“Partecipazione”: un altro modo di vedere il lavoro

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In tempi di politica “liquida”, priva cioè di orizzonti lunghi, Fratelli d’Italia si prepara a lanciare una campagna nazionale per la partecipazione dei lavoratori alle imprese. La notizia non è di poco conto, sia per il valore della proposta che per la ricomposizione su basi programmatiche del centrodestra. Vi sono intanto alcuni riferimenti “di principio” che non possono essere sottovalutati e che interessano il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa, le cui basi “moderne” furono poste, nel 1891, con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII, laddove, denunciato il “falso rimedio” del socialismo, venivano individuate quale soluzione della questione sociale le “relazioni tra le classi sociali” e quindi gli scambievoli obblighi di giustizia tra i ricchi ed i poveri, i capitalisti e i lavoratori.

In essa viene precisato che il diritto-dovere della “partecipazione” va collocato in riferimento al principio della destinazione universale dei beni e all’affermazione della proprietà privata come diritto naturale: «L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli»

La “partecipazione” va riferita inoltre a quella che Leone XIII chiamava “la necessità delle ineguaglianze sociali”: «Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini».In anni più recenti, è lunga la serie delle proposte di legge che, da1 1955, il Msi (unica forza politica che si è fatta carico dell’idea partecipativa) ha presentato in parlamento, di legislatura in legislatura, per realizzare  la partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati economici delle imprese, facendo sempre appello alla necessità di attuare l’articolo 46 della Costituzione della Repubblica Italiana, mai tradotto in norme cogenti. 

Come ha notato Gaetano Rasi (La partecipazione del cittadino alla gestione dell’impresa nella rappresentanza politica, Cesi, Centro nazionale di studi politici e di iniziative culturali, 12 marzo 2013), nella premessa all’articolato della Proposta n° 5424 del 30 gennaio 1991, elaborata da una Commissione di studio da lui presieduta «sono trattati in maniera approfondita – esempio non comune in una proposta di legge – i rivoluzionari principi ispiratori: che cos’è la partecipazione organica; quali sono le premesse dottrinali e costituzionali; in che consiste l’identificazione di cittadino e di lavoratore; il perché del diritto di partecipazione alla proprietà; l’elencazione dei problemi che l’istituto intende risolvere; la caratterizzazione dell’impresa partecipativa; in che consiste il concetto di “organizzazione” tra i fattori della produzione; il fatto che la “sovraordinazione” e “subordinazione” siano posizioni funzionali e non status sociale; gli organi dirigenti: il Capo dell’impresa, il Comitato consultivo, l’Assemblea dei soci partecipanti, il Comitato di gestione; il principio dell’unità nella direzione; la partecipazione al finanziamento; le due parti della rimunerazione; la natura delle azioni di lavoro e di capitale; la partecipazione agli utili e alle perdite; conseguenze della diffusione in Europa della partecipazione organica».

Nelle parole di Rasi, apostolo degli studi e delle battaglie partecipative, c’è il senso di un percorso programmatico non velleitario, insieme scientifico e ideale, da cui partire, consapevoli degli errori del passato. E qui veniamo al centrodestra. Come ha scritto Giovanni Orsina, (“Il Cavaliere, la destra e il popolo. Per una comprensione storica del berlusconismo”, in Autori Vari, Storia delle destre nell’Italia repubblicana”, Rubbettino, 2014) nell’opera di “santificazione del Paese reale”, fattore essenziale del successo di Silvio Berlusconi,  scarsa attenzione hanno avuto i temi della partecipazione, a fronte della richiesta di uno Stato più “leggero” e meno oppressivo; di una visione politica “a bassa intensità”; di un ricambio della classe politica, genericamente cercata nella “società civile”. Malgrado il richiamo formale alle “trincee del lavoro”, nulla di organico alla costruzione di nuovi sistemi di rappresentanza/mediazione politica è stato fatto, lasciando a un centrodestra a guida berlusconiana  poco spazio per le grandi battaglie di prospettiva e per le trasformazioni sistemiche, sia in campo istituzionale che, nello specifico, sulle questioni del lavoro, della codeterminazione economica, della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende.

Ritrovare l’impegno partecipativo ha un valore politico, interno ai nuovi assetti del centrodestra, che non va sottovalutato. Da qui, da queste considerazioni di fondo, crediamo che sia necessario ripartire per ricucire una riflessione e un possibile dialogo intorno al tema dell’economia sociale di mercato, che  non sia segnato da vecchi condizionamenti ideologici, ma recuperi  letture simultanee e trasversali sulla crisi e sul suo superamento. Per costruire intorno alla proposta partecipativa una strategia in grado di aggregare ambienti diversi (politici, sindacali, imprenditoriali, culturali), nella consapevolezza delle ragioni “strutturali” della crisi italiana, he coinvolge le istituzioni, l’economia, la tenuta sociale e i riferimenti culturali. Serve dunque una risposta complessiva che trovi quegli orizzonti lunghi che sono mancati nel passato.

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