Oltre la linea (senza sciupare i fiori)

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Ricopriremo magari il vialetto di fiori, ma mettiamo invariabilmente fra la nostra casa e il mondo una cancellata di ferri appuntiti.

Cerchiamo di elaborare idee per vivere senza menzogna partendo dalla realtà, dall’adeguare la mente alla cosa, dal constatare i fatti per quel che sono, anche senza potenti mezzi tecnologici della propaganda nemica, che vorrebbe mostrarci falso il vero e pregno di dignità ontologica il falso, che fosse comodo invece lo sapevamo da noi. Siamo oltre la linea di un governo invisibile e senza confini, che vuole svuotarci di identità, ottenuti palazzi senza re e chiese senza Dio, vuole case senza uomini. Gli enigmi stanno di fronte a noi, non lontano, appena fuori dalla finestra della cucina, nella fetta di mondo al di là delle goccioline sul vetro, grandi e piccoli, spesso celati nei particolari, altre volte talmente evidenti da passare inosservati. Su queste pagine, così come nelle nostre cucine, stiamo saldi, stiamo calmi. Ma restiamo umili nel pensare ciò che va pensato, anche se fa paura.

Siamo soli. Siamo oltre la linea. Siamo sparsi come semi e la terra è ancora nera, umida e gravida. C’è speranza se la cerchiamo, c’è salvezza se non ci voltiamo. E allora scriviamo.

Perché non siamo andati oltre la linea sui cocchi sfavillanti dei re d’Egitto, trainati da cavalli scalpitanti,sarebbe troppo pacchiano. Non ci troviamo oltre la linea come Alcibiade che fa il bagno nell’Eurota fra gli Spartiati, sarebbe oltremodo scaltro. Ma nemmeno come Alessandro in capo al mondo, il cui vigore intellettuale smuove la linea dell’Ecumene oltre la comprensione umana, e non si accorge di essere gravemente oltre le menti dei propri generali. Sarebbe ottusamente geniale. Sopravvivere oltre vuol dire provare a essere oltre il tempo, come Enea con il padre Anchise e il bambino per mano ha trapassato i secoli in fiamme per fermarsi l’altro ieri su un muro di Pompei. E parla ancora oggi che l’apocalisse industriale ha potuto ben più del Vesuvio. Parla per chi vuol ascoltare.

“Mezza lega, mezza lega, ancora mezza lega” e saresti a Balaklava, ma oggi tutto è liquido, come insegnano nelle scuole, e si rischia di scambiare colera e vanagloria, far naufragar Leopardi ancora nel suo mar, ma per salvare Mamadou.

Non siamo oltre la linea come Cesare al Rubicone e nemmeno arroccati in san Giovanni d’Acri, significherebbe laghi di sangue da intingervi le braccia, gloria d’allori e di morte, da qui all’eternità. 

Queste cose accadevano quando il mondo era piccolo. Abbastanza da starci dentro comodi, a misura d’uomo, a portata d’asino, a distanza di carretto. Diventato globale, questo pazzo mondo, dilata anche l’anima e la sparpaglia e non la si ritrova in un giardino noto, dietro la cancellata. Tutto muta e cambia e gira e non ritorna e ti ritrovi già oltre la linea non di ciò che è stato, ma di ciò che sei. 

Il comunismo reale è morto e i suoi figli hanno banchettato come cani sui brandelli putrefatti del muro di Berlino. Il pasto fu indigesto. Dallo stomaco dei figli (e dei nipoti) il contagio di un morbo che rigetta la verità sul marciapiede per pulirsi la bocca con le opinioni profumate.

A noi rimane la coscienza, non l’abbiamo rigettata. Non quella degli altri, ci basta la nostra. La difendiamo dalla balaustra della veranda con la forza di tutte le idee che abbiamo in corpo. E un sovrapposto (con bindella ventilata) caricato a pallettoni. Cercando di non sciupare i fiori. È ciò che ci rimane, piccolo resto.

Forse siamo rimasti oltre, come l’ultimo giapponese, Hiroo Onoda, che suda e si scervella e consuma anima, corpo e gli anni migliori per un mondo che non c’è su di un’isola fin troppo reale. Lo trovarono con la faccia dura come la facciata di un penitenziario, la mente rinchiusa nei singhiozzi della ragione, ma perfettamente funzionante, come del resto il suo fucile. 

Non ci resta che fare un falò con i libri di Greta per scaldarci la filosofia che negli anni abbiamo studiato, maturandola come il vino. Quella povera vecchia filosofia che in Europa gela e, smorta e consunta, trema, sola in un angolo di caminetto spento troppo presto, perché il focolare offende il genio femminile. 

Il progresso è un discorso fra sordi dove chi fa la voce grossa era muto per natura. La cultura e la fede, nani geniali che troneggiano su giganti idioti, istupiditi da un falso vino. Il sangue di Cristo è ormai relativo. Dovranno aggiornarlo con qualche surrogato. D’altra parte, surrogati i secoli dogmatici da un falso concilio, surrogata la fede con la pastorale, surrogato perfino il pastore, ora sostituiscono le pecore: se puzzeranno di teologo, o di bruciato, si vedrà. 

“Il Regno dei cieli – lo disse già il cardinal Biffi – è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità d’iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”. O a Santa Marta.

Se l’unica vera religione è questa novità, ben venga l’antica allegria volgare, perfino pagana nella sua grossolanità, ma non solamente perché era meglio la vecchia pipa della diavoleria vaporosa di ultima generazione tecnologica (e il masticar tabacco e signora sputacchiera), ma per quel vuoto stranito e attonito che sentiamo nel fianco, che piega l’anima con rumore sordo di lamiera, che ci fa guardare il povero Cristo inchiodato sulla croce, chiedendoci il perché.

Non si scherza, siamo oltre. Non ci rimane altro che restare oltre la linea Mason Dixon culturale, spirituale, per quel che vale. Per vivere ancora in verità, mantenere il pensiero oltre l’angustia di un piccolo cranio, la fede, oltre il battito testardo del cuore e capire il senso della vita almeno per il tragitto che fa dal pavimento alla culla, o dal letto alla tomba. 

E stare a guardare i generosi grappoli di ciliegie, vermigli e lucidi, e sentire che la vita vive. Sempre. Oltre.

Magari, come scrisse Thomas Wolfe una volta, «la nostra vita è tormentata da una sgualdrina in Georgia perché un tagliaborse londinese è sfuggito alla forca», perché il disegno, il filo della storia non dipende da noi, o non dipende solo da noi. La storia non dipende dagli uomini più della geografia, insegna Giovannino Guareschi.

Prodighi d’amore e imprecazioni, curare gli affetti, sedersi laggiù, sotto il fico dove l’erbetta cresce ancora, e ancora le foglie sono verdi d’estate. E noi, volentieri, lo ammettiamo. Sognare Euclide e oliare il fucile. Abbracciare i figli e passare il testimone. Riattizzare il fuoco. Invecchiare in veranda. E prima di far confusione fra Cielo e Inferno, inzaccherati di similitudini assurde, morire. Nel frattempo, portare con sé passioni e riti familiari, conservare la vita, i colori vivaci, il seme, la pazienza.

Essere oltre la linea vuol dire guance arrossate, carne alla brace, rossa e sfrigolante, grasso che cola, profumo d’incenso in chiesa, di menta in casa, lavoro di zappa, sudore, lacrime e birra, mani piagate, aratura atroce di fogli. Ci abbandoneremmo alla noia, ma non ne abbiamo voglia. Non ancora.

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1 commento su “Oltre la linea (senza sciupare i fiori)”

  1. Oltre la linea anche a scoprire l’ ormai inaspettata prima lucciola di giugno nella sera odorosa di gelsomino e ostinarsi ancora a riconoscere nei piccoli lampi di luce l’eterna Luce da cui tutto proviene.
    Che non ci abbandoni mai questo sentire.

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