo sia al servizio della sopravvivenza della fede cattolica e prima ancora della sua Chiesa.

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5 commenti su ““Novità” di Papa Bergoglio o “nihil sub sole novum”? – di Patrizia Fermani”

  1. Il dovere della obbedienza al Papa lo si è soddisfatto con la formula di stile inserita nella Messa, mentre è stato esplicitamente contraddetto nello insegnamento ufficiale e nella pratica in tutti i gradi degli uffici ecclesiastici, anche oltre gli esempi di vera e propria rivolta, come nel caso della “Humanae Vitae”, o della voluta ignoranza delle grandi encicliche volte a riportare in asse un pensiero cristiano che si era andato dissolvendo nei luoghi comuni di una morale civile usa e getta.Ora però l’obbedienza al Papa è diventato il sussiegoso richiamo con cui i disobbedienti di qualche decennio riprendono aspramente quanti si permettono di individuare la disobbedienza alla dottrina cattolica e alle sue verità immutabili proprio in chi quelle verità sarebbe tenuto ad insegnare. E’ innegabile quanto P. Fermani!!!!!!!!!!!!!!!!

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