PEDOFILIA NELLA CHIESA: E SE FOSSE COLPA DI FREUD? – di Armando Savini

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di Armando Savini

 

 

vpLeggendo l’articolo del Prof. de Mattei “Tolleranza zero contro la pedofilia. Anche contro la sodomia?” non ci si può non interrogare sulle cause che hanno fatto esplodere il crimine di pedofilia anche in seno alla Chiesa. Dico “anche”, perché molte sono le realtà dove è esploso tale fenomeno, anche se i riflettori mediatici sono sempre e solo rivolti sulla Chiesa Cattolica. Le comunità riformate non sono, infatti, esenti da questa patologia, come anche altre associazioni non ecclesiali.

Ma perché questa metastasi esplode anche in seno alla Chiesa? Emanuele Barbieri nel suo articolo “Il dramma della sodomia nella diocesi di Roma”, riporta l’analisi di due sacerdoti, don Ariel Stefano Levi di Gualdo e don Dariusz Oko, secondo i quali esiste “una vera e propria lobby omosessuale che esercita, in maniera sempre più coercitiva, una forte influenza dentro la Chiesa, anche ai livelli più alti delle responsabilità ecclesiastiche. La piaga di quella che è stata definita omoeresia, omomafia, omosessualizzazione della Chiesa”. Certo, non è difficile immaginarsi chi siano gli artefici di questa nuova dottrina antropologica, che nulla ha a che fare con quella cristiana, ma neanche con l’ordine naturale. Qualcuno è passato all’Oriente Eterno, altri suoi discepoli continuano a seminare il lievito della gnosi mediante un biblicismo sganciato dalla Tradizione, ma anche insinuando dottrine ambigue e discutibili in ambito morale, oltre che dottrinale. Ma come è entrato il cavallo di Troia nella Città Santa? Chi è che non ha vigilato mentre qualcuno seminava la zizzania, anzi, ha contribuito alla semina, perseguendo celato il programma di abbattimento dei bastioni? È ipotizzabile pensare che l’ascesa del freudismo in seno alla Chiesa di Cristo abbia aperto quella breccia dalla quale sia entrato poi il fumo di Satana?

Non sono mai mancati preti e vescovi, che al mutare del vento politico e culturale si siano improvvisati accesi sostenitori di insane dottrine. Giacobini, liberisti, massoni, marxisti, etc. Puntualmente sempre sull’ultimo treno di una rivoluzione ormai al tramonto. Lo stesso accadde per la psicanalisi. Nonostante molti psichiatri avessero dimostrato l’inconsistenza scientifica del freudismo (qualche riserbo è stato posto anche dagli stessi discepoli di Freud), non mancarono tra i cattolici quelli che, narcotizzati da tale filosofia gnostico-cabalistica (forse perché a digiuno della dottrina vera e santa), si lasciarono convincere a sottoporre la religione al giudizio della psicoanalisi. Tra questi non mancarono alcuni vescovi che aprirono non solo i seminari agli psicanalisti, ma si fecero anche spudorati sostenitori di una ideologia materialistica e totalitaria, contro la quale più volte il Magistero si era espresso.

Nella sua “Critica alla psicoanalisi” , E. Innocenti afferma: “ il confronto tra freudismo e cattolicesimo è in forte tensione dialettica. Difficile è ignorarlo, impossibile è diluirlo. Sbagliano coloro che fanno dipendere questo contrasto dalla paura cattolica di sottoporre la religiosità ad un serio esame di autenticità. [..] La paura della Chiesa non riguarda l’esame della coscienza religiosa, ma piuttosto colui che, secondo il monito di Gesù Cristo, « può uccidere il corpo e l’anima nell’immondezzaio infuocato» (Luca XII, 5). Di costui non si accorgono i contestatori clericali della repressione sessuale, i ripetitori della retorica della maturità e i neoapostoli che, disperando di convertire gli psicoanalisti, ne battezzano precipitosamente e maliziosamente i metodi; di costui non tengono sufficientemente conto neppure molti vescovi che hanno tollerato l’invadenza della psicoanalisi nei seminari e nelle case di formazione giungendo persino a farsi pubblici banditori della psicoanalisi, abusando della loro autorità di evangelizzatori per accreditare « la peste »: che siano maledetti!

Una volta che si reprime il senso di colpa, dicendo che il peccato non esiste, che è solamente prodotto dal Super Io, e che bisogna lascar fare l’inconscio, ecco che tutto è permesso: anche la pedofilia. Se l’uomo ritrova sé stesso lasciandosi sommergere dalle proprie inclinazioni al male, ecco l’antireligione, l’abisso dell’inferno. D’altronde, cosa fosse l’inconscio e come darvi libero corso secondo i dettami della psicoanalisi, lo spiegò bene H. Hesse nel suo Bildungsroman  Demian. Storia della giovinezza di Emil Sinclair: “Lei ha diciotto anni, Sinclair, non corre dietro alle donne da marciapiede, e deve fare molti sogni amorosi e deve avere desideri d’amore. Forse sono tali da farle paura. No, non abbia paura! Sono quanto di meglio lei possieda. Può credermi. Io ho perso  molto per aver violentato, alla sua età, i miei sogni d’amore. Non si deve farlo quando si sa di Abraxas, non si può temere né considerar vietato nulla che la nostra anima desidera. [..] Caro Sinclair, il nostro Dio si chiama Abraxas ed è Dio e Satana e abbraccia in sé il mondo luminoso e il mondo oscuro. Abraxas non ha nulla da obiettare contro alcuno dei suoi pensieri o dei suoi sogni. Non se ne dimentichi. Ma se lei diventa normale e senza pecca, egli l’abbandonerà e si cercherà un’altra pentola per cuocervi i suoi pensieri. [..] Quando Sinclair, le viene in mente qualche cosa di pazzesco o peccaminoso, quando le venisse voglia di ammazzare qualcuno o di commettere qualche porcheria, pensi un istante che è Abraxas, che fantastica in lei. L’uomo che lei vorrebbe uccidere non è mai il signor tal dei tali, ma solo un travestimento. Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualche cosa che sta dentro di noi. Ciò che è in noi ci turba.”

Sappiamo che Hesse fu influenzato molto dalla dottrina di Jung, attraverso il suo psicanalista Lang. Jung ebbe un’infanzia disturbata ed era ossessionato da Abraxas, la divinità gnostica di Basilide. Che cosa è l’inconscio se non Abraxas che fantastica nell’uomo? E il senso di colpa che “violenta” l’inconscio non ricorda forse il Super Io? Come stupirsi, allora,  del dilagare di tanta violenza e depravazione?


Alla luce di quanto argomentato, se leggiamo il Documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, non possiamo non rimanere un po’ perplessi. Così al cap. II:

Gli studi di psicologia e di psicanalisi apportano all’esegesi biblica un arricchimento, poiché, grazie ad essi, i testi della Bibbia possono essere meglio compresi in quanto esperienze di vita e regole di comportamento. La religione, come è noto, è sempre in una situazione di dibattito con l’inconscio. [..] La psicologia e, in altro modo, la psicanalisi hanno portato, in particolare, una nuova comprensione del simbolo. Il linguaggio simbolico permette di esprimere zone dell’esperienza religiosa che non sono accessibili al ragionamento puramente concettuale, ma hanno nondimeno un valore per il problema della verità. Perciò uno studio interdisciplinare, condotto in comune da esegeti e psicologi o psicanalisti, presenta indubbi vantaggi, fondati oggettivamente e confermati nella pastorale.  [..] Si potrebbero citare numerosi esempi che mostrano la necessità di uno sforzo comune degli esegeti e degli psicologi: per comprendere meglio il significato dei riti del culto, dei sacrifici, dei divieti, per spiegare il linguaggio immaginoso della Bibbia, la portata metaforica dei racconti di miracoli, la forza drammatica delle visioni o dei messaggi apocalittici. Non si tratta semplicemente di descrivere il linguaggio simbolico della Bibbia, ma di comprendere la sua funzione di rivelazione e di interpellazione: la realtà “numinosa” di Dio entra lì in contatto con l’uomo”.

Che la psicoanalisi abbia apportato un arricchimento è da dimostrare. Inoltre sarebbe bene chiarire il binomio psicologia-psicoanalisi, termini che vengono a volte citati come sinonimi, ma che tali non sono. La psicologia non può identificarsi con la psicoanalisi. I testi della Bibbia possono essere ridotti a esperienze di vita? Dov’è finito il carattere metafisico della Verità perenne e immutabile che supera lo spazio-tempo?

Il dialogo tra religione e inconscio può essere sostenibile, dal momento che l’inconscio non è mai stato scientificamente dimostrato, neanche dallo stesso Freud,  se non tra molte contraddizioni?

Con questa “comprensione pluridimensionale della Scrittura” non si rischia di uscire fuori dal solco della Tradizione per arenarsi sui lidi dell’eresia? Eugen Drewermann non è forse uscito dall’ortodossia cattolica seguendo una comprensione pluridimensionale della Scrittura, secondo l’“esegesi psicanalitica”? Può essere un buon parametro di interpretazione della Sacra Scrittura una dottrina materialista e atea, ascientifica, improntata sui principi della cabala sabbatiana e incentrata sul complesso di Edipo? La “portata metaforica dei racconti di miracoli” non verrebbe ridotta all’eresia modernista del mito, già condannata dal Magistero? Il miracolo,  – o segno, come lo chiama S. Giovanni – non indica forse una realtà metafisica? Come si può parlare di metafora? Più che di “esegesi psicanalitica”, non si tratta, forse, di eisegesi psicoanalitica?

Lo stesso Freud affermava: “Mi considero uno dei più pericolosi nemici della religione, ma essi non sembrano neppure sospettarlo.” “I nazisti non li temo. Il nemico è la religione, la Chiesa Cattolica”.

Quale accordo tra Cristo e Beliar, tra la Chiesa di Cristo e il freudismo? “ Si quis habet aures audiendi, audiat” (Mc IV, 23).

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